La via dell’altopiano che dal Lago Titicaca risale verso Cusco è una delle strade più belle e simboliche delle Ande che si snoda attraversando villaggi, altipiani e luoghi sacri dove il tempo sembra essersi fermato. La strada delle Ande segna un lento passaggio dall’altopiano aymara al mondo inca, tra cielo vasto, pascoli infiniti e pietre che raccontano storie millenarie.
La zona del lago Titicaca è caratterizzata da un’agricoltura legata fortemente alle stagioni, perchè l’unica forma di irrigazione è l’acqua che scende dal cielo, per cui si coltiva una sola volta all’anno. Quando piove i campi sono verdi e pieni di vita, mentre nel periodo secco senza pioggia tutto diventa giallo.
La popolazione occupa per vivere solo il 30% del territorio, mentre il resto è dedicato alla coltivazione e ai pascoli; a causa dell’altitudine non crescono alberi. I campi appartengono alle comunità di contadini. Nel 1960 in Perù c’è stata la riforma agraria, l’espropriazione della terra dai latifondisti ai coltivatori.
Juliaca
La prima città che si incontra è Juliaca. E’ una città priva di bellezze architettoniche, ma è un luogo di transito forzato per il passaggio, rima porta di accesso all’altopiano e di uscita da Puno; qui c’è l’aeroporto che manca a Puno a causa della presenza delle montagne. Juliaca è chiamata” la città del vento”, perchè non è protetta dalle montagne che riparano dal vento.

E’ anche chiamata “la piccola Taiwan” perchè è la patria delle merci contraffatte, vestiti, borse, scarpe ma persino il cibo, la birra, la coca-cola; questi prodotti si vendono in un mercato all’ingrosso molto grande il lunedì e il giovedì, e da qui arrivano nelle varie province per la vendita al dettaglio.
Nonostante le numerose fabbriche e industrie manca il lavoro per gli abitanti, perchè vi lavorano gli immigrati da altre regioni che vengono pagati di meno. A causa anche della disoccupazione e della povertà Juliaca è una città considerata pericolosa.
Le communidad dell’ Altopiano
Nell’altopiano incontriamo tanti piccolissimi paesini, le communidad contadine, dove la vita è dura, ma grazie alla lungimiranza di Fujimori è molto migliorata,
Ad esempio, l’educazione fino agli anni ’90 era un privilegio degli abitanti delle città, ma il governo Fujimori portò le scuole elementari e medie anche in tutte le communidad delle campagne; per i primi anni questa riforma provocò entusiasmo tra i contadini, ma poi iniziò a mancare la manodopera nei campi e così si svuotarono le scuole.
Il governo stanziò delle sovvenzioni economiche per assumere manodopera per quei contadini che presentavano alla banca nazionale la certificazione che mandavano i figli a scuola. ma poi le scuole s svuotarono ancora perchè ci fu un periodo di carestia, e i bambini non avevano di che mangiare, allora il governo dispose che i bambini potessero avere da mangiare a scuola, e anche librie e quaderni. Al giorno d’oggi l’istruzione è obbligatoria.
Fujimori fece dotare ogni communidad anche di un pronto soccorso, ma la popolazione rurale è ancora oggi molto legata alla medicina naturale tradizionale. In campagna la vita è molto meno stressante, il cibo è sano e a km 0, e così ci sono meno malattie.
Pucara
Il primo stop è Pucara, oggi piccolo centro noto per le sue ceramiche tradizionali, perchè in questo paese c’è molta argilla, nera rossa e bianca.
Qui si realizzano in particolare i celebri toritos de Pucara, simboli di protezione e prosperità. Gli spagnoli portarono qui i tori che vennero sostituiti ai lama nei lavori dei campi, e secondo la tradizione inca sono sempre rappresentati a coppie, nella dualità. In alcuni posti si trovano i due tori con la croce al centro, simbolo del sincretismo religioso (Dio e le forze della natura).

