Khiva, la cittadella alla soglia del deserto dell’ Uzbekistan

L’arrivo: dal nulla alla cittadella di  Khiva

Per visitare Khiva si atterra a Urgench e si attraversa una pianura uniforme, quasi priva di punti di riferimento; non è deserto, ma è quasi vuoto.

Poi si arriva ad una pianura molto fertile, dove si coltivano alberi da frutto e soprattutto cotone, e nel centro della pianura sorge  Khiva.

 Il fascino straordinario di Khiva è tutto racchiuso nella piccola cittadella, quella di Itchan Kala, non un centro storico, ma un perimetro completo, finito.

Itchan Kala è meritatamente parte del patrimonio dell’Umanità UNESCO.

mapa della cittadella di Itchan Kala, Khiva

Dentro Itchan Kala: una città che è un sistema

La cittadella è piccola, la lunghezza delle mura è di circa 2250 metri, l’altezza 10 metri al massimo.

mura della cittadella di Itchan Kala a Khiva

Entrando a Itchan Kala si ha la sensazione che tutto sia al posto giusto. Non ci sono elementi fuori scala, né intrusioni evidenti.

Il primo impatto è visivo: una successione di volumi bassi, interrotti da minareti e cupole, tutti costruiti con una coerenza sorprendente. Ma poi emergono i singoli luoghi.

Le quattro porte di itchan Kala

La cittadella di Itcham Kala conserva ancora le sue quattro porte di accesso.

Ota Darvoza, la porta occidentale, è l’ingresso principale, quello da cui si entra oggi arrivando dalla città moderna. Il nome significa “porta del padre”, ma il suo ruolo è molto concreto: era l’accesso più diretto per chi arrivava da Urgench e dalle vie occidentali.

Oggi è la porta più frequentata, quasi un filtro tra due mondi: fuori il presente, dentro Khiva.

Ota Darvoza la porta occidentale di Khiva

Palvan Darvoza, la porta orientale, è la porta più animata, quella che un tempo dava accesso al bazaar e ai commerci.

Qui arrivavano mercanti, carovane, merci. Nelle immediate vicinanze si trovavano anche luoghi di scambio e — secondo alcune fonti — persino il mercato degli schiavi.

Tash Darvoza, la porta meridionale, più defilata, meno scenografica, era legata ai movimenti interni e ai collegamenti con le zone agricole e con il deserto.

Qui c’erano molte boteghe per la lavorazione dei metalli e delle pietre preziose. Da qui forse il nome che significa “porta di pietra”, ma in realtà la struttura mantiene la tipica materialità della città: terra cruda, compatta, resistente.

Bagcha Darvoza, la porta settentrionale, è la più tranquilla, quasi marginale. Significa “porta del giardino”Dava accesso a zone verdi, meno trafficate e a percorsi secondari. Oggi è una delle porte più suggestive proprio per la sua quiete: attraversarla significa entrare o uscire senza transizione, in modo quasi impercettibile.

monumento alle carovane alle porte di khiva

Le quattro porte non sono solo elementi difensivi. Definiscono una struttura mentale dello spazio. Ovest: ingresso principale. Est: commercio. Sud: connessione con il territorio. Nord: passaggio secondario

Khiva è una città chiusa, ma non isolata. Ogni porta la collega a una direzione, a una funzione, a un mondo.

Il Kalta Minor e la verticalità interrotta

Il Kalta Minor è il primo monumento che si incontra entrando. Massiccio, rivestito di ceramiche turchesi (come molti monumenti uzbeki che richiamano nei colori dei loro rivestimenti blu, turchesi, verdi, il colore del cielo sempre terso), è un minareto incompiuto che avrebbe dovuto dominare tutta la regione. Era stato progettato per essere  di 100 metri,  il più alto di tutta l’Asia.

Kalta Minor, il minareto tronco e tozzo ricoperto da maioliche azzurre, è diventato il simbolo della cittadella di Khiva

Invece rimase incompiuto, ad un’altezza di 26 metri. Il minareto si ferma bruscamente, tronco, quasi sproporzionato. Ma è proprio questa interruzione a renderlo unico: una verticalità negata che diventa identità visiva della città.

Se si pensa a Khiva è la prima cosa che viene in mente, insieme ai cappelli.

