Dalla valle del Colca al lago Titicaca sono 6 ore di bus, attraverso la Carretera Interoceanica, la strada principale e molto trafficata che connette la costa atlantica a quella pacifica, attraversando Perù, Cile, Bolivia e Brasile.
Llagunillas
La tappa più significativa è Lagunillas, un lago più alto del Titicaca, perchè quest’ultimo è a quota 3810 metri, mentre Lagunillas è a quota 4100 metri, ma Lagunillas è più piccolo: 18×5 km di estensione e 40/50 m di profondità massima E’ navigabile ma solo da piccole imbarcazioni dei pescatori. non molte persone vivono intorno al lago, perchè fa molto freddo, e non ci sono molte risorse naturali.

I fenicottteri colorano il paesaggio per buona parte dell’anno, ma in questo periodo vanno in Bolivia a fare i loro nidi. Un fiume di acqua fredda scende dalle montagne e alimenta Llagunillas, e inoltre c’è una connessione tra Lagunillas e Titikaka.
Llagunillas è anche un limite geografico, qui inizia il grande Alitipiano Andino di cui il 20% è in Perù, il 60% in Bolivia e il restante 20% in Cile e Argentina; il paesaggio cambia qui: durante la stagione delle piogge(e della neve) è molto verde, ma durante la stagione secca appare arido.
Il Lago Titicaca
Arriviamo di notte sul lago Titicaca, le luci sulle sue sponde ne fanno intuire le dimensioni, sembra quasi un mare. Il Lago Titicaca è un paesaggio culturale, un mondo sospeso nel cuore dell’ Altipiano Andino, tra Perù e Bolivia, a quasi 4.000 metri di quota dove l’acqua non separa ma unisce, e dove la vita ha trovato forme di adattamento radicali, improntate a clima duro, ritmi lenti, essenzialità.

Il lago Titicaca si sta lentamente seccando, non molti anni fa era più profondo di 2 metri, ma il suo lento processo di trasformazione è molto antico. Fino a 7 milioni di anni fa, il Titicaca era un mare, aveva un’ estensione di più di 200.000 km quadrati, e le sue acque salate si collocavano tra Perù, Bolivia, Brasile e Argentina. Le placche tettoniche si sovrapposero, si incresparono, e diedero origine alle Ande, e sulla cima delle Andre arrivò la neve. Sette fiumi iniziarono a scendere dalle vette innevate immettendo acqua fresca nel Titicaca, che oggi è in tutto e per tutto un lago d’acqua dolce; anche se mantiene uno 0,2% di sale gli abitanti ne bevono l’acqua. La temeratura media è di 12 gradi.
Ora il Titicaca, con i suoi 8560 km quadrati, è considerato il secondo lago più grande del Sudamerica (il primo è il Maracaibo in Venezuela, ma questo è più una laguna, una baia collegata al mare, quindi non sempre classificato come lago in senso stretto).
E’ inoltre il lago navigabile più alto del Sudamerica, anche se ci sono laghetti certamente più alti in Cile ed in Argentina, ma non abbastanza grandi o profondi da poter essere percorsi stabilmente da imbarcazioni.

Un tempo era la principale via di collegamento tra Perù e Bolivia, il suo attraversamento però richiedeva 8 ore, mentre in macchina il tempo è di sole 2 ore, così la barca non è più l’ usuale modo di spostarsi per il commercio tra i due stati.
Nel porto di Puno è ancora conservata un’imbarcazione a vapore del 1862 e un’altra nave passeggeri del 1930.
La città più grande sulle rive del lago Titicaca è Puno in Perù, la seconda più grande è Copacabana in Bolivia. Il 60% della superficie del lago appartiene al Perù e il 40% alla Bolivia.

Il nome Titicaca in lingua quecha significa ” roccia del puma grigio” e in aymara “dove il puma si erge”. Comunque sia il lago ha effettivamente la forma di un puma, si distingue la testa, l’orecchia, il corpo, come un gatto che caccia un coniglio. Gli antichi popoli conoscevano già la forma del lago perchè dall’alto delle montagne di 6000 metri si vedeva.
Nel 1966 una spedizione archeologica argentina trovò sommersa nel Titicaca una città con templi di grandi pietre, strade e abitazioni. Nel 1968 arrivò Jacques Costeau con un sottomarino e trovò un’altra città con terrazze per l’agricoltura; infine 10 anni fa una spedizione italiana trovò un cammino Inca. Da tutti questi ritrovamenti si può supporre che il livello del lago fosse più basso e sulle sue sponde ora sommerse fossero state fondate le città.

