India – gli haveli di Mandawa e Nawalgarh, da salvare prima che sia tardi

Probabilmente non avrete mai sentito parlare di Nawalgarh, nella regione dello  Shekhawati, a nord dell’India. Non è inclusa nei maggiori itinerari turistici, la sua fama è oscurata da Mandawa che è più organizzata in termini di ricettività, non è patrimonio Unesco e le guide non le dedicano molto spazio. Proveniendo da Pushkar  diretta a Mandawa, ho dovuto insistere per farmici portare  ed ho scoperto qualcosa che mi ha lasciato a bocca aperta per la bellezza e con un macigno nel cuore per quello che si sta correndo il rischio di perdere molto rapidamente.

Nawalgarh oggi è una città di circa 100.000 abitanti, senza attività economiche di rilievo, analfabetismo di quasi la metà della popolazione, con le strade sterrate strette e polverose e i rivoli delle fogne a cielo aperto, le case del centro storico via via abbandonate per anonime costruzioni moderne.

Però Nawalgarh non è sempre stata così. Da qui è passata per secoli la via della seta, crescendo generazioni su generazioni di abili mercanti signori dei broccati e delle pietre preziose. Come se questa abilità nel commercio si fosse iscritta nel DNA degli abitanti, per circa un secolo, tra il 1830 e il 1930 da questa città  erano emersi mercanti che avevano fatto fortuna nei commerci con l’Europa nelle grandi città indiane, rimanendo però sempre legati alla loro terra d’origine.

Così incominciarono a mandare somme sempre maggiori di denaro alle loro famiglie e poi decisero di mostrare la loro opulenza con la costruzione di magnifici palazzi nella loro città natale, dove tornarono ad abitare continuando  a gestire da lì i loro commerci.

Uno dopo l’altro sorsero nella piccola Nawalgarh  decine e decine di haveli, grandi palazzi di due o tre piani dalla tipica architettura a corte, che riprende elementi moghul ma ne è una originalissima evoluzione, la cui caratteristica è quella di essere completamente affrescati in ogni loro centimetro, all’esterno e all’interno.

Scendo dall’automobile e mi prende un tuffo al cuore per la meraviglia.  Ai bordi delle strade polverose, in gran parte abbandonate con portoni sprangati da assi di legno,  si stagliano facciate dipinte in parte diroccate o stinte dalla pioggia, ricoperte di calce bianca per dare un senso di moderno, ma tra tanto degrado resiste ancora un patrimonio artistico  straordinario, una delle cose più interessanti e originali che abbia visto in questa parte dell’India.

Non è solo arte, è una miniera di informazioni storiche, uno sconfinato museo a cielo aperto di cui ogni giorno si perde qualcosa per incuria, ignoranza, povertà.

I motivi dei dipinti sono i più vari immaginabili: ci sono dipinti religiosi, con Krishna e le altre divinità e tutte le loro storie, quelli che rappresentano la città,  gli usi e le feste dei suoi abitanti, gli animali che popolano la regione, eventi storici o fati memorabili, e persino curiosità dell’occupazione coloniale, come le sfilate dei reggimenti inglesi, o le novità tecnologiche del momento come la bicicletta degli esordi dalle grandissime ruote, che trova spazio a fianco dell’elefante.

Un mercante, che aveva avuto l’opportunità di vedere in Inghilterra i primi treni a vapore, descrive e fa riprodurre sulla propria casa questo nuovo portento.

Le facciate dipinte sono movimentate da balconi e colonnine che sorreggono archi decorativi. Gli haveli hanno un solo grande portone di legno che dà su un primo cortile, dedicato agli uomini, intorno al quale si stringono una prima cerchia di stanze su più piani, ed un secondo cortile che è di esclusiva pertinenza delle donne della famiglia; queste, che raramente uscivano di casa, avevano nel cortile il proprio regno, vi svolgevano i loro lavori ed avevano una vita sociale con le altre donne della famiglia estesa.

Gli architravi delle porte sono in molti casi finemente scolpiti nel legno. Le stanze disposte intorno al cortile sono spesso talmente numerose da permettere l’uso in estate o in inverno a seconda delle caratteristiche di esposizione e di areazione; in alcuni haveli ci sono perfino le cucine invernali e quelle estive; spesso la posizione delle finestre era accuratamente studiata per permettere una ventilazione naturale ottimale.

I tetti sono terrazze panoramiche dove godersi ancora una volta il fresco.

Vi è sempre una stanza con un altare di famiglia, a cui venivano quotidianamente offerti tributi di fiori, incensi e frutta.

E’  tipicamente presente al piano terra una sala destinata alle contrattazioni commerciali, che avvenivano seduti sui preziosi tappeti, mentre un grande pannello di stoffa pendente in verticale dal soffitto con una catena veniva continuamente dondolato avanti e indietro da un servitore bendato e con i tappi nelle orecchie perchè non potesse sentire e rivelare segreti commerciali.

