Non basta dire Cina: ci sono tante prospettive diverse da scoprire nella vastità de territorio cinese, e Chengdu ha una sua anima specialissima. Enorme e contemporanea, attraversata da metropolitane efficientissime e distese apparentemente infinite di edifici, conserva un’attitudine alla vita lenta che emerge nei parchi, nelle case da tè e nei cortili nascosti dietro le grandi arterie cittadine.
Naturalmente ci sono i panda, diventati il simbolo universale della città. Ma Chengdu non è soltanto la capitale dei panda: è il luogo ideale per cominciare a comprendere il Sichuan e, forse, una Cina molto diversa da quella che ci aspettavamo.

È una metropoli immensa che sembra avere imparato l’arte del face changing, il celebre cambio istantaneo delle maschere dell’Opera del Sichuan: basta voltare un angolo e la città mostra un altro volto.
Ci sono i viali larghissimi, i grattacieli e i centri commerciali nei quali è facile perdere il senso delle proporzioni. Ma ci sono anche cortili di legno, vicoli pieni di lanterne, templi immersi nell’incenso e case da tè dove il tempo sembra essersi fermato. Ci sono statue comuniste, memorie imperiali e ragazzi che fanno acquisti sotto giganteschi panda aggrappati ai palazzi. Ci sono il silenzio dei monasteri e il rumore secco delle tessere del mahjong, i profumi delicati del tè e quello molto meno delicato del peperoncino che brucia nei pentoloni dell’hot pot.

Una città nata in una conca tra le montagne
Chengdu si trova nella grande conca del Sichuan, protetta dalle montagne e attraversata da una pianura fertile. Questa posizione spiega molte cose: il clima umido, le piogge frequenti, il cielo quasi sempre velato e quella luce lattiginosa che accompagna la città anche in piena estate.
Guardando una carta geografica, la sua posizione diventa ancora più interessante. Chengdu si trova nella Cina sud-occidentale, nella parte occidentale della provincia del Sichuan, lontana dalle grandi città costiere che per prime hanno raccontato al mondo il miracolo economico cinese. A est si apre la grande pianura; verso nord e soprattutto verso ovest il terreno comincia a salire fino alle montagne e agli altopiani tibetani. La città è dunque insieme pianura e soglia, metropoli agricola e porta dell’alta montagna.
La conca è chiusa da rilievi che ostacolano la circolazione dell’aria e trattengono umidità e nuvole. Ecco perché a Chengdu piove spesso, il sole compare con parsimonia e l’orizzonte raramente è netto. Non è una luce spettacolare, ma è una luce che rende il verde più intenso, lucida le tegole scure dei templi e avvolge la città in una foschia quasi permanente.
Secondo quanto ci raccontano, per gran parte dell’anno il cielo è nuvoloso. Quando finalmente compare il sole, gli abitanti si riversano nei parchi; ma non necessariamente per abbronzarsi. Qui resiste l’antico ideale della pelle chiara, “color giada”, associata alla bellezza e all’eleganza. Cappelli, ombrellini, guanti e creme solari ad altissima protezione fanno così parte del paesaggio urbano. Si cerca il sole e, nello stesso momento, ci si difende dai suoi raggi.

La pianura di Chengdu deve la propria prosperità anche a un capolavoro dell’ingegneria antica: il sistema di irrigazione di Dujiangyan, realizzato nel III secolo a.C. per governare le acque del fiume Min senza interromperne il corso con una diga tradizionale. Canali, argini e deviazioni trasformarono una regione soggetta alle inondazioni nel fertile “Paese dell’abbondanza”. Ancora oggi il sistema continua a funzionare.

