Di un elefante scontroso, di caffè, di cascate e di sacrifici umani: il Bolevan Plateau e Champasak

Come avrete intuito dal titolo del post, il mio viaggio in Laos nella regione di Pakse è stato un percorso affascinante, pieno di esperienze e scoperte di aspetti diversissimi in un territorio caratterizzato da una natura esuberante e varia, da  antiche civiltá, da villaggi sperduti ancora legati alle loro tradizioni.

DSCN0048Con volo da Vientiane atterriamo a Pakse; la cittadina sulle rive del Mekong è tutto sommato anonima e quindi proseguiamo subito in direzione del IMG_4705Bolevan Plateau, un altipiano molto vasto, ad un’altitudine tra i 1000 e i 1300 metri,IMG_4719b  in cui si alternano piantagioni di the e caffè,  foreste, aree fluviali. Il viaggio è lungo, le strade qui sono in condizioni ancora peggiori che nel nord, e la rottura improvvisa  di un ponte per colpa di un camion troppo pesante (non mi sorprende, visti i numerosi ponti di legno che abbiamo attraversato) ci costringe ad un tortuoso ulteriore giro; tuttavia qui più che mai la meta è il percorso stesso, con tante piccole tappe che introducono a realtà diverse e che donano emozione. Dei sorprendenti villaggi delle minoranze etniche vi ho già parlato qui. Vi assicuro che entrare in contatto con quei bambini sorridenti, vedere un modo di vivere tanto diverso dal nostro, è stata una delle esperienze più toccanti di tutto il viaggio.

Molti abitanti di quei  villaggi, circa 20.000 famiglie, vivono ai margini della ricchezza generata dalle piantagioni di the e caffè, la cui produzione (soprattutto di caffè), per la quasi totalità destinata all’esportazione, costituisce la prima voce dell’economia nazionale. Per colpa dei miei gusti infantili che mi fanno propendere per le cose dolci e provare disgusto per quelle amare, io sono una cioccolatomane ma una dei pochi italiani che non beve il caffè, e così non posso dare testimonianza della qualità del caffè laotiano, ma i locali ne vanno molto orgogliosi, mettendo in guardia i turisti sul fatto che la loro bevanda è molto forte; a sentire mio marito, sarà anche forte per gli americani, ma certo non per i cultori italiani dell’espresso.

IMG_4690Certo è che la coltivazione del caffè, introdotta nei primi decenni del secolo scorso dai francesi, ha trovato qui nel Bolevan Plateau e soprattutto nella zona di Paksong le sue condizioni ideali, visto che la terra è costituita da antica sedimentazione vulcanica molto fertile, e l’altitudine è perfetta. Prima si coltivavano banane e si estraeva il caucciù dagli alberi da gomma, attività che comunque sono ancora presenti. Nonostante vi siano immensi patrimoni accumulati da poche famiglie grosse produttrici di caffè, vi sono anche compagnie che attraverso il commercio equo e solidale con i piccoli produttori e l’impegno sociale tra l’altro nel campo della prevenzione sanitaria hanno contribuito non poco a migliorare le condizioni di vita degli abitanti della zona.

Le piantagioni di caffè sono belle: grandi distese di piante verdi durante tutto l’anno, che nella stagione giusta producono i preziosi chicchi. Quelli dell’Arabica sono appena stati raccolti a dicembre, mentre quelli della Robusta adesso iniziano a spuntare ma sono ancora acerbi, verranno raccolti a febbraio.

caffeVengono prodotti tre tipi di caffè: Arabica, Robusta e Liberica. L’Arabica è la qualità più pregiata, anche se la quantitá prodotta da una pianta, alta circa due metri contro i cinque della Robusta, è minore, e viene sempre più coltivata perchè maggiormente richiesta sul mercato.

