India – Jaipur, perla rosa del Rajasthan

Jaipur è la favolosa capitale del regno dei maharajà, il Rajasthan, fondata nel 1729 da Jai Singh II,  una perla di tesori d’arte e di cultura e una città solare, vivace, colorata, chiamata per le tonalità rosate dei suoi palazzi storici “la città rosa”.

Petali di fiori

A predispormi bene verso Jaipur è stata la mia prima visita. Non uno degli splendidi monumenti, ma semplicemente un mercato. Ha colto nel segno la nostra guida, ci ha detto di non volerci portare in un posto dove vanno tutti, voleva farci capire l’anima di questa città prendendola da un angolo di luce particolare: il mercato dei fiori alla mattina presto.

Arrivano dalle campagne con i tuc tuc carichi di sacchi che strabuzzano da tutte le parti, con vecchi motorini su cui sono capaci di salire in cinque, tra moglie, marito e bambini. Le donne, nei loro sari dai colori sgargianti, alcune con il velo colorato fin sopra il volto, portano sulla loro testa con portamento elegante grandi teli ricolmi di qualcosa con i quattro lembi annodati a fagotto; si sistemano per terra, aprono le loro botteghe portatili: fiori che riempiono l’aria di uno straordinario profumo, quel profumo di rosa antica, dolce e penetrante,di cui le nostre rose ibridate non profumano più; non ci sono steli, solo corolle di fiori, boccioli e petali, fuxia, gialli, arancioni, bianchi, offerti alla strada sui loro teli come una grande infiorata, come un pachwork di chilometri e chilometri.

Le persone vanno e come comprano l’insalata, acquistano a chili boccioli di fiori. Ma che ci fanno? chiedo io sbalordita. Semplice, si intrecciano collane di fiori per la casa e si spargono offerte nei templi, in cui ogni indù passa molto tempo perché la religione è parte importante della realtà quotidiana. Si omaggia con la bellezza il sacro della vita, e questo è straordinario.

Nel tempio indù tra la folla

Seguiamo a piedi l’onda multicolore, fino al tempio indù. Togliamo le scarpe, ci mescoliamo stretti stretti ad una folla devota, che alza le braccia e risponde a gran voce alle acclamazioni del bramino che agita una torcia accesa davanti alle statue delle divinità su un altare tutto coperto di fiori.

Poi il bramino asperge di acqua i fedeli, non con l’ aspersorio bucherellato che si usa nelle chiese e che dispensa goccioline quasi vaporizzate, ma con mestoloni d’acqua che letteralmente fanno la doccia. Chi non riesce a bagnarsi raccoglie l’acqua con le mani dal pavimento e si sciacqua la faccia. Poi il bramino benedice segnando la fronte dei fedeli, e anche la mia, con una polvere arancione.

Ora sono pronta per la Jaipur delle grandi bellezze, il cui diamante è il Forte Amber, il più spettacolare dei forti-palazzi dei maharajà Rajput. E’ una fortificazione imponente, in arenaria rossa e marmo, sulla cima di un’alta collina, collegata da un passaggio segreto al Forte Jaigarh che si trova ancora più in alto sulle montagne circostanti. Il Forte Amber è meritatamente Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2013.

A dorso di elefante nel forte Amber

Per arrivare in cima la via sotto il sole a piedi sarebbe lunga, ed è tradizione che l’entrata trionfale avvenga a dorso di elefante.

La proboscide dell’elefante è tutta decorata ogni giorno con gessetti che formano tipici motivi indiani, e il dorso è ornato da una gualdrappa rossa e d’oro che sorregge un baldacchino leggero, su cui si prende posto, mentre l’elefante viene condotto da un uomo a piedi su, fino ad attraversare la monumentale porta d’accesso al forte, la Suraj Pol (Porta del sole, perchè disposta a oriente) nel primo grande cortile, il Jalebi Chowk, che un tempo era un giardino ed oggi è stato tutto asfaltato.

