Viaggiare ai tempi del coronavirus

La scuola è chiusa, il centro sportivo dentro la scuola è aperto, ciò che infetta pare sia studiare: mia figlia va in piscina e poi via, a diffondere tutti i potenziali agenti patogeni a casa della nonna quasi novantenne (unico soggetto davvero a rischio in questa storia), da cui è parcheggiata perchè con le scuole chiuse e gli uffici aperti i bambini non svaniscono nell’aria.

Persino Salvini non parla più di pericolo immigrati come priorità assoluta (e magari è la volta buona che i paesi del Mahgreb li chiudono loro i porti), Zingaretti (positivo al COVID-19)  a sua volta non parla più del pericolo Salvini, e questi sono entrambi effetti positivi del virus.

Passerà. E’ passata la peste, la spagnola, l’aviaria, la sars, passerà anche questa specie di influenza con il nome che sembra quello di una grintosa multinazionale: COVID-19. Ci lascerà purtroppo vittime, effetti economici di breve periodo ed effetti, come dire, filosofici di lungo periodo.

Intanto mettiamo dei puntini sulle i: il problema del nostro coronavirus non è che sia particolarmente malefico, poichè le sue percentuali di esiti letali sono del tutto assimilabili a quelli delle “normali” influenze virali che tutti ci becchiamo d’inverno; questo coronavirus è solo particolarmente funzionale alla sopravvivenza della sua specie, quindi particolarmente infettivo. Mettiamo che (do dei numeri a caso) un normale virus influenzale uccida il 2% di 10mila infettati, avrà fatto fuori 200 persone, se il coronavirus uccide l’1% di 10milioni di persone, ne avrà eliminato 100mila.

Quindi il problema è far infettare il minor numero di persone, o almeno farle infettare piano piano,in maniera che il sistema sanitario riesca a reggere il colpo, perchè tutti i sistemi sanitari sono tarati su un numero controllato di pazienti, in base alla nostra fortunata esperienza dal dopoguerra in poi.

Per infettarci piano piano, è necessario che interagiamo piano piano, che viviamo ai ritmi di un bradipo, perchè il concetto è che se si tiene basso il metabolismo collettivo, anche il coronavirus si dà una calmata nel suo viaggiare freneticamente. Questo abbassamento del metabolismo collettivo però, è particolarmente difficile in un villaggio globale, in un mondo in cui, per fare un esempio,  anche i soli abitanti di Codogno hanno rapporti con il resto del mondo tali da apparire milioni.

Una leggenda narra di un ambasciatore persiano che regalò al faraone  un gioco degli scacchi, fino ad allora sconosciuto in Egitto. Il faraone ne fu così entusiasta che gli accordò di scegliere qualsiasi ricompensa. Il persiano chiese di avere un chicco di riso sulla prima casella, due sulla seconda, quattro sulla terza, e così via raddoppiando per ogni casella. Il faraone si mise a ridere pensando alla pochezza di quel desiderio, ma poi si rese conto che per onorare la promessa non sarebbe bastato il raccolto di tutto l’Egitto. Infatti 1+2+22+23+24+…+263   = 18.446.744.073.709.551.615. Ecco,immaginiamo che il primo chicco di riso sia il malato 1, e che ogni malato infetti anche solo 2 persone, ed ecco qui le cifre dell’epidemia.

Immagine tratta da Michigan Future Inc.

La chiusura è la naturale reazione di fronte alla minaccia, ed esplode il desiderio di sbarrare le frontiere, le porte delle città, le porte di casa, in un rigurgito di medioevo che mostra tutta la fragilità di questo villaggio globale.

La nostra normalità, a cui non diamo il valore che merita perchè è data per scontata, non è più una certezza: la scuola, il teatro, il ristorante, l’ufficio, i rapporti sociali, la libertà di movimento.

Ecco, a me manca enormemente la disponibilità del mondo intero,  per una viaggiatrice come me l’idea di essere impedita potenzialmente a raggiungere ogni angolo della terra, di poter essere rifiutata nei luoghi in cui sono stata e che amo, mi fa soffrire di claustrofobia, come una persona abituata a vivere in una villa con parco ed improvvisamente costretta ad abitare in un monolocale, sia pure di lusso come l’Italia.

