Sulla cima del mondo: Monte Everest, Kalapathar quota 5545

L’Everest è il  gigante guardiano del pianeta terra, il simbolo della sacralità e della grandezza della natura in cui l’uomo si perde, ma nello stesso tempo la prova di quanto i concetti di grandezza siano relativi, poichè la sua maestà si assottiglia salendo nello spazio fino a perdersi, bambino tra maggiori giganti.

Sembra immobile ma ha tremato anche lui nel terremoto terribile,  scuotendo al suolo come una formica insignificante il campo base umano addentellato alle sue pendici.

L’Everest esercita su di me un fascino come nessun altro luogo al mondo. Lui semplicemente sta, osserva con distacco il tempo che passa, ma forse il tempo passa anche per lui, che soffre di questa strana epoca in cui gli uomini non sanno più stare al proprio posto, non riconoscono più sacralità, scalano in massa vette che dovrebbero restare inviolabili, buttano rifiuti e violentano quella purezza millenaria. Non ci avevo mai pensato, ma ho letto ad es. di quanto sia diventato serio il problema delle tonnellate  e tonnellate di escrementi, che certo non possono essere smaltiti tra i ghiacciai.

Per questo non ho aderito ad una delle ormai innumerevoli proposte di trekking che arrivano, magari con tutti i bagagli portati dagli sherpa, con varie tappe di adattamento sino al campo base,  dove i turisti dormono, comprano, scartano,  e scaricano un po’ di schifezze prima di ripartire soddisfatti.

Però non volevo rinunciare a vedere da vicino, sia pure per pochissimo tempo  e senza invaderlo, il mio caro gigante, quasi ad abbracciarlo. La scelta è stata di arrivarci in elicottero, e tornare giù in giornata senza produrre rifiuti.

Sono in apprensione per il meteo: in caso di foschia , pioggia, vento, gli elicotteri non si alzano in volo, sarebbe pericolosissimo ed ovviamente inutile, visto lo scopo del viaggio. Ma il cielo si è aperto, la giornata è bella, via libera al volo!

L’appuntamento è all’aeroporto di Kathmandu all’alba. Nonostante qui la temperatura sia primaverile, non possiamo essere sprovveduti: sopra i 5000 m. è tutta un’altra storia! Così  abbigliamento tecnico a cipolla su gambe e corpo e sopra piumone da -30 gradi, guanti, sottogola e cappuccio di lana, e quelle piccole tavolette chimiche che scaldano le mani per un po’ di ore in caso di necessità.

Si passano i controlli, si finisce tutti sul pesapersone, perchè l’elicottero deve bilanciare accuratamente i carichi a destra e a sinistra. Il volo è solo per noi tre, me, mio marito e la bambina, scelta un po’ costosa ma la consiglierei perchè il bello del viaggio sta nel poter ammirare durante tutto il percorso lo svolgersi delle grandi catene himalayane dal finestrino, e doversi alternare con i posti centrali sarebbe un vero peccato. Il pilota  è esperto con tantissime ore di volo alle spalle, ed è presente anche un copilota, mi sento sicura.

Nepal everest view point

Ho solo una certa ansia per quali possono essere gli effetti dell’altitudine raggiunta così velocemente su tre persone non allenate, tra cui una bambina di 6 anni. Infatti ho sentito opinioni diverse, e mi sono fatta l’idea che, in una persona sana, la reazione sia estremamente soggettiva, da chi non avverte sintomi a chi invece si trova ad accusare malori, vomito, tachicardia, ma gli organizzatori nella loro esperienza mi hanno assicurato che per ogni evenienza sono a disposizione le bombole di ossigeno,  e la permanenza è così breve da non dover creare disturbi.

