India – Pushkar, città sacra e un po’ hippie

Pushkar é un luogo particolare, mezza montagna verde con il suo bel lago e mezza deserto, la seconda cittá piú sacra dell’India ma anche vivacemente hippie.

Arrivarci é già una piccola avventura, per lunghe strade che passano in mezzo ai villaggi affollatissimo e multicolori, dove, man mano che ci si avvicina alla meta, le mucche che pascolano nel traffico si affiancano sempre piú ad una quantitá impressionante di cinghialetti e a cammelli. Questi ultimi sono anche usati al posto dei cavalli o dei buoi come animali da traino per carri che trasportano generalmente enormi teli pieni di ció che mi sembra foraggio o grano.

Spesso fuori dai villaggi incontriamo donne col velo colorato portato anche sul volto e in testa otri metalliche di acqua potabile (almeno per loro).

Una volta incrociamo un corteo nuziale con musica suonata da una banda, sposo a cavallo sotto un baldacchino e uomini in costume stile maharaja che sembrano parte di una rievocazione storica; in un altro villaggio si sta addobbando una macchina per un matrimonio, ricoprendola interamente come un tappeto di fiori bianchi e rossi. I matrimoni qui sono affare molto serio nell’economia di una famiglia, perché vi si fanno spese folli, basti pensare che al banchetto nuziale si invitano  non meno di 2000 persone; scherzando la guida ci dice che é per questo che ci sono pochissimi divorzi.

Arriviamo a Pushkar, e un check point dove si paga una piccola tassa di ingresso e si dichiara di non portare cose impure come carne, uova e droghe, segnala che Pushkar non é un posto come gli altri, ma una cittá sacra e speciale, a cui ci si deve accostare con il dovuto rispetto.

Il vegetarianesimo qui è imposto d’ autoritá. Che poi le droghe piú o meno facilmente si trovino , visto l’alto numero di frequentatori alternativi, ma che sia impossibile trovare in tutta Pushkar una bistecca o, che so, un arrosticino o un’aletta di pollo, è una notazione interessante del valore relativo dato qui ai vari tipi di comportamenti che corrompono la purezza d’animo.

Pushkar è una cittadina piccola, 20.000 abitanti, distesa tutta intorno alle rive di un lago circondato da un lato dai monti e dall’altro dal deserto.

Eppure arrivano qui a centinaia di migliaia i pellegrini ed i visitatori da tutta l’India,  (e  molti post-hippies occidentali in cerca di una residua autenticitá), soprattutto nell’ottavo mese lunare, quando si svolge la fiera dei cammelli, che si contorna di spettacoli di incantatori di serpenti, maghi e cartomanti, danze e canti intorno al fuoco, e richiama sadhu veri e fasulli.

Anche senza festival, numerosi sono i santoni dalla lunga barba e dai succinti vestiti bianchi o arancioni, tra cui alcuni veri uomini di fede e di ricerca e molti altri sbandati o impostori, che solo gli abitanti del luogo sanno riconoscere. In genere, mi dice la guida, un bramino nato e cresciuto qui, i veri santi vivono piú appartati, tra i monti, raramente sono fissi in cittá e non chiedono le elemosina. Le persone del luogo li conoscono, vanno a trovarli e provvedono alla loro sussistenza, chiedono loro aiuto spirituale e preghiere.

Peró che faccia simpatica ha questo evidente falso santone, che fuma beato un sigaro e si fa fare felice un selfie esibendosi con gli spiccioli appena ricevuti in cambio della posa! Che poi, a pensarci bene, con che diritto possiamo giudicare chi è santo e chi è impostore, quando le vie della ricerca sono uniche per ciascuno, e anche Siddharta sperimentò cose ben diverse del mondo, prima della sua illuminazione?

A Pushkar ci sono 400 templi ufficiali, qualcuno dice mille se contiamo anche i piccoli altari nati dalla devozione familiare.

Ci sono quelli dedicati a Shiva e al suo linga, ovvero all’organo sessuale dispensatore di fertilità e abbondanza, ci sono quelli dedicati al simpatico Ganesh dalla faccia di elefante, che protegge anche le case sui loro portoni donando abbondanza, ci sono quelli dedicati all’implacabile furia distruttrice della dea Khalí, ci sono i templi antichi consumati dal tempo e quelli piú moderni con le aureole al neon che cambiano colore intorno alla divinitá.