Persino l’origine del nome Chengdu sembra parlare di crescita. Una delle interpretazioni tradizionali lo collega all’idea di una città che “diventa capitale”: un insediamento che in un anno si trasforma in villaggio, in due in città e in tre in metropoli. Un’altra leggenda racconta invece che la pianta urbana fosse stata tracciata seguendo il percorso di una tartaruga, animale di longevità e buon auspicio, suddividendo la città in sette parti e aprendovi quattro porte.
Storia e leggenda qui non si escludono. Si tengono per mano.
Chengdu e i suoi tre nomi
Oltre al nome ufficiale, Chengdu porta con sé tre soprannomi, ciascuno legato a una diversa stagione della sua storia.
Il primo è Jincheng, la Città del Broccato. Già durante la dinastia Han, Chengdu era celebre per la produzione del broccato Shu, tessuto raffinato dai colori vivissimi. La sua lavorazione era così importante per l’economia imperiale che esistevano funzionari incaricati di controllarla e laboratori specializzati nei pressi del fiume.
Il broccato non era soltanto una merce preziosa: rappresentava il prestigio, la ricchezza e l’abilità artigiana della regione. Ancora oggi, nelle botteghe e nei musei tessili, draghi, nuvole, fiori e animali continuano a emergere dai telai come secoli fa.
Il secondo nome è Rongcheng, la Città degli Ibischi. La tradizione attribuisce al sovrano Meng Chang, nel X secolo, l’ordine di piantare cespugli di ibisco lungo le mura cittadine. Al momento della fioritura Chengdu sarebbe apparsa circondata da una corona rosa e rossa. Alcune versioni della leggenda collegano la scelta alla sua consorte, famosa per l’amore verso questi fiori.
Le mura sono scomparse, e in gran parte anche l’ibisco. Durante il Grande Balzo Mao voleva raggiungere e superare nell’economia l’Unione Sovietica producendo acciaio, ma la Cina era poverissima. Tuttavia – ci racconta un locale dalla testimonianza diretta di suo nonno – tutta la popolazione contribuì spontaneamente con le donazioni di tutti gli oggetti di ferro di uso quotidiano, che vennero ammucchiati in piazza per fonderli, e in quell’occasione furono tagliati tutti gli hibiscus per fare il fuoco.
Fortunatamente nel 2013 il governo locale di Chengdu ha iniziato a ripiantare gli alberi di ibisco, sempre rimasto uno dei simboli di Chengdu, che compare nell’arte e nell’immaginario cittadino.
Il terzo è Guicheng, la Città della Tartaruga. Secondo la leggenda, quando fu necessario stabilire il tracciato delle mura, una grande tartaruga emerse e percorse il terreno. Gli architetti interpretarono il suo cammino come un segno favorevole e costruirono la città seguendone le orme, dividendola in sette parti e dotandola di quattro porte. La tartaruga, simbolo di longevità e stabilità, avrebbe così consegnato a Chengdu una forma propizia e una promessa di lunga vita.
Broccato, ibisco e tartaruga raccontano tre anime diverse: la città del lavoro e della ricchezza, quella della bellezza e quella destinata a durare.
Il nostro rifugio nella vecchia Chengdu
Per entrare nell’atmosfera della città abbiamo scelto il Wenjun Courtyard Hotel, una locanda tradizionale raccolta intorno a un cortile.
Dopo le dimensioni quasi smisurate della metropoli, attraversare il suo ingresso significa cambiare improvvisamente ritmo.
Legno scuro, balconate, lanterne rosse, piante e tavolini riportano a una Cina più intima. Il nome ricorda Zhuo Wenjun, poetessa e musicista dell’antichità, protagonista di una celebre storia d’amore con il letterato Sima Xiangru. Secondo la tradizione, la giovane vedova si innamorò ascoltandolo suonare e fuggì con lui, sfidando le convenzioni familiari. Quando il denaro finì, i due aprirono una piccola taverna: lei serviva il vino, lui lavorava al banco. Chissà se il luogo era proprio questo, ma il fascino di questa costruzione tradizionale è innegabile.

Kuanzhai Xiangzi: le vie larghe e strette
Il nome Kuanzhai Xiangzi significa letteralmente “vicoli larghi e stretti”. Non è una formula poetica inventata per i turisti: il quartiere è organizzato proprio intorno a Kuan Alley, il vicolo largo, Zhai Alley, quello stretto, e Jing Alley, il vicolo del pozzo.

Le sue origini risalgono alla città militare costruita durante la dinastia Qing per le guarnigioni mancesi e mongole. Oggi gli antichi cortili sono stati restaurati e trasformati in ristoranti, sale da tè, botteghe, piccoli musei e negozi. L’insieme è inevitabilmente turistico, ma conserva abbastanza dettagli da permettere d’immaginare la vecchia Chengdu: portali, tegole grigie, pareti di mattoni, finestre di legno e cortili seminascosti.

La cosa più divertente è osservare ciò che si vende.
Nelle botteghe compaiono scatole di tè profumato, servizi di porcellana e piccole tazze gaiwan con il coperchio. Ci sono stoffe e accessori ispirati al broccato Shu, una delle più antiche tradizioni tessili della Cina, e ricami del Sichuan con fiori, carpe, uccelli e naturalmente panda.

Si trovano ventagli dipinti, calligrafie, sigilli personali incisi sul momento, gioielli d’argento, bacchette decorate, ombrellini di carta, maschere colorate dell’Opera del Sichuan e figurine dei guerrieri dei Tre Regni.
Poi arriva l’esercito dei souvenir a forma di panda: peluche, cappelli con le orecchie, zainetti, tazze, calamite, ventagli, dolci, biscotti e pupazzi di ogni dimensione. A Chengdu il panda non è soltanto un animale protetto. È un marchio, una mascotte, una presenza urbana che riesce a infilarsi ovunque.