Ho visitato una piantagione di caffè ed è stato molto piacevole, sia per la camminata immersa nel verde, sia per aver potuto vedere i macchinari utilizzati per le diverse fasi della lavorazione; ad es. molto ingegnose sono le vasche, alimentate dall’acqua corrente del vicino ruscello, che mentre lavano e puliscono i chicchi, li selezionano progressivamente in base alla loro grandezza, perchè i chicchi più piccoli e più leggeri restano in superficie e passano alla vasca successiva.

Anche le piantagioni di thè sono molto interessanti da visitare, con le loro belle piante verdi che vengono cimate per raccoglierne le foglie da lavare, essiccare e sminuzzare. Qui si produce sia thè verde che thè nero, che si usa bere senza zucchero in moltissime occasioni. Nonostante io sia abituata a zuccherare abbondantemente il thè, l’intenso aroma della bevanda mi è piaciuto molto, e ne ho fatto una bella scorta, considerando che fare acquisti a km 0 aiuta le economie delle comunità locali.

DSCN0027Dopo queste visite alle piantagioni, ci siamo diretti nella zona di Tad Lo, caratterizzata da belle foreste e corsi d’acqua che formano scroscianti cascate. Certo nelle zone così bisogna un po’adattarsi, visto che il posto migliore per dormire è un resort nella foresta le cui finestre hanno solo zanzariere e tende ma non vetri e scuri, per cui di notte sono morta di freddo e con la luce mi sono svegliata all’alba, ma ne valeva la pena per la sorpresa che ho avuto nel tirare le tende al mattino: avete presente l’inizio della canzoncina dello Zecchino d’Oro “Volevo un gatto nero”? “Un elefante indiano, con tutto il baldacchino, lo avevo nel giardino e lo avrei dato a te…”; ecco, nel giardino davanti al mio bungalow stava pascolando un elefante indiano con tutto il baldacchino, che per niente lusingato dall’essere oggetto della mia ammirazione, ha emesso un barrito nella mia direzione, ha girato le chiappe e se n’è andato scocciato. Dietro al bungalow c’era invece una vecchia elefantessa, 75 anni, molto più buona e affettuosa, che si è fatta accarezzare e ha preso volentieri in omaggio tutta la nostra scorta di banane inghottendo tutto il casco in un solo boccone.

IMG_20180110_022344Sono entrambi imponenti pachidermi, ma l’elefantessa anziana non ce la fa più a portare il peso di me, mio marito, la bambina e il guidatore, e così scopro che ci è stato assegnato il giovane scontroso elefante che pascolava nel mio giardino, che pochi giorni fa’ ha liquidato con una vigorosa proboscidata quelli che per lui erano dei seccatori. Tranquilli, di me ha timore e mi obbedisce, ci dice il ragazzetto che si siede sul collo dell’elefante e lo guida con dei colpetti di piede sulle orecchie e con comandi della voce. Accomodati in tre sul baldacchino, partiamo così per un lungo giro nella foresta, ma obbedire è una parola grossa. L’elefante di mala voglia imbocca un sentierino tra la folta vegetazione, ma lui è giovane e robusto e ha bisogno di tanta pappa, così ogni volta che trova foglioline che ritiene idonee allo scopo, quelle più fresche e tenere sulla cima degli alberi, lascia il sentiero e si infila tra la vegetazione per brucare, infischiandosene dei tentativi del giovane guidatore di richiamarlo al suo dovere. Il problema è che le foglioline più tenere sono sui rami più inaccessibili e il sentierino è quasi a picco su uno strapiombo. Ora, io so che gli elefanti nei circhi almeno nell’immaginario collettivo stanno anche in piedi sui palloni, e che comunque sono animali piuttosto prudenti, ma insomma non è che mi sentissi particolarmente sicura dondolando in avanti con l’elefante proteso con la proboscide sul suo pasto panoramico. Figuriamoci poi quando il ragazzetto ha tentato di imporre la gerarchia con un pugno sulla testa a cui l’elefante ha reagito scuotendo all’indietro la proboscide con un barrito tutt’altro che amichevole, e poi scocciato ha divelto tutta una grossa parte di tronco per mangiarsi con calma le sue foglioline durante il tragitto. Usciti con mio sollievo dal sentiero nella foresta, abbiamo percorso un breve tratto di strada sterrata che portava ad un villaggio, su cui transitavano anche alcuni motorini. Ho scoperto che l’elefante, o almeno questo elefante, non sopportava proprio il fastidioso rumore dei motorini, e quando ne sentiva arrivare uno da dietro si girava si scatto, per quanto di scatto possa girarsi un elefante, ed emetteva un barrito che sapeva di invettiva contro questi trabiccoli moderni.