I cappelli di Khiva

Sì, i cappelli. Appena entrati nella cittadella, camminando tra palazzi e minareti, tra le madrase oggi trasformate in botteghe,  si ha la sensazione che l’artigianato non sia stato ricollocato per i visitatori, ma semplicemente continui a vivere negli stessi spazi.

Tra gli oggetti più sorprendenti ci sono i cappelli. I grandi cappelli di lana bianca, voluminosi, morbidi, sembrano usciti da un’altra epoca — o da un immaginario inatteso. Una nuvola nel deserto, un simbolo distintivo di status per gli uomini, per i quali non era decoroso uscire di casa senza, sia d’estate che d’inverno.  Serviva a difedere soprattutto dal vento del deserto che trasporta la sabbia; infatti il pelo così folto e calato fino a sopra gli occhi ha la funzione pratica di trattenere i granelli di sabbia.

cappelli di Khiva

Quelli in astrakan, neri e ricci, hanno una presenza forte, quasi teatrale. Indicavano uno status sociale elevato e rispettabile, anche se a noi italiani ricordano le parrucche dei Cugini di Campagna.  Ma qui non c’è nulla di caricaturale: sono segni di appartenenza, legati a tradizioni precise.

I venditori accettano pazientemente che ogni turista li provi e si faccia l’iconica foto ricordo.

la madrasa di Muhammad Amin Khan

Di fronte al Kalta Minor si apre la madrasa di Muhammad Amin Khan, una delle più grandi dell’Asia centrale. Le sue proporzioni sono ampie, il cortile interno ordinato, le celle degli studenti trasformate oggi in piccole strutture ricettive o spazi espositivi.

La madrasa era stata costruita per i figli delle famiglie nobili. Gli studenti studiavano nelle aule in piccoli gruppi da 4.5 persone, ed alloggiavano al piano superiore.

Muhammad Amin Khan

Qui si coglie bene il ruolo della madrasa: non solo luogo religioso, ma centro di formazione, di organizzazione culturale e sociale.

Oggi è diventata un hotel, come molte altre madrase che ora ospitano botteghe artigianali, negozi, esposizioni museali.

Il minareto Islam Khoja: lo sguardo dall’alto

Se il Kalta Minor è il simbolo, il minareto di Islam Khoja è il punto di osservazione.

Khiva, Islam Khoja, il minareto più alto della città

È il più alto della città e si può salire attraverso una scala stretta e ripida. In cima, Khiva si rivela nella sua interezza: una composizione compatta, fatta di pieni e vuoti perfettamente bilanciati.

Da qui si capisce davvero cosa sia Itchan Kala: non un insieme di monumenti, ma una forma urbana compiuta.

Allakuli Khan Madrasa

È una una scuola coranica, costruita nel XIX secolo sotto il khan Allakuli.

All Khouli Khan madrasa a Khiva

Fa parte di un complesso più ampio molto interessante perché integra istruzione, commercio e infrastruttura urbana, è collegata al bazaar coperto (che si vede nelle foto con le cupole basse), si trova vicino alla zona della Palvan Darvoza, la porta commerciale della città

 Questo spiega perché davanti ci sono le bancarelle: non è una “invasione turistica”, ma una continuità storica.

Si riconosce per il grande portale (pishtaq) decorato in ceramica blu, la facciata lunga con nicchie ad arco ripetute, le torri laterali cilindriche, il bazaar addossato sotto le mura

È una madrasa meno “perfetta” di quelle di Samarcanda, ma molto più integrata nella vita reale.

Il Kunya Ark: il cuore politico

Il Kunya Ark era la cittadella dei khan, il centro del potere politico,

Il palazzo risale al  XVI secolo.

Kunya Ark a Khiva era la cittadella dei khan, il centro del potere politico.

Qui si trovavano la sala del trono estivo, aperta e ariosa, gli spazi amministrativi, le aree di ricevimento.

Prima di essere ammessi alla presenza del Khan, cosa che richiedeva in media tre mesi di attesa, c’erano dei locali dove le persone venivano istruite su come comportarsi. C’erano tre porte per la sala di ricevimento, da una entrava solo il khan, dall’altra i dignitari, dalla terza la gente comune.

sala del trono di Khiva

La sala del trono ospita una riproduzione del trono d’argento del khan, il cui originale è stato portato dai sovietici a Sanpietroburgo. E’ da notare che il trono è d’argento e non d’oro perchè nella cultura uzbeka ai maschi si addice l’argento, mentre alle femmine l’oro.