Anche il cibo si compra e si mangia camminando. Spiedini speziati, ravioli, salsicce, tofu, frutta caramellata, dolci di riso glutinoso, caramelle e confezioni rosse di preparato per l’hot pot si alternano alle bustine di pepe del Sichuan. Quest’ultimo viene venduto come un piccolo tesoro locale, ma bisogna maneggiarlo con prudenza: non si limita a essere piccante, produce sulle labbra una caratteristica sensazione di formicolio e intorpidimento.

Il vicolo largo conserva cortili più ampi e un’aria quasi cerimoniale; quello stretto appare più raccolto, pieno di locali e ingressi da scoprire. Ma la distinzione più interessante non è fra largo e stretto.

È fra ciò che il quartiere era e ciò che è diventato: una guarnigione imperiale trasformata in vetrina contemporanea della cultura del Sichuan.

Jinli, quando scende la sera
Se Kuanzhai racconta la vecchia Chengdu con una certa eleganza, Jinli Street la mette in scena con maggiore teatralità. Il momento migliore per visitarla è verso sera, quando le lanterne rosse si accendono e si riflettono sui tetti e sulle insegne.

La strada corre accanto al Wuhou Shrine e richiama l’epoca del regno di Shu Han. Oggi è un labirinto di botteghe e bancarelle. Si vendono marionette d’ombra, ventagli, ritagli di carta, statuette di argilla, maschere dipinte, oggetti di bambù, piccoli strumenti musicali e amuleti. Gli artigiani modellano figure, incidono nomi sui sigilli e trasformano fili di zucchero in animali.

Nelle bancarelle gastronomiche il colpo d’occhio è irresistibile: ravioli, noodles, spiedini, tofu, conigli speziati, dolci di riso, palline glassate e piatti dei quali non sempre riusciamo a identificare gli ingredienti. L’odore del peperoncino si mescola a quello dello zucchero caldo e dell’olio. È una strada da percorrere lentamente, fermandosi più volte e accettando che la curiosità vinca sulla prudenza.

Il Wuhou Shrine, dove il ministro diventa più famoso dell’imperatore
Accanto a Jinli si apre il Wuhou Shrine, il grande complesso dedicato all’imperatore Liu Bei, al suo primo ministro Zhuge Liang e agli eroi del regno di Shu Han.
È tempio commemorativo, museo, mausoleo e teatro della memoria dei Tre Regni.

La sua particolarità è già nel nome. Ufficialmente sarebbe il Tempio Han Zhaolie, dal titolo postumo di Liu Bei. Tutti, però, lo chiamano Wuhou Shrine, il Santuario del marchese Wu: Zhuge Liang, il ministro. È come se il giudizio popolare avesse finito per rovesciare la gerarchia. Il potere apparteneva all’imperatore; l’immortalità al suo consigliere.
Liu Bei stabilì a Chengdu la capitale dello Shu Han, uno dei tre regni fra i quali la Cina si divise nel III secolo. Al suo fianco governava Zhuge Liang, stratega e uomo di Stato diventato il modello del consigliere intelligente, prudente e assolutamente leale. La storia fu poi trasformata dal Romanzo dei Tre Regni in una grande epopea, e i suoi protagonisti divennero figure quasi leggendarie.

Il percorso nel santuario segue un asse di porte, cortili e padiglioni. Sotto i tetti curvi, iscrizioni e distici calligrafici celebrano la lealtà, il coraggio e il buon governo. Fra le numerose pietre incise, la più famosa è la Stele delle Tre Eccellenze, datata 809: eccellenti sono il testo, la calligrafia e l’incisione, affidati a tre diversi maestri. La pietra celebra le virtù di Zhuge Liang e mostra quanto la calligrafia, in Cina, non sia soltanto scrittura ma arte, autorità e memoria.

Nel padiglione di Liu Bei l’imperatore è rappresentato seduto e dorato, in posizione più elevata rispetto al ministro. Ai lati compaiono i generali e i funzionari dello Shu Han. Due figure dominano il racconto: Guan Yu, dal volto rosso e dalla lunga barba, divenuto nei secoli una divinità protettrice della giustizia e degli affari, e l’impetuoso Zhang Fei.

Secondo la leggenda, i due strinsero con Liu Bei il giuramento del Giardino dei Peschi: non erano nati nello stesso giorno, ma avrebbero voluto morire nello stesso giorno. La storia non conferma l’episodio, eppure quel patto è diventato uno dei simboli più potenti della fratellanza nella cultura cinese.
Due lunghe gallerie ospitano le statue dei funzionari civili e dei comandanti militari. Da una parte l’intelligenza amministrativa, dall’altra la forza delle armi: le due colonne sulle quali avrebbe dovuto reggersi lo Stato.