Quando tutta la città era così, e le strade erano percorse da cavalli e carri riccamente decorati, che scaricavano le loro preziose merci dirette in tutto il mondo, arrivare qui doveva essere un sogno.

Una dei pochi haveli di Nawalgarh ad essere stato completamente ristrutturato e trasformato in suggestivo museo è il “Dr. Ramnath A. Podar Haveli Museum”. Il guardiano è preparatissimo e ha una gran conoscenza della storia del luogo, delle tradizioni passate e delle simbologie della religione indù raffigurate nei dipinti, tra cui molti tratti dall’epopea di Ramayana e Mahabarrata,

 

 Si entra attraverso un magnifico portone di legno intagliato e fin dal primo cortile si resta a bocca aperta. L’architettura del palazzo, che fu costruito nel 1902, è molto bella, i colori riemersi dal restauro vividissimi, alcuni arredi originali ancora presenti ed una collezione di oggetti che mettono a confronto le usanza delle varie caste e dei vari luoghi dell’India, come una stanza dedicata agli abiti nuziali, una dedicata ai turbanti, una ai gioielli con le pietre preziose del luogo, una ai modellini dei forti dei Maharajà nel Rajasthan e così via.

Al di là del museo, i pochi haveli che si sono conservati intatte sono stati trasformati in alberghi molto modesti o in edifici di rappresentanza, ma gli eredi dei mercanti costruttori, caduti economicamente in disgrazia, divisi da questioni ereditarie o semplicemente trasferiti altrove perchè questa zona non è più centro economico di rilievo, non hanno più interesse e forze a mantenere gli antichi haveli, privi della comodità moderna e molto costosi da ristrutturare. A volte è stato messo un anziano a loro guardia, che racconta ancora dei periodi dello splendore, come appreso tanto tempo fa dai suoi genitori e nonni.

Mi piange il cuore a vedere il catrame nero posto a coibentare nuovi tetti di cemento colare lentamente sui dipinti, i pezzi di intonaco cadere sulla polvere delle strade, un corteo nuziale dipinto sotto una finestra essere squarciato senza pietà dal buco del condizionatore appena installato, i cavi delle antenne avvinghiati a mazzi sulle figure delle facciate.

Bisognerebbe mappare tutti gli haveli di Nawalgarh, acquistare i tanti disabitati, restaurarli senza forse neanche eccessiva spesa, restituirli alla città, farli conoscere nel mondo.

Non esistono regole, non esiste controllo urbanistico, non esiste tutela per questo inestimabile tesoro che appartiene a tutta l’umanità. Dove sono le autorità indiane, dove sono le organizzazioni internazionali di tutela del patrimonio artistico?

Con questo senso di meraviglia e di tristezza sono arrivata a Mandawa. Questa cittadina più piccola, soli 20.000 abitanti, è però molto meglio organizzata.

Nonostante a mio parere il complesso delle haveli sia meno impressionante che a Nawalgarh, Mandawa è riuscita ad avere maggiore notorietà, diversi haveli sono stati recuperati come hotel o come ristoranti, molti restauri sono attualmente in corso (con relativa vendita di molti materiali ed arredi originali).

La piccola comunità si è in qualche modo organizzata con delle guide locali che parlano un po’ tutte le lingue, e il turismo inizia a girare,  porta un po’ di ricchezza in una citttadina estremamente povera, porta maggiore voglia di istruzione e di preservazione di quel patrimonio fonte di emancipazione. Tanto c’è ancora da fare, ma la situazione non è grave come a Nawalgarh.

A Mandawa alloggiamo nell’Hotel Castle Mandawa, un’ antica fortezza costruita nel 1755 da Nawal Singh Thakur, il sovrano Rajput di Nawalgarh e Mandawa,  per proteggere la rotta commerciale,  recuperata ad hotel di charme, con gli ambienti affascinanti che rispettano il loro stato originale. Il grande cortile interno con la piscina, le stanze con archi e i letti a baldacchino.

Unico neo è che probabilmente anche la polvere e lo sporco sono quelli originari e mai sono stati intaccati; i gestori sono tutti uomini, compresi coloro che svolgono i servizi, perchè sono musulmani e nella cultura musulmana indiana le donne non lavorano fuori casa.

Le guide non hanno studiato storia dell’arte, ma sono le più efficaci che possano esservi, perchè conoscono le storie tramandate di generazione in generazione, aprono scorci straordinari sulla vita quotidiana, ti fanno conoscere il figlioletto che gioca per strada, salutano il cane che è di tutti e che ti segue nel giro, ti portano nel negozio di stoffe della nonna, ti fanno trovare l’unico posto dove si vendono bottigliette sigillate di acqua, perchè gli abitanti del luogo non spendono certo soldi in bottigliette di acqua quando possono bere dai contenitori di acqua pubblica per strada che a noi costerebbero la vita.