DSCN0019Dopo un’ora di trekking ci siamo separati con reciproca soddisfazione, e ci siamo diretti verso le due belle cascate di Tad Lo e Tad Fane. Questa zona è ricca di corsi d’acqua e ci sono numerose altre cascate ma queste sono le più spettacolari, la prima per la portata d’acqua, la seconda per l’altezza del tuffo verticale, entrambe per lo splendido contesto naturale in cui sono inserite.

IMG_20180110_055242IMG_4789Nella vegetazione intorno al sentiero per arrivare a Tad Lo la guida ci fa notare una curiosa specie di piccola pianta tappezzante con deliziosi fiorellini rosa e foglie felciformi che appena toccata con un dito ritrae le foglie che si chiudono mostrando la superficie di dietro marrone e sembrano morte, per riaprirsi solo alcune ore dopo, a pericolo scampato. Passiamo accanto a bambù alti come case a tre piani e a stelle di natale che sono alberi. Intorno a noi svolazzano tantissime grandi farfalle dai mille colori. Un bel cervo, tenuto in una grande area recintata protetta insieme ad altri esemplari ci commuove: gli diamo un mazzo di buona erbetta fresca da mangiare e lui inizia a strofinarsi su di noi  con la testa e a leccarci tutti cercando un contatto più vicino, per poi seguirci con il nobile e buono sguardo fino a quando non siamo lontani.

Dopo un luogo di sosta turistico con incongrui elefanti finti…

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…  e dopo un ponticello un po’ traballante…

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…ecco la cascata Tad Lo

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E questa è Tad Fane, che scroscia impetuosa dall’incontro di due fiumi.

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tad faneA Tad Fane ho provato l’emozione della zip line tesa tra i due lati del canyon formato dallo scorrere del fiume a valle della cascata, unica soluzione che permette di vedere frontalmente le cascate in tutta la loro estensione, perchè ammirarle dall’alto non ne fa cogliere in pieno tutta la potenza. Addirittura esiste un pacchetto vip che attacca alla zip line un tavolino con panchette incorporate che viene carrucolato fino a metà percorso, dove si può sostare comodamente seduti nel vuoto a brindare all’evento, e anche a riposarsi  in vista della scarpinata che bisogna fare per arrivare a prendere la zip line che riporta alla base, visto che questo sistema sfrutta le pendenze e una volta che si è scesi è necessario risalire.

 

DSCN0058Questi luoghi così verdi, fertili e ricchi d’acqua hanno attirato insediamenti umani sin dall’antichità, e difatti non lontano da qui sorge Champasak, antica capitale di un piccolissimo regno e sede del Wat Phu, uno straordinario complesso khmer di templi e cammini cerimoniali che si inerpicano su una montagna, una meta imperdibile nel Laos. Certo quando si pensa alla civiltà khmer viene subito in mente l’incomparabile Angkor Wat, in Cambogia. Ma non trascurate la piccola Champasak, di epoca preangkoriana, perchè la civiltà khmer nacque in Laos e poi si sviluppó in Cambogia. Wat Phu è stato nell’antichità un importante luogo di culto indù, prestato poi al buddhismo dopo che quest’ultima divenne la religione laotiana.