Il padiglione di Zhuge Liang si trova leggermente più in basso, nel rispetto della gerarchia. Il ministro tiene fra le mani il suo inconfondibile ventaglio di piume. È il Drago dormiente della leggenda, il genio ritirato in campagna che Liu Bei dovette andare a cercare tre volte prima di convincerlo a entrare al suo servizio. Le “tre visite alla capanna di paglia” raccontano l’umiltà di un sovrano capace di riconoscere il talento e la perseveranza necessaria per conquistarlo.
Un sentiero fra muri rossi e bambù conduce infine al mausoleo Huiling, la tomba di Liu Bei. Secondo una leggenda, alcuni ladri vi penetrarono e trovarono l’imperatore seduto a bere con Guan Yu e Zhang Fei. Furono invitati a bere e ad andarsene; una volta fuori, i loro capelli diventarono bianchi e l’ingresso scomparve.

Fra statue, stele, cipressi e incenso, il Wuhou Shrine non pretende di separare nettamente la storia dal mito. A Chengdu gli eroi continuano a vivere proprio nello spazio incerto fra le due cose.
Nel complesso si trova anche il Sanyi Temple, il Tempio delle Tre Rettitudini, dedicato a Liu Bei, Guan Yu e Zhang Fei. Le grandi statue dei tre protagonisti rievocano ancora una volta il leggendario giuramento del Giardino dei Peschi. Liu Bei è al centro, Guan Yu e Zhang Fei ai lati: non una semplice alleanza militare, ma l’ideale di una fraternità capace di superare persino i legami di sangue.
È significativa anche un’assenza. Nel tempio non viene onorato Liu Shan, figlio e successore di Liu Bei, ricordato come il sovrano debole che si arrese al regno di Wei e assistette alla fine dello Shu Han. La memoria del santuario premia invece Liu Chen, che secondo la tradizione preferì morire piuttosto che accettare la resa. Qui l’architettura diventa un giudizio morale: la lealtà merita una statua, la debolezza conduce all’oblio.

Il culto di Zhuge Liang è alimentato anche dal celebre Chu Shi Biao, il memoriale che il ministro indirizzò al giovane imperatore prima di partire per una campagna contro Wei. Gli raccomandava di scegliere consiglieri onesti, premiare la virtù, evitare i cortigiani interessati e assumersi fino in fondo la responsabilità del governo. Più che una lettera militare, è un piccolo trattato sul servizio allo Stato; forse per questo, dopo quasi diciotto secoli, la figura del primo ministro continua a suscitare una devozione che va oltre quella riservata all’imperatore.
Il People’s Park, il salotto all’aperto della città

Il People’s Park è il luogo nel quale Chengdu si mostra senza mettersi in posa. Sorge nell’area dell’antica Shaocheng, la cittadella Qing delle guarnigioni mancesi e mongole, e divenne il primo parco pubblico cittadino nel 1911. Nel 1950 assunse il nome attuale.

Fra gli alberi e i grandi fiori di loto affiorano memorie politiche e militari. Il monumento ai martiri del Movimento per la protezione delle ferrovie ricorda le proteste del 1911, la cui repressione contribuì ad accelerare la caduta della dinastia Qing. Un altro monumento commemora i soldati del Sichuan caduti nella guerra contro il Giappone, molti dei quali provenivano proprio da questa regione, celebrata come terra di combattenti valorosi.

Appena entriamo, però, la storia lascia spazio alla musica. Un coro canta melodie tradizionali e patriottiche dedicate alla bellezza della madrepatria. Non c’è un vero palcoscenico. Le persone si fermano, ascoltano e, se conoscono il brano, si uniscono al canto.

Le voci sono armoniose e sorprendentemente gradevoli. Qualcuno tiene in mano lo spartito, qualcuno segue il direttore, altri si avvicinano soltanto per pochi minuti. Il pubblico si forma e si scioglie senza interrompere l’esibizione. La celebrazione della patria non ha qui il tono solenne di una cerimonia ufficiale: diventa una canzone condivisa in una mattina di sole.

È una scena che aiuta a capire il rapporto di Chengdu con gli spazi comuni. Il parco non è soltanto il luogo nel quale cercare silenzio e solitudine. È un grande salotto all’aperto, una prosecuzione della casa nella quale cantare, ballare, giocare, conversare e trascorrere insieme molte ore.
Più avanti alcuni praticano tai chi; altri eseguono una danza lenta mantenendo una pallina in equilibrio su una racchetta dalla superficie morbida. La disciplina si chiama Taiji Rouliqiu: la palla non viene colpita, ma accompagnata con movimenti circolari del corpo, tanto fluidi da farla sembrare incollata.
Ai tavoli risuona il colpo secco delle tessere del mahjong, il gioco tradizionale che è soprattutto degli anziani che vi passano lunghi pomeriggi.
Certamente il parco è anche luogo di propaganda e di insegnamento di valori politici, come testimoniato dalle tante statue e dalla collezione di dazebao contenuta in un padiglione, che celebra il progresso cinese ma mostra spirito critico rispetto ai rischi del futuro. Mi ha colpito in particolare questo manifesto, che attenziona i pericoli del diventare schiavi della tecnologia e dell’intelligenza artificiale.