Prima ancora degli Inca, però, tra il II secolo a.C. e il IV d.C., qui fiorì la civiltà dei Pucaras, la più importante delle molte civiltà dell’altopiano, che costruì piattaforme cerimoniali e templi in pietra. Erano una cultura molto forte e guerriera e ci hanno tramandato la loro civiltà non attraverso la scrittura ma attraverso i monoliti di pietra.
Alla base della montagna si trova Kalasaya, un tempio a piramide tronca di gradoni spianati in cima, sembra quasi monco ma probabilmente era così anche originariamente. Le porte del tempio dove si facevano le offerte erano i quattro punti cardinali: i due solstizi e i due equinozi. Kalasasaya non era un tempio “chiuso”: era uno spazio rituale sopraelevato, probabilmente usato per cerimonie pubbliche legate al culto, al potere e al calendario agricolo, in un dialogo costante tra cielo, altopiano e comunità.

C’erano tre templi, uno dedicato alle divinità dell’acqua (pescegatto), uno alle divinità della terra (puma) e uno alle supreme divinità del cielo (condor); i vari momenti della vita erano scanditi da cerimonie e sacrifici in questi tre diversi edifici religiosi.
Gli spagnoli per estirpare la cultura pucara, iniziarono a sepellire tutte le statue, e infatti sotto terra nei tre templi sono stati trovati gran parte dei reperti conservati nel museo litico.
Il museo litico
Il Museo Litico di Pucara è piccolo, essenziale, ma potentissimo. Conserva sculture monolitiche originali rinvenute nei siti cerimoniali della zona: figure antropomorfe, animali simbolici, stele rituali. Tutto è scolpito in andesite o basalto, materiali durissimi, lavorati con una precisione sorprendente. Le figure sono ieratiche, immobili, spesso inquietanti. Guardano frontalmente, come se vigilassero.

Sono conservati anche dei vasi cerimoniali, di ceramica molto raffinata,come questo bel vaso con testa di puma. All’interno sono state trovate tracce di sangue di lama, dunque sacrifici alla pachamama, la madreterra, non umani.

E’ interessante notare la differenza con altre ceramiche trovate qui, molto più rozze anche se appartenenti a quasi 1000 anni iù tardi, appartenenti alla cultura collas, un Popolo aymara vicino al lago Titicaca; quando i Pucaras sentirono la pressione degli inca chiamarono in aiuto le altre popolazioni vicine, ma finirono poi per scappare lasciando i propri alleati in balia degli inca.
I “tagliatori di teste”
Tra gli oggetti e le iconografie più impressionanti della cultura Pucará vi sono le rappresentazioni dei cosiddetti “tagliatori di teste”, figure ricorrenti nell’arte andina antica. I corpi sono rappresentati con delle teste mozzate e in mano, come realmente facevano con i nemici.

Non si tratta di violenza gratuita, ma di un gesto rituale e simbolico. Le teste mozzate dei nemici– spesso rappresentate con occhi sbarrati e tratti marcati – erano considerate contenitori di forza vitale, potere e fertilità. Non solo incutono paura nei nemici ed esaltano il potere dei Pucara, ma il loro uso è attestato in contesti cerimoniali e probabilmente legato a pratiche di rinnovamento cosmico e culto degli antenati.
A Pucara, queste figure sono particolarmente arcaiche: precedono di secoli iconografie simili che ritroveremo a Nazca.
La figura nota come HatunNaq’Aq, il grande decapitatore, è la divinità principale dei pucara: tiene in mano un coltello e nell’altra la testa, ha un copricapo con un puma simbolo di potere, un collare di piume e un vestito lungo, ha un’espressione feroce con gli occhi spalancati, il naso robusto, la bocca aperta che mostra i canini.

Un’altra figura è nota come il divoratore, il cannibale; nella figura si vede chiaramente il volto di una persona nella bocca di un’altra.

Nel cortile del museo si trova una imponente queñua, l’albero delle Ande alte, contorto e resistente come la civiltà che qui ha scolpito la pietra.

Il caffè premiato sull’altopiano
La piazza principale di Pucara è quella su cui si affaccia la cattedrale di Santa Isabela. Accanto alla sua anima antichissima, la facciata è fatta di sillar, che è diventato rosa a causa del forte sole, al contrario del sillar bianco di Arequipa. Dietro al sillar è tutta pietra rustica.