Sul lago si trovano 36 isole naturali, di cui tre isole principali. La isola più grande è l’Isla del Sol in Bolivia, in cui si trovano diverse terrazze per l’agricoltura risalenti al periodo Inca. Secondo la tradizione il primo re Inca, Mancocapac, nacque in questa isola. La seconda isola del Titicaca è Amantani, e la terza è Taquile.
Il lago Titicaca è una riserva naturale dove vivono 82 specie di uccelli. Qui si trova uno degli uccelli più singolari delle Ande: lo svasso del Titicaca, incapace di volare ma abilissimo nel correre sull’acqua e immergersi.
La mia notte su un’isola galleggiante degli Uros
Tra le esperienze più emblematiche del mio viaggio c’è senz’altro la notte (di Capodanno) passata su una delle isole galleggianti degli Uros. Costruite interamente in totora, una canna che cresce sulle sponde del lago, sono isole vive: vanno mantenute, rinforzate, ricostruite. Qui nulla è definitivo, tutto richiede cura costante.

Le case, le barche, perfino il suolo sotto i piedi nascono dalla stessa pianta. È una lezione potente di adattamento umano. La vita quotidiana è spartana, lontanissima da qualunque idea romantica di “turismo etnico”, ma proprio per questo autentica. Una notte è stata sufficiente a capire quanto sia duro e insieme coerente questo modo di abitare il mondo.
Alle 22, come fosse un piccolo rituale di sopravvivenza più che una festa, mi hanno servito una cotoletta di pollo con del riso e una fetta di banana. Un airone fuori dalla porta attendeva con pazienza e invano gli avanzi del nostro lauto pasto, Poi, tutta la famiglia Uros che doveva calorosamente accogliermi è andata a festeggiare in terraferma.

Nella capanna faceva un freddo becco, di quelli che entrano nelle ossa senza chiedere permesso. Fuori pioveva, una pioggia sottile, ostinata, che al Titicaca cade spesso in questa stagione. Io non avevo molto con cui coprirmi perchè quando ti accomagnano sulle isole galleggianti ti fanno prendere un piccolo bagaglio e depositare il resto in terraferma; dunque mi sono vestita a cipolla con tutti gli indumenti che avevo.
Il bagno era un “finto water”: un contenitore con carta di giornale per avvolgere i bisogni e una sabbietta per coprirli. Niente romanticismi. Solo l’essenziale, e sull’essenziale bisogna intendersi perchè mancava anche la carta igienica. Marito e figlia mi hanno guardato con odio e sono andati a dormire, io ho ostinatamente aspettato la mezzanotte e sono stata premiata da spettacolari fuochi d’artificio che illuminavano tutto il lago Titicaca.

E’ stata dura svegliare alla mattina l’indigeno Uros che evidenemente si era divertito più di noi in terraferma, per farci serevire una colazione costituita da 3 fettine di pomodoro e 3 di avogado, tagliate molto sottili. Niente caffè o latte, ninte dolcetto. Certamente non siamo stati ricchi occidentali predatori di risorse. Però in fondo queste sono le esperienze che si ricordano! Se volete provare la stessa emozione ecco qui come prenotare
Gli Aymara e la civiltà dell’altipiano
Dietro le isole degli Uros c’è il mondo Aymara, una delle grandi civiltà andine preincaiche.
La presenza degli Aymara sull’altipiano del Titicaca risale ad almeno due millenni fa. Non erano un popolo marginale: erano agricoltori, allevatori, tessitori, organizzati in comunità (ayllu) capaci di gestire un ambiente ostile fatto di gelo, vento e scarsità.
Il loro mondo ruotava attorno al lago come fonte di vita e come spazio sacro. Le coltivazioni a terrazza, la domesticazione della quinoa e della patata, l’allevamento dei camelidi andini sono frutto della loro conoscenza profonda del territorio. Anche la visione del tempo e della natura era ciclica: nulla veniva “sfruttato”, tutto veniva usato entro un equilibrio preciso.