Il tempio piú famoso, anzi, il Tempio per cui Pushkar é considerata così sacra è il Tempio di Brahma, unico tempio in tutta l’India dedicato al Dio Creatore della triade indù. Questo appare molto strano se ai pensa a quanto sia venerato il Dio creatore, anche attraverso il riconoscimento della sacralità immanente nel suo creato. Eppure anche da noi in fondo ci sono chiese dedicate ad ogni genere di santo, ma ben poche che hanno il coraggio di elevarsi direttamente intitolate “A Dio Creatore onnipotente”.

Ma qui Brahma é di casa. Lo stesso nome della cittá che deriva dalle parole mano e fiore, risale alla leggenda che il lago si sia formato formato dove cadde incidentalmente un petalo di loto da Brahma assorto in meditazione.

Si lasciano le scarpe, si sale una scalinata affollata di gente, il tempio non è spettacolare ma è antico (la struttura di marmo colorato attuale è del XIV secolo ma si pensa che le più antiche vestigia abbiano 2000 anni) e si assiste a scene di grande devozione, tra fiori e cerimonie sacre, all’ombra di cupole rosse e guglie svettanti. L’immagine di Brahma creatore dell’universo, con quattro volti e quattro braccia diretti ai punti cardinali, con in mano i simboli della visione cosmogonica indù, quali il recipiente delle acque primordiali, il tempo, la conoscenza, ed il sistema sacrificale che mantiene la vita nell’universo: una vera e propria summa teologica per immagini. Vietatissime le foto e le riprese, giustamente!

 Vi sono le lapidi  marmoree  non solo di induisti ma anche di musulmani e di alcuni occidentali che hanno voluto essere  ricordati qui. Ci sono le monete d’argento di conio inglese incastonate sul pavimento come decorazioni e ormai consumate dal tempo.

Sulla montagna vi ê anche il tempio dedicato alla prima moglie di Brahma, la dea Saraswati . Chi lo ha visitato dice che il panorama sul lago, sulla cittá e sul deserto vale la faticosa ascensione. Questa Saraswati secondo una leggenda sarebbe anche la colpevole dell’unicità del tempio di Brahma in tutta l’India. Infatti  Brahma, stufo di aspettare la moglie che si faceva bella per una cerimonia, decise di andarci con un’altra donna umana che poi sposò, e Saraswati furente lanciò una maledizione all’indirizzo di Brahma, che mai avrebbe potuto essere adorato pubblicamente fuori da Pushkar.

Al lago si accede attraverso 52 diverse scalinate di pietra bianca dette ghats, che formano piccoli moli con piscine sacre che permettono il bagno agli indiani che nella media non sanno nuotare. I gaths sono essi stessi luogo sacro e non vi si può passeggiare con le scarpe o scattare fotografie.   Lungo tutto il lago sui ghats si fermano devoti di ogni casta e di ogni età, che  si bagnano con grandi manate d’acqua o scendono nel lago per le abluzioni sacre (puja), le donne nei loro vestiti multicolori, i bambini e gli uomini spesso con un solo panno intorno all’addome. Il colore delle acque del lago, simile per intenderci al biondo Tevere, sconsiglierebbe chiunque dalla balneazione, ma a dispetto di ciò sembra che siano persino curative per la psoriasi.

Lungo le rive del lago bramini e santoni presiedono a suggestive cerimonie propiziatorie, ove piatti su cui sono depositati simbolici elementi vengono  offerti agli dei nelle acque del lago recitando mantra arcaici. Anche noi siamo stati benedetti così come famiglia, spargendo nel lago riso per l’abbondanza, zucchero per la dolcezza, fiori per la bellezza e l’armonia, e sulle nostre fronti sono stati tracciati segni di protezione con le polveri gialle e rosse. Il mantra che veniva recitato, vagamente ipnotico, anche se ad uso probabilmente turistico, era comunque suggestivo. Ho pensato che quei petali di fiori ricevuti dalle acque andavano a raggiungere le ceneri di Ghandi che proprio in questo lago sacro furono sparse, e questo ha reso per me sacro quel momento.

