La visita alla Chengdu Panda Base è il momento più atteso del viaggio a Chengdu, perchè il Sichuan è per definizione la patria dei panda, ma il meteo oggi non ci aiuta.
La pioggia cade fitta sugli alberi e trasforma i viali in nastri lucidi. Camminiamo sotto gli ombrelli, fra bambù gocciolanti e visitatori che cercano riparo, chiedendoci se proprio oggi i panda decideranno di rimanere nascosti.
Ci dice la guida che i panda giganti soffrono il caldo e nelle giornate estive più afose preferiscono rifugiarsi negli ambienti climatizzati. Con la pioggia e una temperatura più mite, alcuni potrebbero essere più invogliati a stare all’aperto: seduti con la schiena appoggiata a un tronco, distesi su una piattaforma o completamente assorbiti da un mucchio di bambù.
All’inizio ci illudiamo che sia così, ma quando incomincia proprio a diluviare, i panda sono abbastanza intelligenti da rintanarsi, e a quel punto non resta che guardarli da dietro i vetri, dove comunque c’è l’opportunità di osservarli più da vicino e di accostarsi anche ai cuccioli.
I panda sono delle star da queste parti. Li avevamo già incontrati ovunque a Chengdu, sotto forma di dolci, peluche, insegne, statue monumentali e persino gigantesche sculture aggrappate ai palazzi.

Ma alla Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding il simbolo della città torna a essere ciò che è realmente: un animale raro, vulnerabile e sorprendentemente specializzato, sopravvissuto grazie a un equilibrio delicatissimo fra evoluzione e conservazione.
La Chengdu Panda Base: non uno zoo qualsiasi
La Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding si trova nella parte settentrionale della città, immersa in un grande ambiente verde che cerca di riprodurre i boschi umidi e montani del Sichuan.

Bambù, laghetti, sentieri ombreggiati e recinti alberati attenuano l’impressione di trovarsi all’interno di una metropoli con milioni di abitanti.
La Base fu fondata nel 1987 e iniziò la propria attività con appena sei panda giganti salvati in natura. Da quel piccolo nucleo è nato uno dei maggiori centri mondiali per l’allevamento, la ricerca scientifica e l’educazione alla conservazione del panda gigante. Ospita anche panda rossi e altre specie rare originarie della Cina.
Non è soltanto una delle attrazioni più visitate di Chengdu. È un centro nel quale si studiano la riproduzione, la genetica, l’alimentazione, il comportamento e le malattie dei panda, con l’obiettivo più ampio di proteggere la specie e il suo habitat.
La distinzione è importante: osservare un panda in cattività può sembrare una semplice esperienza turistica, ma dietro ogni recinto si trova una storia di ricerca, assistenza veterinaria e cooperazione internazionale.
Il panda gigante: un orso costruito intorno al bambù
Il panda gigante, Ailuropoda melanoleuca, appartiene alla famiglia degli orsi. Il suo corpo bianco e nero è diventato talmente familiare da farci dimenticare quanto sia insolito.
Le macchie scure intorno agli occhi rendono il suo sguardo immediatamente riconoscibile; le orecchie nere sembrano rotonde applicazioni di velluto; il corpo massiccio contrasta con movimenti spesso lenti e quasi comici. Ma ogni caratteristica risponde a una precisa necessità biologica.

Il panda possiede denti robusti e potenti muscoli mascellari per frantumare fusti fibrosi. Sulle zampe anteriori ha una particolare estensione dell’osso del polso, il cosiddetto falso pollice, che gli permette di afferrare il bambù e ruotarlo con una destrezza sorprendente.
Seduto come una persona, stringe il fusto fra le zampe, lo esamina, elimina le parti meno gradite e porta alla bocca un pezzo dopo l’altro. Il rumore del bambù spezzato accompagna tutta la visita.
Mangiare, dormire e ricominciare
Il panda gigante appartiene all’ordine dei carnivori e conserva un apparato digerente relativamente semplice, poco efficiente nell’assimilare la cellulosa. Eppure la sua dieta è composta quasi interamente da bambù.