L’arte effimera di scrivere con l’acqua
Sul selciato scuro classi di bambini guidati dai loro maestri tracciano caratteri cinesi con lunghi pennelli imbevuti d’acqua.

Gli ideogrammi emergono nitidi sulla pietra nera, rimangono visibili per pochi minuti e poi svaniscono lentamente. Un adulto corregge un tratto, mostra la giusta inclinazione del pennello e invita il bambino a ricominciare.
È un esercizio semplice e poetico. Non si consuma carta, l’errore non rimane e ogni carattere può essere scritto nuovamente.
La scrittura diventa movimento del corpo, disciplina e gioco. Anche la sua scomparsa fa parte dell’esperienza: per pochi istanti il suolo del parco si riempie di parole, poi il calore le cancella e restituisce uno spazio vuoto sul quale esercitarsi ancora.
Il mercato dei matrimoni
In una zona del parco compaiono file di fogli rosa e celesti appesi. Sono annunci matrimoniali, spesso preparati e consultati dai genitori.

Anno di nascita, altezza, istruzione, professione, reddito, casa, automobile e origine familiare: l’amore viene tradotto in un curriculum. I fogli presentano timbri e bolli che conferiscono alla ricerca di un marito o di una moglie un’apparenza quasi amministrativa.
Dietro questa curiosità si intravede uno dei problemi più seri della Cina contemporanea. I giovani si sposano meno e fanno meno figli; la vita urbana costa cara, comprare casa è difficile e l’incertezza lavorativa rende complicato costruire una famiglia. Per questo un impiego pubblico è considerato particolarmente desiderabile e anche la carriera militare comunica stabilità, disciplina e prestigio.
Quei fogli colorati sono divertenti da osservare, ma raccontano una vera inquietudine demografica.
Zucchero, tè e orecchie pulitissime
Un artigiano versa fili sottilissimi di zucchero caramellato su una superficie liscia. Senza disegno preparatorio fa nascere draghi, farfalle, carpe e libellule.

È il tanghua, la pittura di zucchero: quando la figura si raffredda, viene staccata, montata su un bastoncino e trasformata in un lecca-lecca troppo bello per essere mangiato.
Ogni figura è contemporaneamente un disegno, una piccola scultura trasparente e un dolce. È un peccato mangiarla, ma la sua bellezza risiede anche nella fragilità: come i caratteri tracciati con l’acqua sul pavimento, è un’opera d’arte nata per scomparire.

Il cuore del parco rimane però la casa da tè. Seduti vicino al laghetto, scegliamo fra varietà raffinate servite nelle tazze gaiwan e riceviamo un vassoio di piccoli dolci.

Intorno a noi si svolge uno spettacolo: una ballerina elegante e snodatissima, poi un maestro che versa il tè da un bollitore dal beccuccio lunghissimo, centrando la tazza dall’alto e da posizioni apparentemente impossibili.

Il gran finale è il bian lian, il face changing dell’Opera del Sichuan. L’attore sfiora il volto con la manica, gira appena la testa e la maschera cambia colore. Rosso, nero, oro: ogni trasformazione è così rapida che non riusciamo a cogliere l’istante esatto in cui avviene. Il segreto della tecnica viene tramandato dagli artisti e custodito gelosamente.

Fra i tavoli passano anche gli addetti alla tradizionale pulizia delle orecchie. Non usano un semplice bastoncino, ma un arsenale di bacchette metalliche, cucchiaini, pinzette, pennelli, piume e piccoli strumenti vibranti. Il cliente inclina la testa e continua tranquillamente a bere il tè mentre l’operatore lavora con precisione millimetrica.

Ci spiegano che occorrono formazione ed esperienza. Guardando la lunghezza degli strumenti, non facciamo fatica a crederlo. Agli abitanti di Chengdu l’operazione sembra procurare un profondo rilassamento; a noi, almeno all’inizio, soprattutto una certa apprensione.
Templi, incenso e sculture rivoluzionarie
Chengdu non è soltanto il Wuhou Shrine. Nei suoi templi buddhisti si entra attraversando cortili profumati d’incenso, fra statue dorate, tetti ricurvi e fedeli che accendono bastoncini davanti agli altari. Il Wenshu Monastery, dedicato al bodhisattva della saggezza, è uno dei luoghi più raccolti della città: un complesso di padiglioni, giardini e sale nel quale la metropoli sembra improvvisamente lontana.

