Arequipa non è solo una splendida città, è la porta di accesso alla Valle del Colca, al cuore delle Ande, ad altezze vertiginose tra vulcani, sorgenti calde, canyon profondi sui quali volteggiano i condor, paesi remoti dove vivono popolazioni dalle antichissime culture, vigogne, lama ed alpaca che pascolano nelle valli.
Viaggiare in quota: il corpo impara un altro ritmo
Il Colca è un viaggio in altitudine costante: si parte dai 2300 metri di Arequipa e si resta quasi sempre sopra i 3.500 metri, con punte molto più elevate.
Il punto più alto che abbiamo raggiunto è stato il passo di Patapampa, a circa 4.910 metri.

Qui l’organismo reagisce alla ridotta pressione dell’ossigeno: fiato corto, stanchezza improvvisa, a volte lieve mal di testa. Non è una patologia, è un processo di adattamento. La chiave è salire gradualmente, muoversi lentamente, bere molto (viene suggerito di bere almeno il doppio di quanto si fa normalmente), mangiare cioccolata, respirare agua florida e masticare foglie di coca.
Inoltre ad altitudini elevate la radiazione solare è molto forte ed è necessario ricoprirsi bene di crema solare.
Io ho seguito queste istruzioni e non ho avuto alcun problema.
Le foglie di coca, l’agua florida e la cioccolata
Nel Colca, come in tutte le Ande peruviane, la foglia di coca è parte della normalità. È importante dirlo con chiarezza: la coca non è cocaina.
La foglia contiene una percentuale minima di alcaloide (circa 0,5–1%), mentre la cocaina è un prodotto chimico concentrato e trasformato. Gli effetti non sono paragonabili.
Le foglie di coca devono avere un sapore amaro: è segno che sono buone. Si tengono a lungo in una guancia, formando una piccola palla – come uno scoiattolo – e si masticano lentamente perché rilascino progressivamente il succo. Talvolta si aggiunge qualcosa di dolce per attenuare l’amaro e facilitare la masticazione.
In alternativa si beve il mate de coca, un infuso che trovavamo in tutti gli alberghi: aiuta a respirare meglio, dà energia stabile ed è usato anche durante il lavoro, esattamente come accadeva già in epoca incaica.

Qui la coca è legale, quotidiana, priva di stigmi. Persino Papa Francesco, durante la sua visita in Perù, ha masticato foglie di coca per contrastare gli effetti dell’altitudine. La coca è talmente popolare che qui in Perù gl indovini invece di leggerei fondi di caffè leggono le foglie di coca,
La coca è un energizzante naturale e per questo è consigliabile assumerla solo la mattina, altrimenti si rischia di non dormire. Aiuta anche ad inibire la sensazione di fame e di sete, ed è una fonte di calcio in una dieta povera di proteine animali, per questo i contadini a volte la masticano tutto il giorno.
Insieme alle foglie di coca, abbiamo respirato l’Agua Florida. Non è un profumo nel senso occidentale: è un’acqua aromatica intensa, agrumata, utilizzata nella cultura andina per aprire il respiro, schiarire la mente e ristabilire equilibrio. Si versa qualche goccia sulle mani, si portano a coppa sul naso e si inspira profondamente. L’effetto è immediato, quasi fisico: una sensazione di lucidità che accompagna bene la salita in quota. Nella tradizione locale è usata anche nei rituali sciamanici come strumento di “pulizia” energetica.

Accanto a questo, la cioccolata fondende ha una funzione molto concreta. In altitudine il corpo consuma più energia e il freddo è costante: lo zucchero e i grassi del cacao forniscono energia pronta, aiutano a contrastare la stanchezza e migliorano la sensazione generale di benessere. Non è un caso che venga offerta spesso durante le soste lungo il percorso.
Coca, Agua Florida e cioccolata non sono rimedi miracolosi, ma alleati discreti. Piccoli rituali quotidiani che aiutano il corpo ad abituarsi, senza forzature, ricordando che in quota non si comanda: ci si adatta.
Lama, alpaca, vigogna: animali simili, mondi diversi
Nel Colca si incontrano continuamente camelidi andini, ma non sono affatto uguali.

Il lama è l’animale da carico, robusto, con pelo più grossolano.
L’alpaca è allevata per la lana, morbida e calda.
La vigogna è diversa: è selvatica, fragile, protetta. Vive libera nei pascoli d’alta quota e produce la lana più fine al mondo.
Il quarto camelide, il guanaco, è quasi del tutto inesistente da queste parti, solo 4000 esemplari corrispondente al 5% totale, mentre in Patagonia lo incontravo continuamente.
L’ordine di pregio della lana partendo dal più alto valore è vigogna, guanaco, alpaca, lama.