Uno dei vertici della cultura aymara è legato alla civiltà di Tiwanaku (Tiahuanaco), fiorita tra il V e il X secolo. Un centro religioso e politico monumentale, oggi in rovina, che testimonia una società avanzata, capace di architetture complesse e di una cosmologia sofisticata. Dopo il declino di Tiwanaku, gli Aymara non scomparvero: si riorganizzarono in regni locali, mantenendo lingua, costumi e identità.
Quando gli Inca arrivarono, gli Aymara furono conquistati, ma non cancellati. E quando arrivarono gli spagnoli, furono sfruttati — come tutti — ma continuarono a esistere. Ancora oggi, sulle rive del Titicaca, la lingua aymara, completamente diversa dal Quechua è parlata, i costumi tradizionali sono vivi, e la cultura non è una rievocazione turistica, ma pratica quotidiana.

Gli Uros: il popolo che scelse l’acqua
Gli Uros rappresentano un caso unico. Più che una civiltà “potente”, sono una civiltà resistente. Secondo la tradizione, gli Uros abitavano l’area del Titicaca già prima dell’espansione aymara e inca. Per difendersi da popolazioni più forti, scelsero una soluzione radicale: vivere sull’acqua.

Costruirono isole galleggianti usando la totora, una canna di giunco abbondante sul lago. Le isole potevano essere spostate, ricostruite, abbandonate. Non possedere terra significava non essere conquistabili. Era una strategia politica oltre che abitativa.
La vita degli Uros è sempre stata essenziale: pesca, caccia agli uccelli, raccolta di uova, uso della totora per tutto — case, barche, utensili, perfino letti. Anche oggi, nonostante il turismo e i cambiamenti, il principio resta lo stesso: l’isola è viva solo se viene continuamente mantenuta. Se smetti di aggiungere strati di totora, sprofonda. Ci vuole 1 anno per costruire un’isola, 5 minuti perchè l’isola sprofondi.

Con il tempo molti Uros si sono mescolati culturalmente e linguisticamente agli Aymara, ma l’identità “uros” sopravvive come scelta di vita, come rapporto unico con l’acqua. Non è folklore: è memoria adattata al presente.
Le usanze degli Uros
Su ogni isola vive una famiglia allargata, 4 o 5 individui per casa.
Una di queste famiglie, con le donne e i bambini in bei costumi colorati, mentre gli uomini in gran parte riposano perchè pescano di notte, canta per noi in tre lingue (spagnolo, aymara, quechua) la stessa canzone, sono tre lingue completamente differenti. I bambini sono belli, le donne grassissime, gli uomini magri, e questo per me resta un mistero.

Vivendo su isole galleggianti di totora, senza terra coltivabile, gli Uros hanno costruito nei secoli una dieta basata quasi esclusivamente sulle risorse del lago e sugli scambi con le popolazioni della terraferma, in gran parte Aymara.
Il pilastro dell’alimentazione tradizionale è la pesca. In origine venivano consumate soprattutto specie autoctone come l’ispi e il carachi, piccoli pesci del lago pescati con reti e trappole semplici. In epoca più recente si sono aggiunte trote e pejerrey, introdotti dall’uomo. Il pesce viene mangiato fresco, spesso bollito o grigliato su piccoli fuochi, senza condimenti elaborati.
La totora, la pianta simbolo degli Uros, non serve solo a costruire isole, case e barche. Una volta sbucciata, la parte bianca e tenera del fusto viene anche mangiata cruda o leggermente cotta. Ha un sapore neutro, fresco, e viene consumata soprattutto come integratore alimentare e rimedio naturale: aiuta la digestione e allevia disturbi gastrici, oltre a fornire un minimo apporto energetico.

Tradizionalmente, gli Uros integravano la dieta con uova di uccelli acquatici e, più raramente, con la caccia a volatili del lago. Oggi questa pratica è molto ridotta o regolata, ma storicamente rappresentava una risorsa preziosa, soprattutto nei periodi di scarsità di pesce.
Sulle isole galleggianti ci sono solo le scuole primarie, mentre per andare alla scuola secondaria i ragazzi devono andare fino allaacittà di Puno. Quando vanno a studiare a Puno o addirittura riescono ad arrivare all’università, scoprono un altro mondo e non tornano più, così gli Uros che vivono sulle isole galleggianti stanno diminuendo molto di numero. Attualmente la popolazione di questa comunità è di 2000 persone.