Durante il tragitto si è inseguiti da venditori di turbanti e, anche se il turbante è cappello solo maschile, non ho resistito a comprarne uno, a loro detta realizzato con 18 metri di stoffa sapientemente arrotolata, che mi facesse sentire un po’ maharajà,

Nel Jalebi Chowk il re, i dignitari e l’esercito entravano a cavallo e tenevano le parate delle vittorie. Le donne osservavano da dietro le grate delle finestre. Poi il re saliva per una rampa al secondo livello del palazzo, dove è un altro grande cortile, e dietro la Ganesh Poi, la  splendida porta  a tre piani tutta affrescata, con mosaici e sculture, che dà al suo palazzo privato. Dall’alto della porta le mogli del Rajà spargevano fiori al suo ritorno in segno di benvenuto.

i colori dei dipinti e degli stucchi sono rimasti vividi e lucidi senza restauro dal 1700!C’è un particolare tipo di stucco locale, che richiede un mese di lavoro per la necessità di dare più mani e aspettare che si asciughi, ed è fatto con un impasto particolarissimo in cui trovano posto mescolati molti elementi naturali inimmaginaibli come il mango o il riso.

Nel cortile c’è anche una bella loggia colonnata con i 27 capitelli a forma di testa di elefante, il Diwan-i-Aam, dove all’ombra fresca il Raja teneva le udienze pubbliche.

Attraverso la Ganesh Poi si passa nel terzo cortile, dove si affacciano gli edifici dove si svolgeva la vita privata del Rajà e della famiglia. In questo cortile si trova un giardino in stile moghul, con un sistema di irrigazione che trae l’acqua dalla cisterna,  poi la utilizza in parte per una fontana a cascata al centro del giardino e in parte per rinfrescare “la sala delle delizie” con delle cascatelle lungo i muri; l’acqua attraversa la stanza e poi confluisce in canali di marmo per l’irrigazione del verde.

Sul cortile si affaccia anche il gioiello del Forte Amber: il piccolo palazzo chiamato “palazzo degli specchi”, una Versailles orientale che non vuole raggiungere l’effetto di allargare lo spazio attraverso gli specchi, ma di far rimbalzare la luce facendo scintillare come un piccolo firmamento la sala. Sono tanti piccoli pannelli di vetro convesso con degli specchi multistrato, intarsiati in disegni geometrici su tutti i muri ed il soffitto; quando si accendevano le candele, migliaia di riflessi tremolanti inondavano la sala, uno spettacolo meraviglioso!

Una curiosità della sala degli specchi è una scultura di marmo su uno dei pilastri delle colonne, che raffigura due farfalle in volo su un fiore, ma se si guarda bene, aiutandosi con la mano che copre parte della figura, si possono invece vedere un loto, un pesce, un cobra, una proboscide, una coda di leone, uno scorpione e una pannocchia di granturco. Ecco perchè questa scultura viene chiamata “fiore magico”.

Il quarto cortile è la parte superiore del forte, dove vivevano le donne, quindi separatamente la madre, le mogli, le concubine tra cui veniva scelta la favorita del momento.

Io trovo che il Forte Amber sia  stupendo, nel mio viaggio secondo solo al Taj Mahal, e pensare che nei secoli si è corso il rischio di perderlo per l’incuria e l’abbandono (tanto che al momento del suo salvataggio UNESCO era stato inserito nella lista dei 100 monumenti a rischio di distruzione), ed in epoca più recente persino per i vandalismi di Bollywood, che per girare film non hanno esitato a bucare marmi e distruggere mobili d’epoca.

Il palazzo d’Acqua sommerso nel lago

I palazzi dei Maharajà qui a Jaipur non smettono di sorprendermi.Un maharajà stufo di stare sempre attorniato dalle mogli e dalle concubine aveva voglia di passare un po’ di tempo in solitudine . Per strafare fece costruire in mezzo al lago artificiale, creato un secolo prima come riserva d’acqua per la città, il Jal Mahal, il Palazzo d’Acqua.