Il risultato è una vita organizzata intorno al cibo. Poiché dal bambù ricava poca energia, deve consumarne grandi quantità e trascorre molte ore della giornata mangiando. Il resto del tempo serve soprattutto a riposare e limitare il dispendio energetico.
Alla Base vediamo arrivare fasci di bambù freschissimo. Non ogni parte viene accettata: i panda scelgono foglie, germogli o fusti anche in base alla specie e alla stagione. Ciò che ai nostri occhi appare identico viene annusato, manipolato e sottoposto a una selezione meticolosa.
In cattività la dieta può essere integrata con alimenti appositamente preparati, spesso chiamati panda cake o wowotou. Le ricette variano secondo il centro, l’età e le necessità nutrizionali dell’animale e possono comprendere cereali, riso, soia, uova, sali minerali o altri ingredienti. Non sostituiscono il bambù: servono a completare un’alimentazione che rimane fortemente specializzata.
Questa precisazione è utile anche per comprendere i severi divieti imposti ai visitatori. Dare a un panda un alimento non previsto, gettare oggetti nel recinto o cercare di richiamarne l’attenzione non è un gesto innocuo. Può alterarne il comportamento o danneggiarne la salute.
Perché il panda è bianco e nero?
Il colore del panda ha alimentato molte interpretazioni. Secondo una delle ipotesi scientifiche più convincenti, le parti bianche aiuterebbero a confondersi con la neve, mentre quelle nere offrirebbero mimetismo nelle zone d’ombra dei boschi. Le marcature scure del muso e delle orecchie potrebbero inoltre avere una funzione comunicativa: rendere riconoscibili gli individui o mostrare aggressività nei rari incontri ravvicinati.

Le leggende cinesi propongono spiegazioni più poetiche. Una di esse racconta che un tempo i panda fossero completamente bianchi. Dopo la morte di una giovane pastorella che aveva cercato di salvarne uno, gli animali parteciparono al lutto secondo l’usanza locale, strofinandosi sugli occhi con le zampe annerite dalla cenere. Toccandosi poi orecchie, spalle e corpo, avrebbero creato per sempre le macchie nere del loro mantello.
È una storia triste, ma rivela il modo in cui il panda è entrato nell’immaginario cinese ben prima di trasformarsi in un’icona mondiale.
Animali solitari con un ottimo senso dell’olfatto
L’aspetto morbido e rassicurante induce a immaginare i panda come animali socievoli. In natura, invece, conducono un’esistenza prevalentemente solitaria. Ogni individuo si muove all’interno di un proprio territorio e comunica attraverso odori, vocalizzazioni e segni lasciati sugli alberi.

L’olfatto è fondamentale per riconoscere sesso, età, disponibilità riproduttiva e identità di un altro panda senza incontrarlo direttamente. La vista, al contrario, non è il loro senso più sviluppato.
Possono arrampicarsi con abilità e i piccoli cercano spesso rifugio sugli alberi. Sanno anche nuotare. La loro andatura apparentemente goffa non deve trarre in inganno: un panda adulto possiede forza, denti e artigli da orso e non è un gigantesco peluche da avvicinare.
La difficile nascita di un panda
La riproduzione costituisce uno degli aspetti più delicati della conservazione. La femmina è fertile soltanto per un brevissimo periodo dell’anno e non tutte le coppie si riproducono spontaneamente in cattività. Per questo i centri specializzati studiano attentamente ormoni, comportamento e compatibilità genetica.