A proposito di oro: una concubina del khan poteva portare addosso sino a 4 kg d’oro (e quando il khan si stancava di lei poteva lasciare l’harem con tutto il suo oro). Ancora oggi si dice che le ragazze del Khorazm sono molto belle ma anche molto care, per i regali che devono essere fatti a loro dai futuri mariti.

Colpisce la dimensione “stagionale” del potere: cortili aperti per l’estate, spazi più raccolti per l’inverno. Un’organizzazione che riflette ancora una sensibilità legata al clima e, indirettamente, alla vita nomade.

kunya Ark a khiva, la sala del trono estivo,

Le piastrelle smaltate sono originali, fatte a mano una per una, fissate con dei chiodi (questo succede solo nel Khorazm) e numerate per ricordarne la disposizione nel montaggio. Un capolavoro che sbalordisce.

Un piccolo museo di storia del Khorazm

Alcuni ambienti ospitano un museo della storia del Khorazm, dai più antichi insediamenti di circa 3000 anni fa, alla religione zohoroastriana, alla devastante conquista dell’Uzbekistan da parte di Gengis Khan, al rinascimento uzbeko con le grandi scoperte scientifiche.

Qui ho appreso diverse curiosità, come il fatto che gli antichi abitanti dell’Uzbekistan erano biondi con gli occhi azzurri, probabilmente discendenti di Alessandro Magno. Del resto qui c’era il popolo dei Bactriani, da cui viene Roxanne, la principessa  “barbara” sposata da Alessandro Magno.

Ho scoperto anche che l’algebra è nata proprio qui nel Khorazm; Il padre dell’algebra è Muḥammad ibn Mūsā al-Khwārizmī, uno dei più grandi matematici della storia, inventore anche dello zero.

museo della storia del Khorezm nella cittadella di Khiva, la scoperta dell'algebra e il globo terrestre

Infine  il globo di al-Biruni è una di quelle storie poco note ma straordinarie che cambiano completamente la percezione dell’Asia centrale: non solo terra di carovane e imperi, ma anche laboratorio scientifico di altissimo livello.

Abū Rayḥān al-Bīrūnī nacque proprio nella regione del Khorezm, tra X e XI secolo. Era un genio universale: astronomo, matematico, geografo, fisico.

Tra le sue intuizioni più affascinanti c’è proprio l’idea del globo terrestre come strumento scientifico. Ebbene, Al Biruni calcolò il raggio della Terra con un errore minimo rispetto ai dati moderni e soprattutto ipotizzò l’esistenza di terre sconosciute oltre gli oceani.

Nel complesso ci sono anche i locali della zecca, con la riproduzione dei lavoratori che si dedicavano al conio, e che erano sottoposti ad una sorveglianza speciale per evitare che rubassero.

riproduzione museale delle oeprazioni di conio della moneta

Il Tosh Hovli e l’harem: il potere privato

Il palazzo Tosh Hovli rappresenta invece la dimensione privata del potere.

Si susseguono diversi splendidi cortili interni del palazzo  su cui si affacciano la zona dell’harem o degli appartamenti privati.

Ce n’è uno che mi ha colpito particolarmente, per la raffinatezza di una sola colonna in legno che sostiene il portico (ivan) estivo, sottile, scolpita, leggermente inclinata, quasi il centro dell’attenzione. Le pareti invece sono un’esplosione di ceramiche blu e bianche, motivi geometrici e floreali, superfici completamente rivestite.

il tosh hovli di Khiva

L’harem, oggi museo, è un susseguirsi di ambienti raccolti, decorati con grande raffinatezza ma senza ostentazione. Le stanze sono organizzate attorno a cortili interni, protette, separate.

Tosh Hovli a khiva

E accanto a questa architettura stanziale resta sempre il riferimento alla yurta: i khan, nei mesi freddi, tornavano a una forma abitativa mobile, segno di un legame mai spezzato con il deserto.

Tosh Hovli a khiva. la yurta era la sala del ricevimento invernale

Nelle yurte la stessa arte geometrica delle grandi maioliche è affidata al calore delle stoffe che decorano le pareti. I ricami e le stoffe sono una tradizione importante in Uzbekistan.

Tosh Hovli ricostruzione interno di una yurta di ricevimento invernale dei Khan

Tessuti e suzani: simboli cuciti

I suzani, grandi ricami tradizionali, sono tra gli oggetti più carichi di significato.