In altri punti emergono invece grandi sculture legate alla memoria rivoluzionaria e alla costruzione della Cina moderna. Il contrasto non viene nascosto. Monaco, imperatore, generale, operaio e soldato abitano la stessa città, come se ogni epoca avesse lasciato la propria figura a sorvegliare le strade.

La Chengdu contemporanea e il panda che scala un palazzo
Poi Chengdu cambia di nuovo maschera. Intorno a Chunxi Road e Taikoo Li, boutique internazionali, schermi, ristoranti e grandi magazzini compongono una città lussuosa e velocissima. Sopra il centro commerciale IFS, un panda monumentale si arrampica sulla facciata mostrando ai passanti soprattutto il dorso e le zampe. Per guardarlo negli occhi bisogna salire sulla terrazza.L’opera, intitolata I Am Here e realizzata dall’artista Lawrence Argent, è diventata un simbolo urbano. Ma non è sola. Panda enormi seduti, sdraiati, sospesi o aggrappati agli edifici compaiono in tutta Chengdu.

Poi c’è il Selfie Panda di Yangtianwo Square, a Dujiangyan, nell’area di Chengdu. È lungo circa 26 metri, pesa 130 tonnellate ed è sdraiato con le zampe sollevate mentre regge un bastone per selfie. Fu progettato dall’artista olandese Florentijn Hofman.

Nei negozi ci sono panda, sulle insegne ci sono panda, sulle confezioni dei dolci ci sono panda. Persino quando gli animali veri sono lontani, la città non permette mai di dimenticarli.

Li abbiamo naturalmente visitati alla Chengdu Research Base, sotto una pioggia torrenziale. Ma la loro storia — la dieta quasi interamente di bambù, i cuccioli minuscoli, la breve finestra fertile delle femmine, lo scambio dei gemelli fra madre e incubatrice e il trasferimento seguito al terremoto del Sichuan del 2008 — è troppo straordinaria per essere compressa in poche righe. Ai panda dedicheremo un articolo a parte. Qui restano come fanno nella città: sempre presenti, ma sullo sfondo.
Il centro commerciale che sembra una città
A Chengdu anche lo shopping assume dimensioni difficili da immaginare. Il New Century Global Center è un gigantesco complesso coperto che contiene negozi, ristoranti, uffici, alberghi, cinema e persino un parco acquatico con una spiaggia artificiale.
Camminando al suo interno si perde la percezione di trovarsi in un unico edificio. Scale mobili, gallerie, luci e vetrine si susseguono come strade di una città climatizzata. È l’altra faccia dei vicoli di Kuanzhai: lì si entra nei cortili del passato, qui si attraversa il sogno contemporaneo di una metropoli autosufficiente.
È difficile comprenderne le dimensioni prima di entrarvi. Scale mobili e gallerie sembrano proseguire senza fine. Le vetrine si susseguono su più livelli, mentre luci, schermi e decorazioni creano un ambiente completamente separato dalla città esterna.
Se ci si aspetta che una città cinese amministrata dal Partito comunista mostri una certa sobrietà nei consumi, il Global Center smentisce immediatamente ogni previsione.
Qui il capitalismo non viene soltanto accettato: viene celebrato, illuminato ed esibito. L’abbondanza è così vistosa da apparire persino superiore a quella di New York. Non manca quasi nulla di ciò che possa essere venduto, desiderato o trasformato in esperienza.
E non è l’unico ! La stessa cosa accade nello SKP Chengdu, un grande complesso commerciale di lusso realizzato prevalentemente sotto il livello del terreno.

Dal cuore dello spazio emerge la spettacolare Tower of Life, conosciuta anche come Bamboo Fountain. È formata da sei altissime strutture che richiamano le canne di bambù e raggiungono, nelle parti più elevate, circa 39 metri.
L’acqua scorre lungo le superfici e precipita verso il livello inferiore, mentre le forme slanciate sembrano crescere dal terreno come una vegetazione artificiale.

È un’opera che combina natura, architettura e tecnologia. Il bambù, elemento profondamente legato all’immaginario cinese e naturalmente associato anche ai panda, viene reinterpretato in chiave monumentale e futuristica.
Ancora una volta Chengdu prende un simbolo della tradizione e lo trasforma in spettacolo contemporaneo.
La libreria infinita degli specchi
Rimanendo in tema di centri commerciali, nell’area metropolitana di Chengdu, a Dujiangyan, entriamo nella spettacolare Zhongshuge, ospitata in maniera quasi anomia in un centro commerciale più piccolo rispetto a quelli di cui ho scritto. Dall’esterno è una libreria; una volta dentro, sembra un universo costruito soltanto di libri.