Pucara custodisce una vitalità contemporanea inattesa. Negli ultimi anni il caffè prodotto nella zona (proveniente dalle valli più basse e umide collegate economicamente alla comunità) ha ottenuto un riconoscimento importante a livello nazionale, attirando l’attenzione sulla qualità della filiera locale.

Nei piccoli bar del paese (vi consiglio quello che affaccia sulla piazza della cattedrale) si serve un caffè sorprendentemente aromatico, curato con orgoglio. È piacevole gustarlo qui, seduti a quasi 4.000 metri, con alle spalle un passato rituale millenario.

L’altopiano
Lasciamo Pucara e continuiamo a salire verso il passo de la Raja, passando per piccoli paesi. A questa altitudine l’agricoltura è difficile e i campi coltivati lasciano il posto ai pascoli.
Ayadiri
Ayadiri è un paese famoso per l’allevamento di ovini e bovini, e per la distribuzione di latte, formaggi, yogurth e carne per tutta la regione di Puno, tanto che il monumento principale del personaggio più importante del luogo rappresenta una mucca e una pecora. C’è anche un centro di studi della facoltà di veterinaria, dove gli studenti devono stare un anno .

Il piatto tipico di Ayadiri è il cancacho, carne di pecora cotta in un forno di mattoni riscaldato con erbe naturali che gli conferiscono un sapore molto particolare. morbidissimo dentro e quasi croccante fuori.
Tutte le comunità dell’altopiano un giorno a settimana fanno la fiera del bestiame, che trasportano con i camion. nelle varie regioni del Paese.
Passiamo per il paese di Santa Rosa, che vive di artigianato e lavorazione della lana.
Verso la Cordigliera
Pian piano si incomincia a vedere la Cordigliera Centrale, dietro la quale si trova l’ Amazonia. Sulla cordigliera, a 4000 metri, le pecore lasciano il posto ad allevamenti intensivi di alpaca e lama.
Sullo sfondo si intravede il ghiacciaio Colorada, 5420 m., il cui nome deriva dal colore rossastro delle rocce e dei sedimenti ricchi di minerali che circondano il ghiacciaio,
Tutte le montagne erano coperte di ghiacciai ma il cambiameneto climatico li sta sciogliendo, e piove quando non dovrenne, o è troppo secco quando dovrebbe piovere, e questo crea danni all’agricoltura.
L’agricoltura è ancora praticata con le terrazze, ma quelle più alte pre-inca sono quasi tutte abbandonate.
Vediamo nei campi una paglia molto dura e spinosa, l’ ichu, che i lama e gli alpaca mangiano per pulirsi i denti, ma viene usata anche per le coperture dei tetti (case, capanne, edifici rituali), lettiere per alpaca e lama, combustibile in assenza di legna, cordami e intrecci.

I pastori più anziani vivono ancora in capanne di mattoni (blocchi di terra, paglia e acqua seccati al sole), piccole e bassissime per trattenere il calore nelle gelide notti andine, con il tetto di paglia, senza finestra e solo con una porta molto stretta. I pastori devono fare molta manutenzione e cambiare la paglia tre volte all’ anno.
Le vediamo ancora nella località che attraversiamo chiamata Picchu.
Ora però i pastori costruiscono catapecchie a due piani di mattoni cotti e tetto di lamiera, che di notte fa freddo e di giorno caldo.
La Raja
A oltre 4.300 metri di altitudine, La Raya segna il punto di passaggio tra i bacini del Titicaca e del Vilcanota. Qui il paesaggio si fa essenziale: pascoli battuti dal vento, greggi di alpaca, montagne che sembrano non finire mai con i ghiacciai sulle loro vette.

È uno di quei luoghi in cui si sente fisicamente la vastità delle Ande. Il silenzio è rotto solo dal vento e dai campanacci degli animali. Un luogo di confine, geografico e interiore.
Nel punto del passo diversi venditori locali vendono i loro prodotti, principalmente di lana di alpaca e lama, coloratissimi.