La sua costruzione è un mistero, perchè il Palazzo d’Acqua è un edificio ben strano, un capriccio estetico, perchè sembra un palazzo ma quattro piani vengono completamente sommersi quando il lago è pieno, non ha stanze abitabili, solo una vasta terrazza con un giardino pensile su cui il maharajà passeggiava, sparava alle anatre e sembrerebbe dava ogni tanto feste. In seguito il palazzo fu completamente abbandonato, il lago usato come putrida discarica industriale.

Acquistato recentemente per farne un hotel di gran lusso, è stato parzialmente restaurato per evitarne il completo deterioramento, ed il lago è stato del tutto bonificato tanto che gli uccelli sono tornati numerosi ad abitarvi.

Il maharaja vive qui

Nonostante la repubblica, i maharajà esistono ancora, anche se ovviamente senza poteri politici; se hanno perduto i privilegi reali, hanno però mantenuto le loro ricchezze. L’attuale maharajà vive nel palazzo reale, il City Palace, che ha una parte storico-museale aperta al pubblico e gli appartamenti privati che sono volendo visitabili con un costo elevatissimo.  Vi lascio poi immaginare che cosa costi l’affitto del palazzo per i matrimoni dei grandi miliardari! In realtà non si tratta di un solo palazzo ma di un complesso di numerosi edifici, cortili e giardini.

Mi sono rimaste impresse alcune curiosità: si conservano qui le due più grandi giare d’argento del mondo, costruite per contenere l’acqua sacra del Gange, che doveva servire al maharajà invitato in Inghilterra per l’incoronazione del re Edoardo VII; il religioso maharajà aveva paura di contaminarsi con l’impura acqua inglese!

C’è poi  la collezione di tessuti di sete preziose, pashmine di kashmir, vestiti dei maharajà, tra cui un pantalone di oltre due metri di circonferenza per  Madhosingh I, un rajà di 250 kg che ebbe 108 mogli, posso supporre non per merito del suo fascino.

Tra le strutture architettoniche mi sono piaciute molto le porte dedicate alle 4 stagioni che si trovano sui 4 lati del cortile Pitam Niwas Chowk. Fastosa è la sala delle udienze con il trono d’oro che veniva anche trasportato sull’elefante quando il re si spostava fuori dal palazzo.

Insomma, niente male la vita di un maharajà!

Il palazzo del vento

Ci immergiamo di nuovo nel colorato kaos della città. Tra i palazzi rosa spicca una costruzione realizzata nel 1799 per ordine di un maharajà. E’ il Palazzo del Vento, un palazzo con un’alta facciata di 5 piani e ben 953 piccole finestre a balconcino chiuso sporgenti, che non hanno vetri ma una fitta grata da cui passa l’aria e rinfresca le stanze e nello stesso tempo permette alle donne della famiglia reale di guardare fuori senza essere viste, come una grande voliera di lusso per colorati uccellini costretti a non mostrare il volto.

La zona intorno al palazzo del vento pullula di bazar e negozi tradizionali interessanti dove si possono fare ottimi acquisti di stoffe, tappeti, pregiati lavori in pietra scolpita, ma soprattutto di prodotti di orificeria e gioielli con pietre preziose, per cui Jaipur è famosa, e che hanno un prezzo molto inferiore a quello europeo ed un’ottima qualità. Difficile resistere!

Jai Sing II, maharajà e scienziato

Non vi ho ancora raccontato niente del fondatore di Jaipur: il maharajà Jai Singh II, che visse nella prima metà del 1700. Nell’elenco  dei regnanti che lasciarono un qualche segno nella storia dell’india, Jai Singh II è un discorso a parte: fu un grande maharajà ma prima di tutto un uomo di cultura poliedrico, una sorta di Federico II di Svevia, anche se non vogliamo esagerare come la nostra guida che lo paragona a Leonardo da Vinci (povero Leonardo, da poco definito anche genio francese!)