Originariamente facevano parte della dote matrimoniale: ogni motivo aveva un valore simbolico — fertilità, protezione, prosperità. Oggi vengono venduti come oggetti decorativi, ma conservano una densità culturale evidente.

Accanto ai suzani si trovano tessuti ikat, con le loro sfumature mosse, quasi liquide.

negozi di stoffe e vestiti nella cittaella di Khiva

Tappeti e kilim: geometrie del deserto

I tappeti uzbeki, meno celebri di quelli persiani ma altrettanto interessanti, riflettono un’estetica più essenziale.

Geometrie nette, colori caldi, motivi ripetuti. Sono oggetti pensati per durare, ma anche per essere facilmente trasportati — un’eredità evidente della cultura nomade.

tappeti uzbekistan

La moschea Juma: una foresta di legno

La moschea Juma è uno degli spazi più sorprendenti dell’intera Asia centrale. E’ una moschea anomala, senza cupola; moschee così esistono solo in Uzbekistan ed in Iran.

All’interno di questa antica moschea si apre una sala sostenuta da oltre duecento colonne di legno, tutte diverse, alcune risalenti a secoli diversi.

moschea Juma

Le colonne tipiche dell’Uzbekistan sono particolari, hanno una base in pietra che serve per l’umidità,  sono sottilissime in basso e si allargano verso l’alto, e si tengono in forza della compressione tra suolo e soffitto.

La loro base sottile e la disposizione ravvicinata creano un effetto quasi ipnotico.

La luce entra dall’alto, filtrata, creando un ambiente raccolto, meditativo.

Non è una moschea monumentale: è un luogo di immersione. Il legno mi ha sempre dato il senso del contatto profondo con la terra.

Il legno intagliato: una scrittura materica

Tra le forme più raffinate di artigianato c’è proprio il lavoro sul legno. Porte, colonne, piccoli oggetti decorativi: tutto è inciso con motivi geometrici e floreali.

bottega artigiana di legno nella cittadella di Khiva

Le colonne della moschea Juma sono il riferimento più alto, ma anche nei manufatti più piccoli, come le piccole scatole segrete o i reggilibri, si ritrova la stessa logica: ripetizione, variazione, equilibrio, mai casualità.

Il mausoleo di Pakhlavan Mahmud: il luogo più venerato

Il mausoleo di Pakhlavan Mahmud è il sito più sacro della città.

Dedicato a un poeta, lottatore e figura spirituale locale, è ancora oggi luogo di pellegrinaggio.

Pakhlavan Mahmud non si sposò mai. Quando gli chiedevano come mai non si fosse mai sposato, raccontò che una volta vide una donna bellissima e continuò a seguirla abbagliato tutto il giorno, dimenticando a causa della bellezza gli orari della preghiera ed ogni altro pensiero.

Un giorno questo famoso lottatore andà in India per una gara. Prima di iniziare vide una donna anziana che piangeva, e le chiese perchè. Lei rispose che un lottatore molto famoso dal Khorazm era arrivato in India per combattere contro suo figlio, e avrebbe certamente vinto e suo figlio sarebbe morto. Pakhlavan Mahmud le disse che forse Allah avrebbe avuto misericordia e avrebbe cambiato il destino. Così perse deliberatamente l’incontro e i concittadini del Khorazm lo criticarono e lo lasciarono in esilio in India.

mausoleo di Pakhlavan Mahmud

Un giorno per strada salvò un Khan indiano che era in pericolo, e lui chiese come ricompensa di liberare 50 cittadini di Khorazm che erano schiavi in India, il Khan accettò e così  Paklavan Mahmud tornò in patria con i suoi concittadini liberati. A Khiva continuò ad aiutare i poveri e ad essere una guida spirituale ammirata da tutti.

Accanto alla sua tomba ci sono quelle di alcuni Khan che lo ammiravano e vollero essere sepolti vicino a lui.

La cupola blu distingue immediatamente il mausoleo, ma è l’atmosfera a renderlo unico: più raccolta, più vissuta, meno museale.

Qui Khiva smette di essere solo architettura e torna a essere luogo di devozione.

mausoleo di Pakhlavan Mahmud

Ceramiche e colori: il dominio del turchese

A Khiva le ceramiche richiamano immediatamente l’architettura: smalti blu, turchesi, bianchi, motivi intrecciati.