Gli haveli hanno dei motivi comuni, ma sono uno diverso dall’altro e non fermarsi ai primi tre o quattro permette di scoprire nuovi particolari gustosissimi.

Così troviamo sul Gulab Rai Ladia Haveli delle scene erotiche del kamasutra dipinte sulla parte inferiore di una lunga balconata, che costringono i guardoni a camminare a testa in su; qualcuno in epoca più puritana di quella in cui furono dipinti, ha censurato con la vernice i dettagli più scabrosi, ma la cattiva qualità del ritocchino l’ha fatto scolare e sono riemersi i gioielli di famiglia come le nudità della cappella Sistina imbragate per volere del papa.

Sul Murmuria Haveli ci attende un potpourri di elementi decorativi tratti da culture orientali e occidentali mescolate in maniera surreale, come Krishna che fa pascolare le sue mucche in un tipico cortile inglese, una rappresentazione di Venezia , Giorgio V e Nehru a cavallo con la bandiera indiana, tra treni e auto d’epoca.

Il Goenka Doppia Haveli, con una facciata molto mossa, tutta balconi e colonnati, è ricco di dipinti di elefanti e cavalli in processione, e cortei di donne negli abiti tradizionali.

E’ interessante vedere come alcuni luoghi sono stati un po’ ritoccati per sembrare degli angoli di Pakisthan per le esigenze di Bollywood che qui ha girato numerosi film che in realtà dovrebbero essere ambientati nel più pericoloso Pakistan, dove l’architettura delle haveli tradizionali è molto simile.

Il tramonto visto dai terrazzi degli haveli dona colori d’oro a questa cittadina dalle strade di sabbia. I cani vanno a dormire, le strade si spopolano dai nugoli di bambini che le riempivano di vita nel giorno e il muhazin della nutrita comunità musulmana fa sentire il suo canto dalla moschea, in periferia.

Bellezza e decadenza si fondono davanti a me. Ripenso a Nawalgar e a ciò che sta inesorabilmente svanendo, e non riesco a rassegnarmi. Perchè ogni volta che muore un pezzo di bellezza e di storia nel mondo siamo più poveri tutti.

Vi lancio un appello:  diffondiamo le immagini di Nawalgarh, includiamola nei nostri viaggi in India, facciamo conoscere a tutto il mondo il rischio di irrimediabile perdita che  questi luoghi stanno correndo, scriviamo alle autorità indiane, all’Unesco. Facciamo vedere la forza del web.

 

 

6 thoughts on “India – gli haveli di Mandawa e Nawalgarh, da salvare prima che sia tardi

  1. Bellissima la tua richiesta di aiuto per Nawalgarth, abbandonata dalle autorità indiane ma soprattutto dalle fondazioni internazionali di tutela del patrimonio artistico e del territorio.
    Ho letto il tuo articolo e osservato le belle foto delle facciate degli haveli: capisco la tua tristezza 🙁
    Magari questo articolo, unito a quello di altri che andranno a visitare questa cittadina, potrà fare la differenza 🙂

  2. Bellissima città, i palazzi sono incredibili, che dettagli, che colori!
    Ho avuto una sensazione simile alla tua da poco, quando sono stata a Unnojuku nella prefettura di Nagano, è una post town risalente al periodo Edo meravigliosamente preservata, ma gli abitanti ormai anziani sono pochissimi, i visitatori anche si contano su una mano, mentre la visitavo ammirata pensavo: eh se un giono tutti se ne dovessero andare da questa zona remota cosa accadrebbe a questi magnifici edifici?

    1. sono andata a guardare le foto di Unnojuku, che bella, sarebbe davvero uno scempio se dovesse essere disabitata o “modernizzata”. Poi il Giappone è ricco, potrebbe trovare facilmente le risorse per preservare la sua cultura tradizionale.

  3. Questo articolo è un vero e proprio campanello d’allarme. Incredibile come ci si possa dimenticare così facilmente di un passato e di un’arte così sconvolgente. Ti ringrazio davvero di cuore per avermi mostrato una fetta di mondo che non conoscevo e per aver usato la tua voce per allertare tutti!

  4. Quanto dispiacere nel vedere trattati così dei pezzi di storia 🙁 Ti ringrazio per questo articolo così ricco di dettagli, storia, esperienza ed emozioni. Non conoscevo queste città e men che meno la storia degli haveli. Bellissimo!

  5. Non conoscevo la situazione di questi luoghi storici dell’India. Grazie per condividere sì foto e racconti, ma anche i problemi presenti.
    E’ indubbio che queste costruzioni siano magnifiche e andrebbero preservate!

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