Divenuto sovrano all’età di 11 anni, trovò sempre il tempo di studiare e ricercare,  ed aveva in particolare un grande amore per la matematica, l’architettura e l’astronomia. Non fu certo un sovrano inattivo: fondò Jaipur, alla cui progettazione sovraintese personalmente, e vi spostò la capitale, fu impegnato sempre in guerre in cui  consolidò i confini e allargò il potere del suo regno, ma sorprendentemente riuscì contemporaneamente ad essere traduttore di valore di opere dall’antico sanscrito, restauratore di riti vedici perduti, e costruttore di cinque grandi osservatori astronomici in varie città, frutto della sua scienza in astronomia e trigonometria; in questi osservatori tutti gli strumenti di misurazione furono progettati da lui.

Astronomia e astrologia

Il maggiore degli osservatori astronomici è quello di Jaipur, Jantar Mantar. Visto da lontano sembra un parco con strane costruzioni post-moderne che alternano forme ricurve e linee rette svettanti dal suolo. Invece si tratta di un laboratorio astronomico in cui ogni oggetto si basa sulla scienza trigonometrica per lo studio dei pianeti e per la rilevazione del trascorrere del tempo.

L’oggetto più famoso è una  meridiana che ha un margine di errore di 20 secondi nel calcolo dell’ora locale. Una grande scala proietta la sua ombra su una struttura semicircolare, e l’angolo di proiezione è di 27 gradi come la latitudine di Jaipur. Non contento di questo risultato, Jai Singh fece costruire un’altra meridiana più grande, con un margine di errore ancora inferiore, e un’altra meridiana circolare, basata sugli stessi principi,per calcolare l’ora solare.

Ci sono poi due emicicli seminterrati rappresentanti l’universo e la sua proiezione a spicchi, che servivano a misurare la traiettoria degli astri, come una grande mappa del cielo.

Nell’osservatorio ci sono poi tanti altri strumenti di cui mi sfugge il significato. In totale sono 20 strumenti per la misurazione ad occhio nudo degli eventi celesti: attraverso di essi si  possono prevedere le eclissi, misurare i movimenti della terra e dei principali pianeti intorno al sole, trovare la posizione delle stelle più conosciute.

Il parco astronomico è sorprendentemente affollato e vivo tutt’oggi, e i suoi visitatori non sono solo turisti. La guida ci spiega che in India, dove peraltro ci sono matematici e scienziati di tutto rilievo, il confine tra l’astronomia e l’astrologia è molto relativo. La prima non è solo  quella che noi chiameremmo scienza esatta, ma è a servizio dell’astrologia, scienza essa stessa che si fonda su antichissimi testi, su una visione filosofica della vita e dell’universo in cui l’essere parte di tutto comporta anche che il tutto influisce sulle nostre esistenze. Così esiste una facoltà universitaria di astrologia, il cui corso di laurea dura 5 anni, e gli astrologi famosi sono considerati figure di grande rilievo.

Nella tradizione dei matrimoni combinati, che soprattutto nelle campagne sopravvive fortissima, spesso la promessa di fidanzamento avviene sin da piccoli, quando è difficile per i genitori valutare la compatibilità caratteriale dei due futuri sposi. Ecco che allora viene in soccorso l’astrologia, e prima di qualsiasi impegno si consulta l’astrologo per vedere se in base al quadro astrale calcolato sulle date e gli orari precisi di nascita esistono i presupposti per una felice unione; se gli astri non sono propizi non se ne può fare niente.

Nel tempio delle scimmie

Lo sforzo che la nostra mente occidentale  deve compiere per comprendere appieno questa cultura è grande. Ci si può riuscire solo se si esce dal circolo vizioso dell’idea di superiorità della razionalità umana rispetto alla logica misteriosa della natura.