Qui non sono solo souvenir, ma frammenti portatili della città. I motivi riprendono quelli delle madrase e dei minareti, come se l’intero spazio urbano potesse essere miniaturizzato.

Un artigianato ancora vivo

La differenza, a Khiva, non sta tanto nella qualità degli oggetti — alta, ma non unica — quanto nel contesto.

artigianato uzbeko a khiva

Gli artigiani lavorano negli stessi spazi che un tempo erano scuole, cortili, luoghi di passaggio. Non eiste un bazar, non c’è una separazione netta tra produzione e esposizione.

E questo cambia tutto: gli oggetti non sembrano mai completamente “estratti” dal loro ambiente.

botteghe di artigianato nei monumenti di Khiva

A Khiva si possono comprare molte cose. Ma ciò che vale la pena portare via non è tanto l’oggetto in sé, quanto il frammento di sistema che rappresenta.

Un pezzo di legno intagliato.
Un piccolo suzani.
Uno stampo per il pane.
O anche, perché no, uno di quei cappelli impossibili.

Perché in fondo l’artigianato di Khiva funziona come la città stessa: ogni elemento ha senso solo dentro un insieme più grande.

marionette a Khiva

Il pozzo nel deserto e il nome di Khiva

C’è un grande spazio aperto nell ’area davanti al Kalta Minor e alla madrasa di Muhammad Amin Khan, nel cuore di Khiva, che sembra un Registan ma non ha nemmeno un nome.

Qui veniva radunata la popolazione per le cerimonie e gli annunci importanti, qui avvenivano le esecuzioni, qui le persone venivano ad attingere l’acqua nel pozzo centrale.

piazza nella cittadella di Khiva con il pozzo che ha dato origine al nome della città

Questo pozzo secondo la leggenda è il centro della fondazione di Khiva e ha dato origine al suo nome.

Quando ancora qui era tutto deserto  il profeta Sem, figlio di Noè, scavò un pozzo di acqua dolce. In un territorio dove l’acqua è rara, quel pozzo divenne subito un punto di riferimento per viaggiatori e carovane lungo la Via della Seta.

L’acqua di questo pozzo era particolarmente buona, fresca, quasi miracolosa. Chi vi si fermava per bere esclamava: “Khay-vah!” , un’espressione di stupore e sollievo. Da questa esclamazione deriverebbe il nome Khiva.

Le danze in piazza

La sera, in questo spazio aperto, prende vita uno spettacolo che mescola danza, musica e teatro popolare.

La danza tipica della regione di Khiva è la Lazgi, patrimonio UNESCO, fatta di movimenti rapidi delle mani, espressioni marcate, quasi teatrali. Non è una danza eterea: è viva, a tratti ironica, fortemente espressiva.

lazgi la danza tipica di Khiva

Accanto alla danza, ci sono scene comiche: piccoli sketch in cui compaiono meloni, pane, gesti quotidiani trasformati in racconto. È un teatro semplice, diretto, che conserva qualcosa di profondamente popolare.

Non è una rappresentazione per turisti nel senso più banale. È piuttosto una traduzione accessibile di una cultura performativa antica.

monumento danza e musica cittadella di Khiva

Cenare sulle terrazze di Khiva, dove il vento riecheggia il deserto

La sera si sale sulle terrazze. La città si illumina poco e appare magica nella penombra, il cielo resta dominante, e il vento del deserto si fa sentire.

cittadella di Khiva

È un vento reale, continuo, che ricorda che Khiva non è un’isola urbana, ma una città ai margini di uno spazio immenso.

Se si resiste al vento, cenare su una di queste terrazze è molto suggestivo.

ristorane con terrazza nella cittadella di khiva

Mangiare a Khiva significa entrare in una cucina essenziale, poco costruita per il gusto occidentale, ma profondamente radicata.

Il piatto nazionale è il plov, e a Khiva lo si incontra ovunque.

Riso, carne (spesso montone), carote tagliate a fiammifero, cipolla, spezie. Tutto cotto lentamente in grandi calderoni. Non è solo un piatto: è un rito collettivo. Si prepara per gruppi, per occasioni, per comunità. Diverse città uzbeke se ne contendono la versione originale e migliore, ma in ognuna ci sono sfumature diverse. Qui, nella zona occidentale, tende a essere più semplice, meno ricco di frutta secca rispetto ad altre versioni.

plot piatto tipico dell' Uzbekistan
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Ci sono le tipiche meze, gli antipastini mediorientali.