Gli scaffali salgono in grandi archi, si incurvano e si moltiplicano nel soffitto a specchio. Il pavimento scuro e lucido raddoppia a sua volta forme e luci. Non si capisce più dove finisca la parete e dove cominci il riflesso: le librerie sembrano continuare verso l’alto e verso il basso, in ogni direzione.
L’effetto ricorda un disegno impossibile di Escher o una cattedrale consacrata alla lettura. Gli archi richiamano anche le dighe e i canali del sistema idraulico di Dujiangyan. Persino qui la modernità cerca un legame con il territorio.
Non tutti i volumi che sembrano irraggiungibili sono veri: nelle parti più alte, immagini di libri completano l’illusione. Ma questo non diminuisce lo stupore. Al contrario, rivela l’intelligenza teatrale del progetto. La libreria non si limita a vendere libri; mette in scena l’idea che i libri possano aprire spazi infiniti.
La cucina del Sichuan: il piccante che addormenta le labbra
È impossibile raccontare Chengdu senza parlare della sua cucina, dichiarata dall’UNESCO Città creativa della gastronomia. Il sapore più celebre è il málà: má è l’intorpidimento prodotto dal pepe del Sichuan, là il calore del peperoncino. Insieme creano una sensazione sorprendente. Prima arriva il fuoco; subito dopo le labbra cominciano a formicolare, quasi attraversate da una piccola corrente elettrica.

Il responsabile di questa sensazione non è un vero pepe, ma la buccia della bacca di una pianta del genere Zanthoxylum. I piccoli involucri rossastri sprigionano un profumo agrumato e contengono sostanze capaci di attivare i recettori tattili della bocca. Per questo il má non si percepisce soltanto come sapore: è un’esperienza fisica. La lingua vibra, le labbra si intorpidiscono e il peperoncino sembra, per un istante, diventare più sopportabile. Poi si ricomincia.
Il piatto rituale è l’hot pot. Al centro del tavolo bolle un brodo rosso di peperoncino, spezie e olio, nel quale si immergono verdure, funghi, carne, tofu e ingredienti più avventurosi. Ognuno cuoce ciò che preferisce e lo recupera con le bacchette. È una cena, ma anche un esercizio di resistenza e convivialità.
Il tavolo diventa una cucina collettiva. Le pietanze crude arrivano su grandi vassoi; ciascuno sceglie, immerge, aspetta e pesca dal brodo. I commensali devono ricordare che cosa hanno messo nella pentola e riconoscerlo fra bolle, peperoncini e grani di pepe. Esistono pentole divise in due, con una parte ardente e una più delicata, ma persino la metà dichiarata “non piccante” può riservare sorprese a un palato europeo.
L’hot pot di Chengdu differisce da quello della vicina Chongqing anche per le sfumature aromatiche e per l’uso tradizionale dei grassi e delle spezie. Ogni ristorante custodisce la propria miscela. Nei negozi, i panetti di base già pronta vengono venduti in confezioni rosse e dorate: basta scioglierli nel brodo per tentare di ricreare a casa il sapore del Sichuan. Almeno in teoria.

La cucina del Sichuan, però, non è soltanto piccante. Gioca su equilibri complessi: dolce, acido, salato, affumicato, profumato e fermentato. Assaggiamo il mapo tofu, morbido tofu immerso in una salsa ardente con carne e pepe del Sichuan; il dan dan mian, noodles con condimento speziato; il pollo gong bao, con arachidi e peperoncino; e i ravioli conditi con olio rosso.
La tradizione gastronomica locale parla di una grande varietà di profili aromatici. C’è il gusto yuxiang, letteralmente “profumo di pesce”, che in realtà può non contenere pesce e nasce dall’unione di peperoncino sottaceto, aglio, zenzero, zucchero e aceto. C’è la pasta fermentata di fave e peperoncino, doubanjiang, capace di dare profondità e sapidità alle salse. Ci sono piatti freddi, brodi limpidi, verdure, anatra, maiale e preparazioni affumicate che smentiscono l’idea di una cucina costruita soltanto sul bruciore.

Proprio i ravioli diventano una delle sorprese del viaggio. In una città famosa per i piatti incendiari, ne mangiamo alcuni fra i migliori mai assaggiati: pasta sottile, ripieno succoso e una salsa capace di essere intensa senza cancellare il sapore.
Sono il genere di piatto che resta nella memoria più di una cena solenne. Arrivano senza grandi cerimonie e sembrano semplicissimi; poi il ripieno, la consistenza della pasta e il condimento trovano un equilibrio perfetto. Dopo tanti assaggi spettacolari e piccantissimi, i nostri “migliori ravioli” diventano una misura privata della città.
Poi ci sono gli spuntini, gli xiaochi, piccole porzioni che permettono di provare molte cose: involtini, noodles, tofu, focaccine, dolci di riso e preparazioni di cui impariamo il nome soltanto dopo averle mangiate. Nei negozi specializzati si vendono basi pronte per l’hot pot, vasetti di salse fermentate, peperoncini, pepe del Sichuan e snack confezionati. Portarsi a casa questi ingredienti significa però accettare il rischio di trasformare la cucina in una piccola camera a gas.