Il rito della tosatura della vigogna
Negli anni ’60 la vigogna era stata iscritta nellalista degli animali in via di estinzione a causa della caccia illegale. La sua fibra è la più sottile e costosa fibra al mondo, un kg può costare 7000 dollari. Il colore è cannella sul dorso e bianca sul petto.
Una sola volta all’anno, con permesso statale, le comunità indigene praticano il chaccu: le vigogne vengono circondate lentamente, senza inseguimenti, in un rito collettivo che ha anche una dimensione sciamanica.
Hanno pochissimi minuti di tempo, potrebbe cedere il cuore per lo spavento: viene tosata solo la parte del sottogola, l’unica che può essere prelevata senza danneggiare l’animale, perché il resto del manto è essenziale per proteggere gli organi vitali dal freddo e dalle intemperie, perchè d”inverno di notte la temperatura può abbassarsi fino a 15 gradi sotto zero. Subito dopo, la vigogna viene liberata.

Alpaca e “baby alpaca”: un equivoco da chiarire
Il termine baby alpaca non indica i cuccioli, ma la lana della prima tosatura dell’alpaca adulta. È la più morbida e uniforme. I colori degli alpaca sono moltissimi, dal bianco alle varie sfumature di marrone sino al nero. Alcuni alpaca sembrano rasta, con lunghi dreadlock naturali che sfiorano quasi il terreno. È l’effetto di una lana lasciata crescere a lungo, modellata dal vento, dalla polvere e dall’umidità dell’altopiano. Non è incuria: è semplicemente il ritmo lento della montagna.
Proprio nella valle del Colca si trovano donne dei villaggi che vendono tessuti realizzati con lana di alpaca e baby alpaca di ottima qualità: scialli, guanti, poncho. Qui la filiera è ancora corta, spesso familiare.

Salinas y Aguada Blanca
Ci inoltrimamo nel vasto plateau tra le montagne, che è stato molto importante agli albori della civiltà del Peru’. Quando si praticava ancora il baratto, questo era un luogo di convergenza delle diverse popolazioni per lo scambio di una vsta varietà di prodotti, e dunque luogo di incontro di culture.

Qui il paesaggio si fa essenziale. Grandi distese d’erba rada, zone umide d’alta quota (bofedales), saline naturali e lagune si alternano sotto un cielo amplissimo, spesso attraversato solo dal vento. È un territorio apparentemente vuoto, che in realtà è intensamente abitato, da animali e da comunità umane che convivono con un ambiente severo. Non c’è agricoltura qui, a causa delle condizioni climatiche estreme, solo pastorizia e piccolo commercio.
Entriamo nella riserva di Salinas y Aguada Blanca, riserva naturale creata nel 1979 per la protezione della flora e della fauna locale. La riserva è soprattutto il paradiso deglla vigogna, e ne ospita circa 30.000 esemplari. La vigogna è tanto protetta che chi ne uccide una rischia da 3 a 5 anni di carcere e una multa di 10.000 dollari.

Nelle zone lagunari, i bofedales, l’acqua emerge dal sottosuolo. E’ l’habitat perfetto per numerose specie di uccelli. Vi si trova la gaviota andina, bianca e nera, le oche andine che vivono sempre in coppia perchè praticano la monogamia. poi c’è la nera gallina del rio, sostanzialmente un pollo gigante, che in alcuni posti si mangia, e poi c’è il picchio, con il suo tipico verso.

Ma Salinas y Aguada Blanca non è solo natura. È anche paesaggio umano. Piccoli insediamenti di pastori vivono qui da generazioni, allevando alpaca e vigogne, conoscendo ogni variazione del clima, ogni cambiamento delle stagioni. È un’economia fragile, fatta di equilibrio e adattamento, dove nulla è superfluo.

Posso constatare che anche se è una riserva, ai bordi della strada la terra è piuttosto contaminata da plastica e carta gettata dai viaggiatori incivili, anche locali. Ogni anno a cura delle comunità locali si fa la pulizia 4 volte, e vengono raccolte 4 o 5 tonnellate di immondezza in un giorno.
La comunità Pataguas
Ci fermiamo presso la piccola comunità Pataguas, a bere un Mate Inca. Non ci sono insegne, solo case basse, animali al pascolo e il vento che passa senza ostacoli. Il mate inca non è una bevanda forte né dolce: è semplice, calda, essenziale. Un infuso di erbe locali, talvolta con foglie di coca, che serve a scaldare il corpo, ad aiutare la respirazione, a rimettere ordine dentro dopo la strada e l’altitudine.