Serve illudersi di fermare questo contagio chiudendo le frontiere, annullando voli e treni, imponendo quarantene? Non lo so. Forse in fase iniziale sì, perchè certo rallenta l’espandersi dell’epidemia nelle zone ancora del tutto  indenni, ma  quando il coronavirus avrà raggiunto un luogo e avrà cominciato a riprodursi, cosa inevitabile vista l’asintomaticità dell’incubazione, la chiusura delle frontiere mi appare del tutto inutile.

Questo la Francia, pur tra gli odiosi spot commerciali antitaliani, lo ha compreso quando ha riaperto le frontiere, tanto ormai il coronavirus è arrivato dentro. Che poi il contagio in Italia arrivi proprio da lì o dalla Germania , non ha grande importanza, se non per un fatto di puntiglio sulla primogenitura degli untori.

Gli Italiani sono un popolo di grandi viaggiatori, ma non di imprudenti menefreghisti. E non siamo il Paese con più casi di infezione, siamo solo un Paese che ha preso molto sul serio la questione ed ha attuato delle misure severe e una comunicazione trasparente nella consapevolezza che di fronte alle epidemie l’umanità è sulla stesa barca. Solo che siamo anche un Paese che vive di terziario, e questa vicenda ci danneggia molto più di altre nazioni.

Rispetto ai viaggi, le precauzioni secondo me dovrebbero essere allo stato attuale in due sensi opposti: per un turismo rispettoso ed etico, non andare in zone dove l’incidenza del contagio è minore, perchè con la mia maggiore esposizione nel Paese di provenienza aumenterei il rischio della diffusione del virus in quei luoghi. E per rispetto al mio Paese non andare in zone dove l’incidenza del contagio è maggiore, perchè potrei riportare a casa il coronavirus con maggiore probabilità.

Ma se il numero degli ammalati è uguale nel luogo A e nel luogo B, e quindi la probabilità che sia sana o contagiata al momento della partenza e del ritorno non varia da A e B,  non vedo perchè non dovrei spostarmi dall’uno all’altro, adottando uno stile di viaggio prudente, come lo spostarmi in macchina ed evitare di visitare luoghi affollati. Per il resto, vale il principio espresso in “ti aspettavo qui per oggi a Samarcanda, eri lontanissimo tre giorni fa…”

Se  tanti meravigliosi luoghi nel mondo hanno momentaneamente, e in gran parte immotivatamente, chiuso i loro aeroporti all’ Italia, o sospeso i visti, o introdotto una quarantena obbligatoria incompatibile con le durate dei viaggi di turismo, io consiglio in questo momento di riscoprire il nostro Bel Paese, rifugiandoci soprattutto nella natura che per bellezza e varietà non ha rivali al mondo, nei siti archeologici che permettono di stare all’aperto mantenendo distanze di sicurezza.

E questa estate? Non ci sono evidenze che il coronavirus svanisca o si affievolisca con il caldo, ma non ci sono nemmeno evidenze in senso contrario. Ora che è il momento di incominciare a pensare ai viaggi estivi, prenotare in autonomia con operatori locali di paesi lontani diventa un terno al lotto, a meno di non scegliere soluzioni in cui è garantito il recesso.

Si può tentare con le polizze “all risks” ma attenzione, se qualcuna  prevede il recesso per epidemie localizzate, nessuna assicura le contro le conseguenze di una pandemia dichiarata dall’OMS, e non è detto che, con la diffusione incipiente in Africa ed in America, non si stia andando verso un’ammissione di stato di pandemia.

Ricordiamoci che, se per ordine di autorità (italiana) o per forza maggiore  (compresi gli ordini di autorità straniere), un tour operator annulla un viaggio, per la vigente normativa che regola il settore turistico al cliente è dovuta la rifusione dell’intera spesa sostenuta, sia pure senza indennizzi. Ugualmente se un volo aereo è soppresso la compagnia deve risarcirne interamente il costo, e non può limitarsi ad offrire voucher sostitutivi.