E cosí, sintonizzandosi su questa lunghezza d’onda, si annulla la distanza tra uomo e natura, e -dico una cosa forte- persino tra dei e scimmie: entrambi sono sacri nel tempio di Galta Ji,  appena fuori da Jaipur, conosciuto come il Tempio delle Scimmie. Visitarlo è un’esperienza toccante, per vari motivi.

Prima di entrare, volendo si puô comprare da un vecchietto per l’equivalente di pochi centesimi un grande cartoccio di noccioline americane. Alcuni ragazzi si propongono come “monkey boy” ,che aiutano a trattare correttamente le scimmie, riconoscendo dai segnali corporei quelle aggressive e quelle a cui puó essere offerto il cibo con tranquillitá. Ho letto commenti di viaggiatori che hanno rifiutato perché perfettamente in grado di cavarsela da soli. A parte il fatto che a posteriori non sarei cosí sicura dell’inutilitá pratica dell’intermediazione,  vi consiglio di sfruttare questa come un’ occasione di incontro interessante con ragazzi che si danno da fare onestamente, che vogliono bene a quel luogo, e che hanno voglia di parlare dell’ india, della loro fede, delle loro esperienze di vita.

Il tempio é un grande complesso di edifici sacri, alcuni in grande stato di rovina, ma estremamente suggestivi nel loro insieme. I soldi per il sostentamento vengono esclusivamente dalle donazioni dei fedeli.

Tra gli edifici,  appollaiati  tra le colonnine scolpite su davanzali di finestre aperte sul vuoto o dondolanti lungo le facciate dipinte un po’ scrostate, riparate all’ombra delle piante con i loro piccoli tra le braccia o intente a prendere il sole, centinaia di scimmiette, credo macachi, mi scrutano con curiositá. Stendo il braccio e pongo nella mia mano aperta una nocciolina. Subito una scimmietta si arrampica sulla mia schiena, leggera fin sopra la testa, e da lí stende la sua mano dalle dimensioni di neonato e con una delicatezza sorprendente accetta il mio dono. Pian piano si fanno coraggio e salgono su di me, sempre molto delicatamente, in quattro. Rassicurata faccio provare anche la mia bimba, eccitata e commossa.

Non ci sono molti turisti nell’area del tempio, fortunatamente é poco inserito negli itinerari dei gruppi, forse per paura di seccature legali in caso di aggressioni da parte delle scimmie. Questo contribuisce a dare un’aria ancora autentica a questo singolare complesso religioso, in cui si avverte una forte spiritualitá, complice anche lo scenario naturale molto suggestivo.

Entriamo nella piccolissima cella del tempio dove troneggia una statua del dio elefante Ganesh, e un sacerdote male in arnese dai lunghi capelli, a petto nudo e  con un telo un po’ logoro  a coprire le gambe, ci accoglie per una personale benedizione alla famiglia. Prima io e mio marito veniamo invitati a unire le mani destre davanti a noi e veniamo benedetti con ció che mi é sembrato  un fascio di piume di pavone utilizzate per aspergere acqua, mentre il sacerdote recita una lunga formula sacra in sanscrito. Poi traccia con due differenti impasti di polveri bianca e rossa dei segni sulla nostra fronte. Lo stesso viene fatto poi alla bimba. E’ una benedizione dell’ unione familiare e la ricevo con grande piacere, perchè credo che in fondo i buoni pensieri indirizzati su di noi abbiano una qualche sconosciuta efficacia.

Sicuramente invece la benedizione non é un’assicurazione contro gli infortuni, perché uscendo dalla bassa porta del tempio sbatto una di quelle testate contro l’architrave antico e bello duro, da avere un solenne bernoccolo ancora a distanza di parecchi giorni.

Il percorso all’ interno del complesso religioso va avanti sino ad incontrare l’ingresso di una gola tra i monti, in cui si vanno ad incastonare molti livelli di piscine sacre sovrapposte, alcune per gli uomini, altre per le donne, dove i fedeli (e talvolta le scimmiette) fanno un bagno purificatore, specialmente  in gennaio durante la festivitá del “Mankar Sankranti”, quando qui affluiscono folle di devoti.