L’agricoltura oltre il passo de la Raja
Dopo la Raja si abbandona l’altopiano e si entra nella regione di Cusco, si incomincia piano piano a scendere e il paesaggio cambia, diventa più verde, si vedono molti eucalipti, e coltivazioni di mais anche per esportazione.
Tutto il lavoro agricolo è manuale, e spesso si incontrano contadini curvi sui campi; l’allevamento non è molto diffuso nella valle di Cusco.
Continuano ancora ai giorni d’oggi nel mondo agricolo di queste parti le tre antiche usanze inca.
- Ayni, un principio fondamentale che indica aiuto reciproco obbligato e solidale, dato oggi e restituito domani.
- Minka, lavoro collettivo per il bene comune (canali, strade, chiese)
- Mit’a, lavoro obbligatorio dovuto all’autorità nei pezzi di terra che non hanno proprietari e che vengono coltivati in comune dividendosi i frutti.
Aguas Calientes
Passiamo attreverso la località di Aguas Calientes (da non confondersi con l’omonimo paese vicino a Machu Picchu. Questa Agua Calientes è un luogo dove si viene in villeggiatura per fare in piscine scoperte bagni termali caldi ottimi per i reumatismi e le artriti. Nei giorni di festa è sempre pieno di visitatori. L’acqua viene da un vulcano qui vicino.
Maranganì
A Maranganì, 3600m., l’altopiano comincia a piegarsi verso Cusco: cambiano i colori, le lingue, il ritmo della strada.
Nel cimitero ci sono molte tombe con nomi inglesi, italiani e francesi, e non è raro trovare abitanti con i capelli biondi, perchè gli indigeni si sono mescolati agli inglesi che costruivano la ferrovia e che decisero di stabilirsi qui. Scelsero questo posto per l’abbondanza e qualità della lana di lama e di pecore. Costruirono una fabbrica di lana col marchio “Maranganì”, divenuto molto noto in tutto il Paese.

Il treno che passa nella valle di Cusco, che appartiene a Perù Rail è un treno antico che parte una volta al giorno, solo turistico, è bello ma è lento perchè impiega 10 ore da Puno a Cusco e il biglietto costa 185 dollari, non è conveniente rispetto ai pullman di linea che al massimo costano 80 dollari.

Lungo la strada si vedono delle belle case dal tipico stile inglese, i resti di una cappella in rovina, le capanne degli operatori della ferrovia separati per nazionalità, che oggi sono abbandonate. A destra si vede la fabbrica abbandonata delle coperte di lana Maranganì.

Sicuani
Il paese di Sicuani, a circa 3550 m., è la vera cerniera tra altipiano e Cusco. Non è un luogo monumentale, ma è strategico: qui si cambia passo, clima e spesso lingua.
Da qui passano i prodotti di contrabbando che entrano in Perù dalla Bolivia, uno dei Paesi pià poveri del sudamerica, dove tutto costa meno. I poliziotti corrotti spesso chiudono un occhio e addirittura si tengono mercati della merce di contrabbando, che tanto male fa all’economia locale.
Sicuani è noto per i lavori in pelle di pecora e di alpaca, Passiamo al bordo di un fiume dove ancora a mano si lava la pelle di lama e alpaca per sbiancarla e metterla poi a seccare.
Raq’chi
La nostra tappa successiva è Raq’chi, che era un importante punto pre-inca di smistamento commerciale, un centro di produzione, un sito religioso, nonchè un luogo di addestramento per i soldati.

La scelta di questo luogo non è casuale. Innanzi tutto qui era il confine culturale tra il mondo quecha e il mondo Aymara.
Inoltre gli Incas stavano combattendo contro i Chancas, una cultura pre-inca molto forte che non si lasciava dominare e qui si trovava un luogo di frontiera tra i due popoli, dove si svogevano scontri con alterne fortune.