E poi nulla vieta di continuare a viaggiare anche ora con la fantasia, con la mente e con la tecnologia che ci permette di essere partecipi di luoghi lontani anche stando davanti ad un computer. Un po’ come fece Salgari,che compì viaggi fantastici con la sua penna descrivendo luoghi selvaggi d’oriente senza mai allontanarsi dalla sua città,  o come fa mia mamma, che ormai molto anziana non può più viaggiare, ma ha imparato a navigare su internet, e a volte decide di andare in India, o in Cina, o in Australia, e inizia a scaricare notizie, racconti, fotografie, filmati, immergendosi in una vera avventura.

Invece, strano da credere, le limitazioni alla circolazione mondiale ed il calo del turismo globale hanno dimezzato le visualizzazioni dei siti che parlano di viaggi, come i travel blog, quasi che il lontano sia tornato lontano e anche l’interesse per le altre culture, il desiderio di scoperta che è ciò che rende l’uomo grande, stia circoscrivendo i propri orizzonti.

Non cadiamo in questa trappola, leggiamo racconti di viaggio, continuiamo a guardare oltre, coltiviamo la nostra curiosità con i mezzi che abbiamo. E continuiamo a sognare e pianificare viaggi.

Perchè passerà, non sappiamo quando ma passerà, questo è sicuro, e ci lascerà molta piu’ consapevolezza di quanto è bello essere liberi di viaggiare per il mondo intero.

 

5 thoughts on “Viaggiare ai tempi del coronavirus

  1. Sono completamente d’accordo e potrei tranquillamente fermarmi qui. Non sapevo finora come definire questa apatia che mi ha colpito, ma trovo che tu ci sia riuscita benissimo: più che apatia in effetti è claustrofobia. Non sapere cosa succederà nei prossimi giorni, non sapere se si riuscirà a partire per i prossimi viaggi programmati. Anzi, nel mio caso praticamente è una quasi certezza quella di non partire per impossibilità di accedere all’aeroporto e per il rischio di quarantena una volta arrivati a destinazione.
    In questi giorno stavo anche pensando: ha senso continuare a scrivere un blog di viaggi in queste settimane? Poi mi sono resa conto che ha senso, almeno per due motivi per quanto mi riguarda. Per ricordare i viaggi fatti anche in passato e raccontarli, facendoci così di nuovo vivere un viaggio, e leggendo i racconti di viaggi degli altri perché in questo modo si può continuare a sognare.
    Buona domenica e scusa il “pippone” 😉

    1. Io penso che abbia un senso più che mai continuare a scrivere il blog, per regalare cose belle a tutti, anche se solo virtuali.

  2. La tua analisi è lucida e razionale per cui sono d’accordo su ciò che scrivi.
    Ma personalmente non me la sento di spostarmi nemmeno su suolo italiano perché ormai non c’è più una regione che non sia “toccata” dal coronavirus e soprattutto non ho elementi per sapere se potrei essere io l’eventuale contagiata essendo stata all’estero 15 giorni fa.
    Non mi è però chiara una cosa: come mai la piscina che frequenta tua figlia è ancora aperta? Qui per precauzione molti impianti sportivi sono stati chiusi in attesa di tempi migliori e nel frattempo sanificati.

    1. Ti capisco, i dubbi e le incertezze sono tanti. io avrei tanta voglia di ritirarmi un po’ a fare smartwork nella casetta in campagna, lontana da tutti ma in mezzo alla natura. Quanto alla piscina, non ho parole, qua a Roma sono tutte aperte (sarà per il cloro?) perchè la federazione nuoto non ha dato istruzioni specifiche, invece ad es. per la pallacanestro la stessa palestra è chiusa perchè la federazione si è pronunciata.

  3. Sempre bello leggerti, cuginetta. Un abbraccio e un bacio grande a voi tutti e alla tua mamma ❤

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