Quando gli Uros sono malati, l’ospedale è solo a Puno, quando muoiono non c’è cimitero fluttuante, sono sepolti a Puno, in un luogo specifico del cimitero cittadino.
Le isole sono spesse 3 metri (1 metro di radice e due metri di giunco) e galleggiano naturalmente per circa 30/35 anni. Quando un’isola inizia ad avere problemi di tenuta, il presidente della comunità autorizza la costruzione di una nuova isola, e quando è pronta si spostano le case e tutte le pertinenze sul nuovo suolo.
Gli uros si spostano da un’isola all’altra a bordo di singolari barche che sembrano catamarani di giunco con i due scafi con le punte di prua e poppa sollevate come una gondola e sormontate da teste di puma. Io mi sono spostata con una di queste barche per vedere il mercato artigianale sull’isola di Santa Maria.
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Artigianato degli Uros
Originariamente l’artigianato degli Uros era legato ad oggeetti di sussistenza, non attraenti per i turisti. Con l’arrivo dei visitatori gli Uros hanno adattato parte della loro produzione. Oggi si trovano:
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piccole barche di totora in miniatura
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bambole tradizionali, spesso vestite con abiti Aymara
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tessuti colorati, di lana d’alpaca, abilmente tessuti dalle donne, con disegni tradizionali.
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souvenir leggeri, facilmente trasportabili
Questo artigianato “per il mercato” rappresenta una forma di economia di sussistenza contemporanea che integra in modo importante la capacità di acquisto degli Uros. Non va letto come falso: è un adattamento, coerente con una cultura che da sempre si reinventa per resistere.

Taquile
Se gli Uros parlano di sopravvivenza, Taquile racconta invece di identità culturale. A un’ora e mezza di navigazione dalle isole degli Uros, Taquile è un’isola naturale, che ho visitato con calma, camminando tra terrazze agricole e piccoli villaggi, osservando i dettagli.
Taquile è un’isola di 5 km per 2,5, dichiarata nel 2005 patrimonio culturale Unesco.

A Taquile vivono 3000 persone, che parlano la lingua quecha, una comunità molto coesa e chiusa che non accetta estranei, per questo i matrimoni avvengono sempre nello stretto ambito degli isolani.
Taquile chiede tempo: si sale a piedi, si cammina molto, si ascolta. In cambio restituisce una sensazione rara di ordine, dignità e continuità culturale.

Le usanze degli abitanti di Taquile
Approdiamo al porticciolo, vicino ad una piccola spiaggia naturale di sabbia, e saliamo raggiungendo in 10 minuti la piazza del mercato. Qui i tessuti sono splendidi e non sono souvenir: sono linguaggio sociale. i colori sono molto vividi, ricavati da sostanze naturali come diversi fiori e la cocciniglia per il rosso.

Gli uomini lavorano a maglia, le donne tessono al telaio; colori, disegni e copricapi indicano stato civile, ruolo nella comunità, età. Ad es. una fascia da cintura, per fare la quale occorrono 5 mesi di lavoro, è un vero e proprio calendario con la simbologia dei dodici mesi, con le relative attività agricole. È un sistema simbolico ancora vivo, non ricostruito per i visitatori.
Marcos ci mostra le usanze di Taquile. Ha 70 anni e cammina mentre lavora a maglia velocemente e senza occhiali, ma d’altra parte qui la longevità è molto alta,vi sono diversi centenari e l’invecchiamento avviene generalmente in buona salute.

Indossa un capello rosso che è riservato agli uomini sposati e una fascia alla cintura fatta con i capelli della sposa; la donae infatti si fa crescere i capelli da nubile e poi quando si sposa li taglia per regalarli al marito che li intreccia nella cintura. Non esiste il divorzio a Taquile, il matrimonio è per sempre e per questo è preceduto da una convivenza di prova.
Marcos ha ancora tutti i capelli neri e ne attribuisce la qualità all’uso di uno shampoo ricavato da delle piante, il chujo, che contengono una sostanza simile all’ aloe e saponina e vengono pestate con l’acqua fino a ricavarne una schiuma che pare sia un vero toccasana; non so se funzioni davvero per i capelli, ma ho visto sbiancare in un attimo la lana grezza degli alpaca.
Un gruppo di abitanti di Taquile con i loro coloratissimi costumi suona e balla per noi e ci coinvolge nella loro danza.