L’ acqua,che sgorga da una pura sorgente delle montagne, é ritenuta dalla devozione popolare essere la stessa del Gange, dono del dio Gange ad un sant’uomo che con la meditazione si recava ogni giorno mentalmente al fiume sacro. La folla, durante l’ultima festivitá é peró stata cosí numerosa da intorbidire tutta l’acqua della piscina maggiore, cosí che con un sistema di pompaggio hanno dovuto svuotarla tutta e lasciare che si riempisse di nuova acqua fresca. Inoltre, ci spiegava il monkey boy, le acque della  piscina sono molto profonde e gran parte degli indiani  non sanno nuotare, cosí ci sono stati diversi affogati.

Nei 2 km di percorso verso l’uscita del tempio le scimmiette si disinteressano a noi; hanno imparato che le noccioline vengono dispensate di solito da chi arriva al tempio e non da chi se ne va.

San Francesco nel tempio indù

Ben diverso dal tempio delle scimmie, a Jaipur esiste un tempio indù di marmo bianco, Il Birla Mandir, costruito in epoca recente in onore di Vishnù da una famiglia ricca del luogo che voleva lasciare un segno di sè.

Il tempio è bello, perfettamente tenuto, lucido, il marmo fa la sua figura anche se forse lo rende un po’ freddo e meno affascinante dal mio punto di vista rispetto al tempio delle scimmie. La particolarità del Birla Mandir è che, pur essendo un tempio dedicato ad una divinità induista, vuole essere soprattutto un luogo di preghiera per coloro che sono in ricerca di Dio indipendentemente dal loro percorso religioso: le tre cupole sono diverse tra loro e richiamano rispettivamente l’architettura tipica di un tempio indù, di una moschea, di una chiesa cattolica, e nell’interno ci sono immagini anche di Confucio, della Madonna e persino di San Francesco, forse il santo cristiano più vicino all’idea della ricerca di Dio attraverso l’amore per la natura, anche se per San Francesco il creato è motivo di lode dell’amore del Creatore che rimane ben distinto, per la religione induista Dio stesso è immanente al creato.

Arrivederci Jaipur

E’ sera. Torno con il cuore e gli occhi pieni  di Jaipur al Rambagh  Palace Hotel, tutto illuminato;   tra i suoi giardini, solitario un musicista siede ad allietare il passeggio degli ospiti con uno strumento a corda tradizionale, vicino ad un grande cuore che è stato appena disegnato sull’erba con i petali di rosa, circondato da lumini.

I pavoni fanno la loro ultima sfilata prima di andare a dormire. Lo spettacolo della bellezza di Jaipur per me continua ancora questa notte e sento già una struggente malinconia all”idea di doverla salutare domani.  Arrivederci, perla rosa del Rajastan !

 

 

 

 

3 thoughts on “India – Jaipur, perla rosa del Rajasthan

  1. Che incanto!! Che magia di colori, di emozioni, di sapori! Un pò di invidia per il tuo viaggio… unica cosa che non mi piace è lo sfruttamento degli animali, checchè se ne dica. Ma hai fatto un tour davvero interessante, complimenti anche per le foto. Rendono in pieno l’atmosfera che hai trovato a Jaipur.

  2. L’importanza dei fiori nella religione induista e nella loro cultura è qualcosa che mi è sempre piaciuta moltissimo: non sono stata in India, ma anche a Kathmandu per strada c’erano decine di donne che vendevano fiori a palate, pazzesco!
    PS. che folle il maharaja a farsi un palazzo semisommerso per starsene in santa pace!

  3. L’India è uno di quei posti in cui ci si può perdere, un luogo in cui non si ritorna a casa come prima, ma molto più ricchi. Fra fiori, colori, profumi, non saprei cosa mi sia piaciuto di più, certo che tutto assieme crea quella atmosfera che solo in india. Bellissimo il vostro viaggio, immagino la gioia di tua figlia

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