Le grotte di Sumbay
Con una piccolissima deviazine dalla strada, sul fianco di un’anonima parete rocciosa, troviamo le grotte di Sumbay.
Nel 1968 sono state individuate da un archeologo nove grotte naturali che non sono grandi cavità spettacolari: sono ripari, aperture nella roccia, utilizzate dall’uomo in tempi remotissimi. Gli studi archeologici hanno dimostrato che le grotte di Sumbay furono frequentate già migliaia di anni fa, forse 8000 anni fa, da gruppi di cacciatori-raccoglitori che attraversavano l’altopiano andino.
Qui hanno lasciato tracce essenziali ma potentissime: pitture rupestri, soprattutto figure di animali – camelidi, cervidi – e scene di caccia stilizzate, realizzate con pigmenti naturali che hanno resistito al tempo e al clima. Se ne contano più di 500.

Le immagini non decorano: raccontano un rapporto diretto e necessario con l’ambiente, una vita scandita dalla caccia, dal movimento stagionale, dall’osservazione attenta degli animali e delle loro rotte, dall’adattamento al paesaggio.
Sumbay non è un sito musealizzato. Fino a poco tempo fa non c’erano recinzioni o percorsi guidati elaborati, ma a causa di un turismo fai da te poco rispettoso del patrimonio archeologico sono state chiuse da un cancello le cui chiavi sono in mano ad un tipo del villaggio, occorre dunque organizzaarsi con lui.
Patapampa, il mirador de los Andes e i vulcani
Quasi senza accorgersene si continua a salire, fino a quando la guida annuncia: siamo a Patapampa, 4910 m. Il punto pià alto e panoramico è il Mirador de los Andes. E’ caratterizzato da un monumento di pietra al condor ad ali spiegate, e da un semicerchio con i cartelli che indicano i vari vulcani all’orizzonte.
Ci sono molte donne indigene che vendono piccoli souvenir e manufatti di alpaca.
Ci fermiamo solo 15 minuti perchè non è raccomandato restare a questa altitudine per molto tempo. E andiamo al la toilette più alta di sempre, perchè la coca stimola la pipì.

Qui non cresce vegetazione, la roccia è brulla, e molti hanno voluto segnare di essere arrivati sin qui ammassando sassi in una distesa di piccoli stupa, chiamati apachetas, offerte per chiedere protezione, un omaggio ad una natura imponente che ispira sacralità.
Ma anche a questa altitudine non manca la vita, come le tante specie di uccelli e la timida viscaccia, della famiglia dei cincilladi, simile ad un coniglio, che ho visto quasi confusa tra le rocce.

Dal mirador de lo s andes si gode di uno splendido panorama sulla cordigliera centrale e sui suoi protagonisti, i vulcani, gli dei della valle del Colca.
La valle del Colca èinfatti incorniciata da un arco di vulcani maestosi che dominano l’orizzonte e raccontano la storia geologica dinamica delle Ande.

Sabancaya – La “lingua di fuoco” ancora viva
Il Sabancaya è il vulcano più attivo della zona e uno dei più importanti del Perù meridionale. Il nome deriva dalla lingua quechua e significa “lingua di fuoco”, un riferimento alle sue eruzioni di gas, cenere e lava nel corso dei secoli. La sua cima raggiunge circa 5.976 metri sul livello del mare e la sua attività recente è documentata anche negli ultimi decenni, con emissioni di gas e cenere che si possono osservare da lontano nei giorni di attività più intensa. Infatti il Sabancaya si presenta alla mia vista fumante.
Sabancaya fa parte di un complesso vulcanico insieme ad altri grandi giganti e la sua presenza è costante nel paesaggio, come un elemento di energia latente che accompagna chi risale la valle.
Ampato – La montagna sacra delle antiche offerte
A poca distanza si erge l’Ampato, un vulcano imponente che raggiunge i 6.288 metri di altitudine. Anche se oggi è considerato dormiente, la sua mole racconta un passato di esplosioni e colate laviche.
Ampato è anche famoso per un motivo umano e storico: proprio sulle sue pendici è stata trovata la mummia di Juanita, una giovane sacrificata in epoca incaica che oggi è uno dei simboli più noti della presenza culturale andina nell’altopiano.
Hualca Hualca – Il “guardiano antico”
Tra i vulcani vicini al Colca c’è anche l’Hualca Hualca, parte dello stesso complesso di Ampato e Sabancaya. È uno dei vulcani più antichi dell’area e, pur non essendo più attivo oggi, domina il paesaggio con una presenza solida e imponente.
Nella tradizione locale, montagne così massicce sono spesso considerate degli “apu” – dei, o spiriti delle montagne – che proteggono le comunità e fanno parte del patrimonio religioso e culturale.
Misti – iconico sorvegliante
Non lontano dalla valle del Colca, verso sud, si staglia imponente il vulcano Misti. Sebbene non faccia parte stretta della geografia immediata del canyon, la sua sagoma conica è visibile dall’altopiano e accompagna la vista verso la città di Arequipa e oltre. Con i suoi 5.822 metri, Misti è un perfetto stratovulcano con una sagoma simmetrica che ne ha fatto un’icona della regione. E’ un vulcano attivo, ma dormiente.