Quando Pachacutec tornò a Cusco dopo uno di questi scontri sognò nella notte un uomo vestito di bianco che gli disse di tornare a Raq’chi con più guerrieri, perchè qui sarebbe stata la battaglia vittoriosa decisiva. E così fu. In onore di questo dio visto in sogno, che chiamò Wiracocha, decise di costruire il complesso che ancora oggi impressiona.
L’altro motivo della scelta di questo luogo per la costruzione del tempio fu l’eruzione di un vulcano, per cui gli Inca pensavano che la pachamama fosse arrabbiata e avesse bisogno di un atto riparatore, un luogo sacro.

Raq’chi è situato tra le montagne, e sulle creste delle montagne corre un muro che chiude tutta l’area del complesso.
Questo posto era come una dogana, tutti quelli che passavano di qua, quechas e aymaras, erano obbligati a lasciare una quota delle merci, venerare il Dio prima di passare oltre. Ecco perchè ci sono tantissimi magazzini.
Il cuore del sito è il tempio, poi ci sono le case dei nobili, il laghetto sacro, il carcere inca, le abitazioni dei sacerdoti, il cammino inca che inizia in Colombia, , percorre Ecuador, tutto il Perù, poi Bolivia, e Cile.

Quando fu scoperto, questo luogo era pieno di pietre in mezzo ai campi che erano coltivati. e parte delle pietre erano state usate per le case dei locali.
Qui la legge non prevede l’esproprio, quindi lo stato deve convincere tutti i contadini a lasciare i loro campi per averne altri in cambio.
Nei campi coltivati noto tanti pezzi di coccio, chissà se sono reperti archeologici, sia pure insignificanti.

Il Tempio di Wiracocha
Il cuore del sito è il Tempio di Wiracocha, un edificio straordinario per dimensioni e concezione: lungo circa 90 metri, con un muro centrale altissimo (14 metri, oggi in parte ricostruito) e spesso un metro, base in pietra finemente lavorata, alzato in adobe (terra cruda).
Le colonne, 11 per lato, avevano un’ altezza stimata di 8–9 metri. La loro funzione era di sostegno del tetto a doppia falda e di organizzazione dello spazio rituale interno.
I buchi nel muro centrale era per l’apoggio delle travi di legno che poggiavano sulle colonne laterali per sostenere il tetto.

Le colonne erano disposte simmetricamente lungo il muro centrale e reggevano una copertura imponente: l’interno del tempio risultava altissimo, luminoso, quasi teatrale.
Questa combinazione — pietra sotto, terra sopra — è rarissima nell’architettura inca monumentale. Indica un uso rituale specifico, probabilmente legato al fuoco, alla luce e al cielo.
Nel tempio era collocata la statua del dio Wiracocha, con la testa ricoperta da lamina d’oro. Quando arrivarono gli spagnoli tagliarono la testa che oggi è conservata nel museo di Madrid.
Il tempio non era pensato per contenere: era pensato per impressionare, per essere visto da lontano, come segno del potere sacro dell’Impero.

Funzionava anche da dogana, nei due lati del tempio divisi dal muro passavano quechas e aymara diretti rispettivamente a nord e a sud, e depositavano le loro offerte per proseguire il cammino.
Le qollqas
Attorno al tempio si dispiega uno degli elementi più impressionanti di Raq’chi: una serie ordinatissima di 220 qollqas, i magazzini imperiali.
Sono edifici di forma circolare, disposti in file parallele lungo il pendio. Sono di pietra per mantenere la temperatura con tra l’uno e l’altro un elemento di giunzione che permetteva l’elasticità antisismica. Anche la porta a forma di trapezoide è antisismica. Originariamente erano ricoperti con un tetto di paglia legati da strisce di pelle di alpaca alle architravi di legno, alcuni sono stati ricostruiti per mostrare come erano.

Erano utilizzati per conservare mais, quinoa, patate disidratate, tessuti, armi. I prodotti erano divisi ciscuno in un silos diverso.
Qui si vede chiaramente come l’Impero inca fosse una macchina logistica perfetta, Raq’chi era un polo di redistribuzione, probabilmente a servizio sia dei riti sia dei viaggiatori e dei funzionari imperiali.