Dopo la nascita, il contrasto fra madre e cucciolo è impressionante. Un panda appena nato è rosa, quasi privo di pelo, cieco e minuscolo rispetto alla madre: generalmente pesa poco più di un centinaio di grammi, mentre una femmina adulta può superare i cento chilogrammi. È uno dei rapporti più sproporzionati fra peso materno e peso neonatale osservabili nei mammiferi placentati.
Quando nascono due gemelli, cosa non rara, la madre in natura spesso non riesce ad accudirli entrambi. Nei centri di riproduzione gli operatori possono alternare i piccoli, affidandone uno temporaneamente alle cure umane e restituendolo poi alla madre. Lo scambio permette a entrambi di ricevere latte materno e attenzioni, anche se richiede esperienza e controllo continuo.
Le nursery sono per questo fra gli spazi più cercati dai visitatori. Vedere i piccoli addormentati, o impegnati nei primi tentativi di camminare, suscita tenerezza; ma racconta anche quanto lavoro scientifico sia necessario dietro un’immagine apparentemente spontanea.
Un animale vulnerabile, non più “in pericolo” ma tutt’altro che salvo
Nel 2016 l’Unione internazionale per la conservazione della natura ha modificato la classificazione del panda gigante da Endangered, “in pericolo”, a Vulnerable, “vulnerabile”. Fu una notizia importante e il riconoscimento di decenni di protezione delle foreste, creazione di riserve e riproduzione controllata.
Non significa, però, che il panda sia fuori pericolo. In natura ne sopravvivono circa 1.800–1.900, distribuiti soprattutto nelle montagne delle province di Sichuan, Shaanxi e Gansu. La maggioranza vive nel Sichuan, ma non è corretto suddividere la popolazione usando percentuali nette fra “Sichuan”, “Cina meridionale” e “resto del mondo”: il panda gigante selvatico vive esclusivamente in alcune aree montane della Cina centro-occidentale.
La minaccia principale non è più soltanto la caccia. È la frammentazione dell’habitat. Strade, coltivazioni, insediamenti e infrastrutture possono separare piccole popolazioni, rendendo più difficile l’incontro fra individui e riducendo la diversità genetica. Anche il cambiamento climatico potrebbe modificare la distribuzione delle specie di bambù dalle quali dipendono.
Proteggere il panda significa quindi proteggere intere foreste montane, con tutte le altre specie animali e vegetali che vi abitano. La sua straordinaria popolarità funziona come un ombrello: salvando lui si salvaguarda un ecosistema molto più vasto.
Il terremoto del Sichuan e le basi dei panda
La storia recente dei panda del Sichuan è segnata dal terribile terremoto del 12 maggio 2008, di magnitudo 7,9–8,0, che ebbe l’epicentro nella contea di Wenchuan. Il bilancio ufficiale superò le 80.000 vittime fra morti e dispersi e intere comunità montane furono distrutte.
Il sisma colpì duramente anche la riserva di Wolong e la vecchia base di Hetaoping, danneggiando recinti, edifici e vie di accesso. Un panda morì e altri animali dovettero essere trasferiti in diverse strutture.
È importante non confondere quel centro con la Chengdu Panda Base che stiamo visitando. Entrambi appartengono alla grande rete di conservazione del Sichuan, ma sono istituzioni e luoghi differenti. Dopo il terremoto, a Wolong fu costruita la nuova base di Shenshuping, più ampia e progettata secondo criteri antisismici.
Anche questa vicenda mostra quanto la sopravvivenza di una specie possa dipendere da eventi improvvisi: non soltanto dalle scelte dell’uomo, ma dalla fragilità geologica delle montagne nelle quali vive.
Il panda rosso: il primo animale chiamato “panda”
Poi, fra rami bagnati e foglie, compare una creatura completamente diversa. Ha il corpo snello, il mantello color rame, le zampe scure, il muso bianco e una lunga coda ad anelli. È il panda rosso, o panda minore.

Non è un cucciolo di panda gigante e, nonostante il nome, non è neppure un orso. Appartiene alla famiglia degli Ailuridae, della quale rappresenta l’unico membro vivente. Il panda gigante è invece un urside.
Il panda rosso fu descritto scientificamente nel 1825, quasi mezzo secolo prima del panda gigante, e ricevette per primo il nome di “panda”. L’origine del termine non è del tutto certa; una delle ipotesi lo collega a una parola nepalese riferita alla sua abilità nel mangiare il bambù.
Quando il grande animale bianco e nero divenne famoso, fu chiamato “panda gigante” proprio per alcune somiglianze con quello rosso: la dieta basata sul bambù e il falso pollice utilizzato per afferrarlo. Queste caratteristiche, tuttavia, sono il risultato di adattamenti simili e non di una stretta parentela.
Una coda che è sciarpa, coperta e bilanciere
Il panda rosso è più piccolo di quanto le fotografie lascino immaginare. Il corpo ha dimensioni simili a quelle di un grosso gatto domestico, ma la lunga coda aggiunge quasi mezzo metro alla figura.