I dolci più fotografati sono naturalmente quelli a forma di panda. Biscotti, mousse, panini e tortine riproducono occhi neri e orecchie tonde con una precisione tale da far esitare prima del primo morso. A Chengdu persino la pasticceria partecipa al culto della mascotte cittadina.
La cucina racconta così Chengdu quanto i suoi templi e i suoi parchi. È intensa ma non frettolosa, popolare ma tecnicamente complessa, legata alla strada e nello stesso tempo codificata da secoli. Soprattutto è conviviale: una pentola che bolle al centro del tavolo obbliga tutti a condividere tempi, ingredienti, esitazioni e risate.

Alle porte del Tibet
Chengdu non è soltanto una destinazione, ma una porta. Verso nord e ovest, la pianura cede rapidamente il posto alle montagne e agli altopiani tibetani del Sichuan.
Da qui abbiamo raggiunto Jiuzhaigou, con i suoi laghi color turchese e smeraldo, le cascate e i villaggi tibetani;
Huanglong, dove l’acqua calcarea forma terrazze e piscine naturali dai colori irreali; e Songpan, antica città fortificata lungo le vie percorse da mercanti, eserciti e carovane.
È allora che si comprende meglio la geografia di Chengdu. La città si distende su una delle rare grandi pianure della regione, mentre tutt’intorno il terreno si solleva. La metropoli moderna sembra adagiata sul fondo di una conca, come un’enorme pausa prima delle montagne.
Chengdu, l’arte di vivere senza fretta
Chengdu è cresciuta enormemente, ma conserva una reputazione particolare: quella di città nella quale si sa ancora perdere tempo. Bere tè per ore, giocare a mahjong, passeggiare nei parchi, ascoltare un coro improvvisato o osservare un artigiano che disegna con lo zucchero non sono intervalli fra attività più importanti. Sono la vita.

Forse è questo il vero segreto della città. Non l’equilibrio fra antico e moderno — formula ormai usata per quasi ogni luogo della Cina — ma la capacità di far convivere dimensioni apparentemente inconciliabili.
Un imperatore e il ministro che lo ha superato nella memoria. Un quartiere militare trasformato in luogo di svago. Giovani che passeggiano fra marchi internazionali sotto un panda gigante. Libri moltiplicati all’infinito dagli specchi. Monaci, ballerini, giocatori di mahjong, cuochi e maestri del tè. Nuvole quasi perenni e ombrellini aperti quando finalmente arriva il sole.
Siamo venuti a Chengdu per vedere i panda. Abbiamo trovato una città che, come le maschere del bian lian, non permette mai di stabilire quale sia il suo vero volto.
Forse perché sono veri tutti quanti.

Informazioni pratiche
- Quanto tempo dedicare a Chengdu: almeno tre giorni pieni per il centro, il People’s Park, Kuanzhai, Wuhou Shrine, Jinli e uno o due templi; aggiungere una giornata per la Panda Base e una per Dujiangyan.
- Quando visitare la Panda Base: la mattina presto, quando gli animali sono generalmente più attivi e le temperature più fresche.
- Cosa assaggiare: hot pot, mapo tofu, dan dan noodles, ravioli in olio rosso, pollo gong bao e piccoli xiaochi.
- Cosa comprare: tè, pepe del Sichuan, base per hot pot, ricami o broccati Shu, ventagli, calligrafie, maschere dell’Opera del Sichuan e souvenir-panda.
- Attenzione al piccante: chiedere espressamente wei la, poco piccante. Il “poco” del Sichuan può comunque essere molto più deciso di quello europeo.
- Escursioni: Leshan e Dujiangyan; per un itinerario più lungo, Jiuzhaigou, Huanglong e Songpan.
Fonti di approfondimento
- Museo ufficiale del Wuhou Shrine: https://en.wuhouci.net.cn/
- UNESCO Creative Cities – Chengdu, Gastronomy: https://www.unesco.org/en/creative-cities/chengdu
- UNESCO – Mount Qingcheng and the Dujiangyan Irrigation System: https://whc.unesco.org/en/list/1001/

Mi è piaciuto il modo in cui hai mostrato Chengdu oltre la classica immagine dei panda. Interessante soprattutto il contrasto tra la metropoli moderna, i vicoli di Kuanzhai Xiangzi, i templi e le case da tè, fino alle escursioni verso Dujiangyan e le montagne del Sichuan. Un articolo ricco di spunti che restituisce bene le diverse anime della città.