La cittadella
Accanto al tempio e alle qollqas si trovano quartieri residenziali, strutture amministrative, tratti di canalizzazione.
Tra le case dei nobili passavano tre strade; la più ampia e centrale era riservata agli uomini, quella più ampia laterale era per le donne ed i bambini. A seconda dell’ombra dei raggi di sole gli inca potevano capire i giorni del calendaio.

Questo indica che Raq’chi non era solo un santuario, ma una città funzionale, abitata stabilmente da sacerdoti, amministratori e lavoratori legati al culto. Sacralità, potere imperiale e gestione attenta delle risorse: una sintesi perfetta dell’impero inca.
Il triangolo del barocco andino
Ci dirigiamo nella valle a sud di Cusco per visitare i capolavori del barocco andino, uno stile unico che mescola il barocco con la cultura dei contadini in una visione sincretica.
Dai contadini di questi luoghi è infatti iniziata l’evangelizzazione spagnolac e i contadini stessi hanno aiutato a costruire le chiese. Era il luogo ideale per costruire delle chiese sontuose, perchè qui ci sono importanti miniere d’argento.
Le chiese sorgevano sempre nei precedenti luoghi sacri degli Inca, un po’ per spazzare via il vecchio culto, un po’ per dare continuità al senso del sacro.
Nella valle di Cusco ve ne sono tre molto famose, costruite nel VII secolo: San Juan Bautista de Huaro, Nuestra Señora de la Asunción de Canincunca, San Pedro de Andahuaylillas.
Urcos
Attraversiamo prima il paese di Urcos, un paese andino situato a circa 3.150 metri di altitudine.
Urcos sorge accanto alla Laguna de Urcos, considerata in epoca inca un luogo sacro.

Secondo le cronache, durante riti e momenti di crisi l’élite inca vi avrebbe gettato oggetti preziosi in oro come offerte rituali agli dèi e agli apu circostanti.
In Urcos c’è un bel monumento in ferro all’ultimo eroe inca, Tupac Amaru, insieme alla sua famiglia.
Urcos conserva un carattere quotidiano e agricolo (qui si coltiva tanto mais), lontano dai grandi flussi turistici. Vi scorgo diverse donne in costume, ancora diverso da quello ammirato sia nella valle del Colca sia nell’area del Titicaca sia sull’Altopiano.

Huaro
Ognuna di queste tre chiese ha un carattere molto pronunciato. San Juan Bautista de Huaro contiene il ciclo pittorico più drammatico: il Giudizio Universale dipinto sulle pareti, con scene fortemente narrative e didattiche, ed un uso del barocco come strumento pedagogico per le popolazioni indigene.

Canincunca
Nuestra Señora de la Asunción de Canincunca è la più intima e sorprendente.

E’ la meno visitata delle tre, ma amatissima da chi cerca luoghi autentici.
Si distingue per pitture murali ricche ma più “popolari”, un forte sincretismo religioso, un’atmosfera raccolta, quasi domestica.

Andahuaylillas
Andahuaylillas in lingua quecha significa “sopra il prato”, ed è diminutivo di Andahuayllas, una regione del centro del Perù, capoluogo dei Chancas, la fiera cultura preinca che non si faceva domninare dagli Inca.
Vi viveva una comunità numerosa e anche diversi spagnoli vi si erano trasferiti per governare le ricchezze della valle. Qui le strade sono ancora quelle di pietra fatte dagli Inca. Vi sono alcune antiche case di pietra col balcone in legno.

San Pedro de Andahuaylillas è la più famosa e spettacolare delle tre chiese del triangolo del barocco andino, tanto da meritarsi il soprannome di Cappella Sistina delle Ande.
All’esterno è semplice, quasi ingannevole; all’interno esplode in affreschi continui su volte e pareti, dorature, simboli cristiani mescolati a iconografia andina. Purtroppo non è permesso fotografare.
Solo gli spagnoli andavano a messa dentro, gli indigeni aspettavano fuori, e il prete usciva dal balcone per celebrare la messa. Anche i funerali tuttora vengono fatti all’esterno.