Il menu fisso in tutta l’isola
Una cosa curiosa è che tutti i ristoranti di Taquile sono organizzati per offrire lo stesso menu allo stesso prezzo, così sono solidali e non si fanno concorrenza. Così posso preannunciarvi cosa mangerete se visitate l’isola: zuppa di quinoa con verdure, trota del lago con patate, o tortilla con uovo e verdure, e bevande calde.
Le terrazze di Taquile
Con una passeggiata di una ventina di minuti si sale tra terrazze che risalgono al periodo inca su cui incontriamo al lavoro diversi contadini, curvi a zappare la terra, in cui si coltivano patate, quinoa, fagioli, aglio.

Si pratica la rotazione delle colture, in un periodo di 6 anni. L’attività agricola è solo nel periodo umido, mentre nella stagione secca gli isolani si dedicano ad altre attività come la pesca.
Poi percorriamo un sentiero panoramico che costeggia l’isola in alto, prima di scendere dalla parte opposta ad un altro piccolo luogo di approdo.

Puno
Tornando a Puno, il contrasto è forte. Dopo il silenzio delle isole, la città appare rumorosa, imperfetta, reale. forse complice la pioggia e il freddo, francamente Punto non mi colpisce. Con mezza giornata si vede l’essenziale del centro e del lungolago.











Un racconto stupendo che trasmette perfettamente la magia del Titicaca. Grazie per avermi fatto vivere le emozioni di questi luoghi attraverso la lettura
Che ricordi che hai risvegliato! Sono stata in Perù tantissimi anni fa e ricordo molto bene l’esperienza sul lago Titicaca. Fighissimo, anzi, decisamente estremo, dormire sull’isola galleggiante! Certo l’esperienza del freddo e soprattutto della mancanza del wc devono essere state belle toste… Ricordo anche l’isola di Taquile e in particolare ricordo la tisana che ci diedero, la munita… non era male, ed era soprattutto qualcosa di diverso dal solito mate di coca!
Proprio ieri ho visto un documentario su History dedicato al Lago Titicaca, e mi è venuta voglia di scoprirne non solo le sue meraviglia, così tanto decantate in tv, ma la parte pratica per raggiungerlo e per viverlo all’ennesima potenza. Nel tuo articolo ho trovato quello che cercavo.
Sono stata in Perù parecchi anni fa ma l’esperienza sul lago Titicaca era stata una delle più intense del viaggio. Avevamo trovato una festa degli Uros per un matrimonio ed eravamo stati coinvolti a ballare con loro, bellissimo un momento che resta nel cuore!
Il Perù mi affascina moltissimo soprattutto per il lago Titicaca e la possibilità di conoscere e interagire con il popolo Uros. Capisco anche però che l’esperienza è una di quelle che ti fortificano l’anima, per il clima e le condizioni che sono ben diverse da quelle a cui siamo abituati. Complimenti per lo spirito e per le sensazioni che hai saputo trasmettere.
Assolutamente un capodanno da non dimenticare. Non oso immaginare la reazione di tua figlia a una notte cosi ma alla fine è un’esperienza che non dimenticherete mai. Ma vivono effettivamente così gli Uros?
Ma che figata che hai dormito sull’isola galleggiante degli Uros! Io ci ho passato solo qualche ora, durante un’escursione, e mi ricordo ancora che mi è dispiaciuto andare via. Gli abitanti erano molto ospitali, mi ricordo ancora una ragazza giovanissima che mi ha mostrato tutta la “casa” della sua famiglia. In ricordo di quella visita memorabile ho dei cuscini fatti a mano che ho comprato dalla madre della ragazza.
Che coincidenza! Ho parlato da poco della sponda Boliviana del lago Titicaca! Mi attira moltissimo il lato peruviano del lago e mi piacerebbe come hai fatto tu, trascorrere una notte su di un’isola galleggiane ma non sono sicura di avere il tuo stesso spirito di adattamento. In ogni caso dobbiamo molto riflettere sulla capacità di adattamento degli Aymara che tutt’ora vivono in un ambiente tanto bello quanto difficile