DSCN0056Champasak non è grandioso come Angkor ma è davvero scenografico. Vi si accede attraverso una via cerimoniale tripartita, dove un tempo nella corsia centrale incedeva la famiglia reale, mentre a destra e a sinistra i cortei maschili e femminili. Ai lati del cammino, dove oggi sono due vasti campi, anticamente si trovavano due grandi bacini d’acqua dove i partecipanti alle cerimonie si purificavano, prima di entrare nei due splendidi edifici simmetrici che si trovano in fondo al cammino. Con l’immaginazione provo a disegnarmi mentalmente lo spettacolo, che doveva essere notevole.

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 IMG_20180110_094932Qui dovevano fermarsi non solo gli schiavi ma anche le persone libere del popolo, e solo la famiglia reale con i suoi servitori poteva accedere al livello successivo, una lunga scalinata che si inerpica sulla montagna (santo e atletico marito che se l’è fatta tutta con 20 kg di bimba in braccio!) e che conduce al tempio vero e proprio. Un tempo era dedicato alla triade indù, oggi ha cambiato ditta e vi si offrono fiori e incensi ad una grande statua di Buddha e i visitatori si cimentano nel sollevare tre pietre di dimensioni progressive, riuscirci è considerato segno di buon augurio  (e sicuramente di buona forma fisica). Noi liberiamo ancora una volta due di quei piccoli malandati uccellini che vengono imprigionati nelle gabbiette di paglia per essere fatti volare dinanzi a Buddha per acquisire meriti; mi fanno così pena che comprerei tutte le gabbiette, se non avessi la certezza che il venditore si darebbe subito da fare per riacchiapparli.

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Ancora più in alto sulla montagna si trovano le testimonianze più antiche e suggestive. In tutto il mondo i luoghi sacri più antichi sorgevano spesso vicino ad acque “sacre”, ed anche qui, prima dei templi khmer, il luogo di culto primo è stata una fonte sacra, una roccia da cui scaturisce pura acqua dalle viscere della terra, a cui venivano e vengono tuttora associate supposte proprietà miracolose. Una volta all’anno vengono ancora da lontano gli indù ad officiare qui i loro riti, in una cerimonia coloratissima e molto affollata perchè mi dicono che vi si riversi tutta la popolazione della regione, che è molto legata alla sacralità di questi luoghi.

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Infine in alto sulla montagna troviamo due rocce scolpite.

La prima è un mastodontico elefante, le cui linee del volto hanno preso vita da un masso che ha proprio la forma e le dimensioni di un grande pachiderma; sembra un gioco moderno, ma la scultura risale addirittura al periodo preangkoriano e animista, quando ancora il Laos era davvero il regno di un milione di elefanti, il regno della natura selvaggia e incontaminata, le cui forze erano gli spiriti sovrani a cui gli uomini dovevano obbedienza.

IMG_20180110_103353IMG_20180110_103420Ce lo ricorda la roccia-coccodrillo (qui a sinistra), la cui forma orizzontale è quella dell’incavo del corpo di un coccodrillo, spirito anfibio della terra e dell’acqua, dentro il quale venivano distese le vittime designate, spesso giovani schiavi, che venivano lì decapitati, ed il sangue colava giù  da un’altra roccia in pendenza (foto a destra), a bagnare la terra e a propiziarne la fecondità.

Lasciamo Champasak al tramonto, diretti verso l’ultima tappa nel profondo sud del Laos, le 4000 isole. Qui a Champasak finisce anche la strada su terra, e non c’è modo di passare il Mekong se non caricare l’automobile su un ruspante ferryboat  che riesce a portare una sola vettura per volta sull’altra sponda e assomiglia alla Zattera della Medusa. Durante la lenta traversata scendiamo a goderci il panorama e a salutare in lontananza il monte sacro, lo “Shiva Linga”, così chiamato per la forma fallica della vetta, lasciandoci dietro tante emozioni e suggestioni ricevute da questa terra.

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