Un libro illustrato
In questo luogo sorgeva la casa di un generale Inca. Per questo il pavimento è fatto con la pietra tagliata che apparteneva alla casa.
Qui il barocco europeo viene completamente riassorbito dal mondo quechua: angeli armati, piante tropicali, riferimenti cosmologici locali.

All’interno una porta pentalingue reca la scritta “in nome del padre del Figlio e dello Spirito Santo” in tutte le 5 lingue parlate: latino, spagnolo, quechua, aymara, puchina.
Poichè le immagini erano il quasi esclusivo strumento di evangelizzazione per avvivcinare gli indigeni, la chiesa è come un enorme libro illustrato aperto.
Le decorazioni dela volta a botte pesentano un ricchissimo apparato floreale e geometrico, dove motivi vegetali tropicali, fiori stilizzati, intrecci ornamentali si combinano in un cielo artificiale.

Paradiso e inferno
Non è un semplice ornamento: è la rappresentazione del Paradiso cristiano, ma filtrato attraverso una sensibilità andina, in cui la natura è sempre sacra. Il messaggio è chiaro: Dio è sopra, ovunque, e ti osserva.
Sulle pareti laterali si sviluppa un vero racconto pittorico. Le scene non sono casuali: episodi biblici, figure di santi, simboli morali. Ci sono gli angeli con la faccia rotonda degli indigeni dell’altopiano, invece dell’uva il mais, i colibrì, la finestra rotonda che rappresenta il sole, con gli attributi di Gesù.
Ci sono influssi della cultura araba mudejar transitata attraverso la Spagna. I due organi sono un omaggio alla dualità sempre presente nella cultura andina.
È il barocco come strumento pedagogico: l’immagine sostituisce il testo, la pittura diventa linguaggio universale.
Uno degli elementi più sorprendenti è il fregio inferiore, popolato da demoni, figure ibride, creature grottesche; rappresenta l’inferno, il peccato, la dannazione.

L’altare maggiore è un trionfo di dorature, colonne tortili, angeli, nicchie con santi. Qui il barocco europeo è più riconoscibile, ma non manca la mano indigena.
La chiesa ha subito recentemente un furto, hanno rubato interamente le lamine d’argento che ricoprivano un altare, e sono state sostituite con specchi.
San Pedro colpisce perchè il suo sincretismo è immersivo e totale.Il risultato è un linguaggio nuovo, nato dall’incontro forzato ma creativo tra Europa e Ande.
Verso Cusco
Non molto dopo Andahuaylillas la strada si divide: da un lato si va verso la Valle Sacra, dall’altro si prosegue verso Cusco.
Man mano che ci si avvicina all’antica capitale Inca il territorio diventa fittamente popolato, e si incontrano paesini uno dietro l’altro, ciascuno con la sua specialità alimentare.
Oropesa è chiamata la Capital Nacional del Pan, ed è usanza delle persone che vano a Cusco di fermarsi prima qui a comprare il pane. In particolare Oropesa è famosissima per il pan chuta, un pane grande, rotondo, con la mollica compatta, cotto in forni a legna tradizionali.

Tipón, oltre che per un bel sito archeologico, è nota perchè si mangia uno dei migliori cuy (al horno della regione. Il cuy è il porcellino d’india ed è il piatto nazionale peruviano delle feste, quasi rituale. Qui si può gustare marinato con spezie andine, cotto lentamente, con la pelle croccante e la carne saporita.
Saylla è il riferimento assoluto per i chicharrones cusqueños: è il maiale fritto lentamente, servito con mote, tamales, salsa piccante.

E poi, finalmente, Cusco, a cui le scoperte di questo viaggio ci hanno pian piano preparatoa. La capitale Inca appare tutta insieme, distesa sulle colline, grandiosa come dovette apparire ai conquistadores alla loro prima visione. A noi non resta che entrare e scoprirla.

Sto scoprendo con i tuoi ultimi articoli territori a cui non avevo mai pensato come mete di viaggio. Sono davvero estasiata dall’architettura e dalla storia di questi luoghi, e soprattutto dalle colonne del Tempio di Wiracocha- Una struttura che sicuramente, in passata. è stata un baluardo protettivo per la popolazione.