Gli shashlik sono spiedini di carne — montone, manzo o pollo — cotti alla brace. Sono semplici, senza marinature complesse.

Il lagman è una zuppa di noodles tirati a mano, con carne e verdure.

I manti sono grandi ravioli al vapore, ripieni di carne.

Le samsa, invece, sono triangoli di pasta ripieni (carne, zucca, cipolla) cotti nel forno tandoor. La superficie è dorata, leggermente croccante, l’interno morbido.

Il pane è sempre presente. È rotondo, compatto, inciso al centro con uno stampino che crea un disegno a forma di fiore e impedisce alla pasta di gonfiarsi troppo. Gli stampini utilizzati per decorarlo — piccoli dischi chiodati — sono oggetti semplici ma affascinanti.

pane uzbekistan

Ma soprattutto è un elemento sacro. Non si butta, non si rovescia, non si tratta con leggerezza. Viene spezzato, mai tagliato (nella tradizione uzbeka in tavola non ci sono i coltelli, simbolo di tradimento e violenza). Sta al centro della tavola, come un punto fermo.

La cerimonia del tè all’uzbeka

Esiste una cerimonia del tè all’uzbeka, un rito che accompagna ogni pasto perchè è d’uso bere tè caldo invece dell’acqua o delle bevande alcoliche, che in un Paese islamico sarebbero vietate anche se qui, probabilmente a causa del periodo sovietico, sono ampiamente tollerate.

La teiera viene porata in tavola, accompagnata da piccole ciotole per ciascun commensale, che spesso sostituiscono proprio i bicchieri. Il commensale a capo tavola versa tre volte il tè nella sua ciotola rimettedolo dentro alla teiera, poi la prima coppa tocca a lui. Quindi  lo versa nelle ciotole degli altri, che non devono mai toccare i bordi con le mani.

Bere il tè in purezza, non zuccherato, sulle terrazze di Khiva battute dal vento, è una sensazione molto gradevole.

Khiva sintesi coerente di tanta storia

Khiva è stata la capitale di un khanato importante e un nodo della Via della Seta,  ma sempre con una posizione defilata, protetta. Questo isolamento l’ha salvata. Non è stata trasformata, ampliata, riscritta. È rimasta intera.

strade della cittadella di Khiva

Khiva non è la città più spettacolare dell’Uzbekistan. Non è la più viva, né la più grandiosa, ma è forse la più compiuta, perché tutto — dai grandi monumenti alle colonne di legno, dai cappelli nei bazaar al pane inciso — appartiene allo stesso sistema, luogo di tradizioni semplici del deserto, di sosta delle ricche carovane di mercanti e di raffinata millenaria cultura.

monumento nella cittadella di Khiva

3 thoughts on “Khiva, la cittadella alla soglia del deserto dell’ Uzbekistan

  1. Articolo davvero suggestivo! Riesce a trasmettere perfettamente l’atmosfera quasi sospesa nel tempo di Khiva, con le sue mura antiche, i minareti color turchese e quel fascino unico da città della Via della Seta. Da quello che racconti si percepisce proprio l’idea di un luogo che sembra un museo a cielo aperto, dove ogni angolo racconta una storia e invita a rallentare il passo per assaporarla davvero.
    Non sono ancora stata in Uzbekistan, ma è una meta che mi incuriosisce tantissimo proprio per questa sua autenticità e per il fatto che, rispetto ad altre destinazioni più battute, conserva ancora un’anima molto forte e riconoscibile.

  2. Un racconto davvero evocativo, che fa immaginare Khiva come un luogo sospeso nel tempo, tra architetture storiche e atmosfere uniche. Trasmette l’idea di una città da vivere con calma, assaporandone ogni dettaglio.

    Non ho ancora visitato l’Uzbekistan, nonostante abbia avuto due proposte di fam trip nella nazione, ma è una meta che mi incuriosisce molto per la sua autenticità e per il suo carattere ancora poco turistico. Magari quando la situazione mondiale Si sarà un po affievolita prenderò il coraggio di andare

  3. Non sono mai stata in Uzbekistan e non avevo mai sentito parlare di Khiva. Grazie al tuo racconto, mi è sembrato di visitarla, cogliendo in pieno i significati della sua architettura. Molto affascinante!

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