La coda svolge più funzioni. Aiuta l’animale a mantenere l’equilibrio quando si muove sui rami e, nelle notti fredde di montagna, viene avvolta intorno al corpo e al muso come una coperta.
Anche le piante delle zampe sono ricoperte di pelo, adattamento utile per camminare sulla neve e conservare calore. Gli artigli semiretrattili e le caviglie estremamente mobili gli permettono di scendere dagli alberi a testa in giù, capacità rara fra i mammiferi.
Alla Base è più mobile e imprevedibile del panda gigante. Può apparire per un momento su una passerella, attraversare rapidamente un ramo e scomparire nel fogliame. La pioggia intensifica il rosso del mantello e il verde della vegetazione: sembra un piccolo fuoco che corre fra gli alberi.
Anche il panda rosso mangia bambù, ma non soltanto
Come il panda gigante, anche il panda rosso appartiene all’ordine dei carnivori ma basa gran parte della propria alimentazione sul bambù. Può mangiare inoltre frutti, bacche, radici, fiori, uova e piccoli animali.

È attivo soprattutto nelle ore più fresche, al crepuscolo e durante la notte. Riposa spesso disteso sui rami, con le zampe penzolanti oppure con la coda avvolta intorno al corpo.
Il suo aspetto vivace non corrisponde a un temperamento domestico. È un animale prevalentemente solitario e territoriale, che comunica attraverso odori e suoni delicati. Se minacciato può alzarsi sulle zampe posteriori: una postura che sembra comica, ma serve a mostrarsi più grande e a prepararsi a colpire con gli artigli anteriori.
Il più piccolo è quello che rischia di più
Il panda rosso riceve molta meno attenzione rispetto al vicino bianco e nero, ma la sua condizione è più grave. È classificato dalla IUCN come Endangered, “in pericolo”. Le stime sono difficili perché vive in foreste montane fitte e conduce una vita elusiva; la popolazione è comunque in diminuzione.
Il suo areale si estende lungo l’Himalaya orientale e nelle montagne della Cina sud-occidentale, comprendendo Nepal, Bhutan, India, Myanmar e Cina. La perdita e la frammentazione dei boschi, il pascolo, la raccolta del legname, gli incendi, il bracconaggio e le trappole costituiscono le minacce principali.

La presenza del panda rosso alla Chengdu Panda Base non è quindi un’aggiunta ornamentale alla visita. Ricorda che la conservazione non dovrebbe dipendere soltanto dalla popolarità di una specie. Il panda gigante attira milioni di visitatori; quello rosso, più discreto, ha bisogno della stessa protezione.
Due panda, due storie evolutive
Visti nello stesso giorno, sembrano parenti costruiti in due scale e due colori differenti. In realtà condividono soprattutto il nome, il bambù e alcune soluzioni anatomiche sviluppate indipendentemente.
Il panda gigante è un orso robusto, prevalentemente terrestre, capace di consumare enormi quantità di bambù. Il panda rosso appartiene a una famiglia propria, è molto più piccolo e conduce gran parte della vita sugli alberi. Entrambi possiedono un falso pollice; entrambi hanno un metabolismo adattato a una dieta povera di energia; entrambi dipendono da foreste montane sempre più frammentate.
Il confronto rende la visita più interessante. Il panda gigante conquista immediatamente la scena, mentre il panda rosso richiede pazienza: bisogna cercarlo fra i rami, seguirne la coda e attendere che riemerga dalle foglie.
La “diplomazia del panda”
Il panda gigante non è soltanto un animale da proteggere: è anche uno dei più potenti simboli diplomatici della Cina.
In passato alcuni esemplari furono offerti in dono ad altri paesi. Oggi i panda ospitati negli zoo stranieri vengono generalmente affidati attraverso accordi di cooperazione e ricerca. Rimangono di proprietà cinese e anche i cuccioli nati all’estero sono normalmente destinati a tornare in Cina dopo alcuni anni.