La sera, con le ultime abluzioni e i canti religiosi che chiudono la giornata, con il sole che tramonta dietro al lago tra i tetti di Pushkar, l’atmosfera è commovente. Fuori dalle scalinate sacre, la zona intorno al lago si anima e si riempie di allegra vita serale di una tipologia particolare.

Mentre un baba dalla lunga barba bianca, che la guida ci indica con rispetto come in odore di grande santità, guarda assorto l’orizzonte, e alcune mucche pascolano placide sulle rive sacre, dei suonatori di percussioni intonano ritmi sempre più veloci, che hanno una notazione tribale che richiama il vicino deserto.

Delle donne in costume nomade offrono di effettuare dei tatuaggi di hennè sulle mani. In pochi minuti trasformano la mano della mia bambina in un  effimero capolavoro artistico che durerà una settimana, scrivendo sull’altra mano, quale benedizione, la parola sacra per eccellenza, “Ohm”.

I ristoranti sulle terrazze delle case basse e colorate si stanno animando, offrono cibo vegetariano normale o “special”, cioè con aggiunta di un po’ di marjuana, ma anche tantissimi piatti italiani, perchè sembra che qui siano venuti a vivere molti nostri connazionali.

Le insegne  su molti portoni e botteghe rinviano a corsi di yoga, di meditazione, di cucina vegetariana, di danza indiana, per chi vuole venire qui ad immaginare a modo suo una vita o solo un momento diverso.

In questa città a misura d’uomo c’è tutto quello che può desiderare chi vuole cambiare vita: bellezza, senso religioso, un clima mite, un costo della vita tra i più bassi di tutta l’India. Qui sono più gli ostelli e i locali che non le case stesse, e i mercati coloratissimi e ricchi di  accattivanti merci artigianali, dai vestiti ai lavori in cuoio, ai gioielli di bigiotteria alle più raffinate lavorazioni di metalli preziosi e pietre dure, hanno i prezzi migliori in tutto il continente indiano, sempre che si abbia la pazienza di contrattare senza vergogna.

Tra un souvenir e l’altro, passeggiando compro anche un casco di banane, di cui la metà fa alla mia bimba, l’altra metà alle scimmiette che ci spiano dai tetti pronte a cogliere al volo l’occasione. E le bucce? Niente paura, ogni tanto passa una mucca che provvede a prendere  con la lingua dalle nostre mani l’ingombrante rifiuto.

All’altro capo della città inizia il semideserto, stanziano le carovane nomadi e gli accampamenti delle piccole agenzie che offrono cavalcate nel deserto a dorso di cammello e notti sotto le stelle in tenda. I cammelli sono tutti addobbati con selle multicolori da cui pendono pon-pon e tirano carretti con baldacchino che sembrano una tenda mobile,  e mutatis mutandis, ricordano un po’ i nostri carretti siciliani.

Insomma, Pushkar è davvero un mix fascinoso e genuino di elementi diversi, che non si può non vivere per conoscere un po’ meglio il particolare animo religioso degli indiani, ed è anche la prova che si possono ospitare flussi massicci di esseri umani senza snaturarsi e cedere alla modernità omologante.

 

 

3 thoughts on “India – Pushkar, città sacra e un po’ hippie

  1. Cammelli invece delle macchine, mucche in mezzo alla strada nelle vie, vestiti che noi usiamo a carnevale.. che spettacolo una coltura completamente opposto dalla nostra ma così meravigliosa e che anche a me piacerebbe un sacco visitare. Bellissime foto!

  2. che meraviglia il tuo post! Mi ha catapultato in una realtà a metà tra il kitsch e il sacro. Santoni che si fanno i selfie e il lago sacro dove sono state sparse le ceneri di Ghandi. Bellissime le foto in particolare quella del “santone” vestito di arancio. Complimenti.

  3. Incredibile come le persone che consideriamo nel nostro immaginario piu’ legate alla religione, siano anche cosi’ aperte verso il profano e la tecnologia. I cammelli me li aspettavo ma I selfie dei Santoni invece no ahaha. Complimenti per il racconto, una full immersion in una cultura molto diversa e anche molto ricca. E poi I tuoi scatti sono stupendi davvero!

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