Indossiamo le cuffie per comunicare, check e poi ci si alza in cielo con la nostra libellula meccanica. Sorvoliamo i la valle di Kathmandu, poi in un attimo arrivano le catene montuose, dapprima brulle, poi maculate dai ghiacci, quindi un oceano di vette candide si stende impressionante sotto di noi. Sono i celeberrimi 7000 ed 8000 metri che non riesco ad identificare; il pilota con pazienza ce li indica uno per uno. Non importano tanto i nomi, quanto lo spettacolo straordinario mai visto prima d’ora.

nepal

Atterriamo per una prima pausa di acclimatamento all’Everest View Point, sulla Everest Base Camp trekking route, a 3880 m. C’è un hotel con un ristorante, e l’unico punto di rifornimento di carburante per gli elicotteri che riempiono le loro taniche. La vista nei momenti di sereno è molto bella, e è possibile con lo sguardo che spazia su Everest, Lhotse, Pumori Taboche, Ama Dablam. Nonostante il paesaggio sia meraviglioso, il cielo però non è ancora completamente scoperto dalla nebbia che caratterizza le prime ore del mattino tanto da permettere una vista ottimale.

Compro una patch con il Monte Everest da aggiungere alla mia collezione di pecette di stoffa raccolte ai quattro angoli del mondo, che prima o poi troverò il coraggio di attaccare su una valigia che giudicherò abbastanza longeva. Pago il ticket per l’entrata nel parco Nazionale dell’Everest, sacrosanto contributo alla preservazione dell’area himalaiana.

nepal everest

Fa decisamente freddo, qui. Sarà suggestione, o mi inizia a battere il cuore un po’ più forte per  l’aria rarefatta?

45 minuti dopo dopo, si torna a bordo. Ora si sale per davvero. A Giulia viene fatta indossare precauzionalmente la maschera dell’ossigeno, difatti lei è la più vivace di tutti per il resto del viaggio.

L’elicottero sorvola alcuni villaggi sherpa, un monastero buddhista irraggiungibile tra le cime dei monti, splendido e doppiamente sacro in quel contesto naturale. Poi  passa sopra al Campo Base, si scorgono poco più che i puntini rossi delle tende che paiono insignificanti sui fianchi dell’Everest.

 

nepal himalaya

Atterriamo un po’ più su, nell’ultimo punto accessibile prima di iniziare le scalate vere e proprie, la vetta del Kalaphatar, altitudine 5545 m., uno spunzone scuro di roccia ai piedi dell’impressionante parete sud del monte Pumori (7.161 m).

Non c’è niente qui, una piccola spianata per poter atterrare sulla cresta spazzata dal vento,  bianco a 360 gradi, cime che si stagliano immense nonostante le ammiriamo già da un’altitudine considerevole. Unico segnale umano, delle bande di stoffa colorate appese a un palo con i mantra buddhisti impressi su, splendide preghiere abbandonate al tutto della natura.

Dietro, eccolo, è lui, l’Everest, magnifico nel cielo che ora si è aperto, insieme a tutti i suoi regali fratelli allineati davanti a me. Lo spazio della commozione, di qualche foto,  di più di un pensiero di gratitudine alla madre terra e a Dio creatore, e nel tempo di una decina di minuti l’aria inizia a mancare.

Nessuna sensazione sgradevole, solo una certa curiosa ilarità da mancanza di ossigeno e una rilassata, serena stanchezza. Qualche minuto in più, ed è tempo di andare. Mi ero ripromessa di fare molte foto nel viaggio di ritorno, e invece mi trovo a chiudere gli occhi come una bambina e a dormire. Ogni tanto mi sveglio, mi dico “ma che caspita faccio? Come mi viene in mente di dormire in un posto così!”, nemmeno il tempo di finire il pensiero e mi riaddormento.

Nepal everest

Mi risveglio a Kathmandu, e non so se sia più irreale la cappa di smog di qui o l’abbacinate candore delle montagne che ho appena salutato. Certo so che porto nel cuore un ricordo indelebile di tanta magnificente bellezza.

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