Questi programmi hanno favorito studi sulla riproduzione e raccolto risorse per la conservazione, ma hanno anche trasformato ogni partenza e ogni ritorno in un evento politico e mediatico. Pochi animali possiedono una simile capacità di rappresentare contemporaneamente tenerezza, identità nazionale e relazioni internazionali.

La Chengdu Panda Base è uno dei nodi centrali di questa rete. Alcuni dei panda nati qui sono diventati celebri dall’altra parte del mondo, per poi rientrare nel Sichuan.
La nostra visita sotto la pioggia
La pioggia non smette quasi mai. Gli ombrelli si urtano lungo i viali e le fotografie richiedono pazienza: una goccia sull’obiettivo, un vetro appannato, un panda che si gira proprio nell’istante sbagliato.
Eppure il maltempo rende la Base più simile all’ambiente umido delle montagne. Il bambù brilla, i tronchi diventano scuri e gli animali sembrano emergere direttamente dalla vegetazione.
I panda giganti mangiano con un’aria di totale concentrazione. Non sembrano interessati alla folla, né consapevoli di essere la ragione per cui tutti sono arrivati fin qui. Uno afferra un nuovo fusto senza aver ancora terminato il precedente; un altro si lascia scivolare in una posizione tanto scomposta da apparire studiata per divertire il pubblico.
I panda rossi offrono uno spettacolo diverso. Non restano immobili a posare: percorrono i rami, si nascondono e ricompaiono. Per osservarli occorre rallentare, smettere di cercare la fotografia perfetta e seguire il movimento delle foglie.
Alla fine comprendiamo che la pioggia non ha rovinato la visita. Le ha dato un’atmosfera precisa, quasi quella di una foresta montana trasportata ai margini di Chengdu.
Quando visitare la Panda Base di Chengdu
Conviene arrivare molto presto, idealmente all’apertura. Nelle prime ore i panda sono generalmente più attivi, ricevono il bambù fresco e le temperature sono più basse. Con il passare della mattinata aumentano sia il caldo sia il numero dei visitatori.

In estate è particolarmente importante anticipare l’ingresso: durante le ore calde molti animali possono ritirarsi negli spazi interni. Una giornata coperta o leggermente piovosa non deve scoraggiare; può anzi favorire l’attività all’aperto, purché si portino impermeabile, scarpe adatte e protezione per la macchina fotografica.
La Base è vasta e richiede diverse ore. È utile controllare sul sito ufficiale della Chengdu Research Base of Giant Panda Breeding orari, modalità di prenotazione e accessi aggiornati prima della visita.
Non bisogna gridare, battere sui vetri, usare il flash dove vietato o gettare cibo e oggetti nei recinti. La regola migliore è semplice: osservare senza interferire.
Oltre il simbolo
Uscendo dalla Panda Base, il panda torna a moltiplicarsi. Ricompare nei negozi, sui biscotti, nelle pubblicità e nelle grandi sculture urbane. A Chunxi Road un panda monumentale scala la facciata del centro commerciale IFS; a Dujiangyan un altro, lungo più di venti metri, occupa Yangtianwo Square sdraiato sull’erba mentre si scatta un selfie.

Sono immagini irresistibili e raccontano bene il rapporto fra Chengdu e il suo animale più famoso. Dopo aver visitato la Base, però, acquistano un significato diverso.
Dietro il personaggio buffo che invade la città esiste un orso vulnerabile, confinato in frammenti di foresta e dipendente quasi interamente da una sola pianta. Accanto a lui vive un panda più piccolo e meno conosciuto, che non è un orso e si trova in una condizione persino più critica.
La giornata sotto la pioggia ci lascia proprio questa consapevolezza. I panda giganti e i panda rossi non sono soltanto due creature bellissime da fotografare. Sono il risultato di milioni di anni di adattamento e, nello stesso tempo, il banco di prova della nostra capacità di conservare habitat complessi.
Chengdu li ha trasformati in simboli, opere d’arte e ambasciatori. La Panda Base prova a garantire che continuino a esistere anche fuori dalle immagini.
Per scoprire il resto della città — i quartieri storici, il People’s Park, i templi, i mercati, la cucina piccante e le altre gigantesche apparizioni del panda — continua con il nostro reportage: Chengdu, la città dai mille volti.