Vulcani minori e contesto regionale
Dal Paso de Patapampa si possono scorgere altre cime vulcaniche all’orizzonte, come parte di un arco molto più ampio. Alcuni nomi ricorrenti nelle mappe locali e nella tradizione escursionistica includono picchi come Chachani, Ubinas e Mismi, che insieme formano uno spettacolare skyline di montagne e vulcani attorno alla valle. Con tutti questi vulcani i terremoti sono all’ordine del giorno nella valle ed in Arequipa. Un tempo le cime dei vulcani erano coperte di ghiacchi, in parte il disgelo è un fenomeno ciclico, in parte è segno preoccupante del cambiamento climatico.

Collagua e Cabana: i popoli del Colca e le teste modellate come le montagne
Prima dell’arrivo degli Inca, la valle del Colca era abitata da due gruppi etnici distinti, profondamente legati al paesaggio e ai suoi vulcani: i Collagua e i Cabana.
Non erano semplicemente comunità agricole diverse. Erano due modi differenti di abitare la montagna, di leggerla e di incarnarne il senso sacro, al punto da modellare il corpo umano come riflesso del territorio.
Le deformazioni craniali: identità, appartenenza, divinità
Entrambi i gruppi praticavano la deformazione craniale intenzionale, una tecnica diffusa in molte culture andine, ma nel Colca assunse un significato estremamente preciso e simbolico.
La deformazione veniva applicata nei primissimi mesi di vita, quando le ossa del cranio sono ancora malleabili, attraverso bendaggi e supporti lignei. Non era una costrizione punitiva, ma un gesto rituale, carico di senso identitario.

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I Collagua praticavano una deformazione craniale allungata e verticale, che dava alla testa una forma alta, slanciata.
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I Cabana, al contrario, adottavano una deformazione più bassa e larga, con un cranio appiattito.
Certo queste deformazione creavano anche problemi, certamente forti emicranie, alcuni morivano per la compressione del cranio, altri subivano minorazioni fisiche o intellettive per la compressione del cervello.
Ma queste pratiche erano rituali sacri, queste differenze erano immediatamente visibili e permettevano di riconoscere a colpo d’occhio l’appartenenza a un gruppo, anche a grande distanza.
Le montagne come divinità: alto e basso
La distinzione non era casuale.
I due popoli onoravano diverse divinità montane-
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I Collagua nella valle del Colca erano legati al vulcano Ampato, alto, imponente, spesso innevato.
La forma allungata del cranio richiamava l’ascesa verticale, la vicinanza al cielo, la dimensione superiore del mondo. -
I Cabana nel canyon del Colca veneravano invece una montagna più bassa e larga, Hualca Hualca, associata alla terra, alla fertilità, alla stabilità.
La forma appiattita del cranio rifletteva un rapporto più orizzontale con il paesaggio, legato alla coltivazione e al suolo.
In entrambi i casi, il corpo umano diventava paesaggio sacro: non ci si limitava ad abitare la montagna, la si portava addosso, impressa nelle ossa.

Un’identità che precede gli Inca
Quando gli Inca arrivarono nella valle del Colca, trovarono comunità già strutturate, con identità fortissime, rituali complessi e una cosmologia raffinata.
Molti di questi elementi furono integrati nel sistema imperiale, ma le differenze tra Collagua e Cabana rimasero riconoscibili a lungo, anche dopo la conquista.
Con l’evangelizzazione le pratiche di deformazione rituale vennero meno, ma l’identità resistette nelle forme dei copricapo: nella valle del Colca capello grande e bianco, nei villaggi del canyon cappello più piccolo e colorato.

Le sorgenti termali del Colca Lodge
Arriviamo al Colca Lodge, bella struttura dove i bungalow sono disseminati nella conca tra le montagne, al fianco di un fiume. L’attività geotermica profonda porta in superficie acqua calda naturale, le vasche termali sono all’aperto, immerse nel verde e nel silenzio, e alimentate da sorgenti di origine vulcanica. L’acqua sgorga calda dal sottosuolo e viene convogliata in piscine di temperature diverse, permettendo al corpo di scegliere il proprio ritmo di immersione. Alcune vasche sono più calde, altre più temperate, ideali per soste prolungate.

I villaggi del Colca: stessa valle, identità diverse
Proseguiamo il viaggio inoltrandoci lungo il canyon del Colca, paralleli al corso dell’omonimo fiume, che ha scavato la roccia per milioni di anni, e dove c’è acqua c’è vita, così incontriamo numerosi villaggi sulla nostra strada. Anche se appartengono alla stessa valle, i villaggi del Colca mantengono identità sottilmente diverse, riconoscibili nei costumi, nei colori e nelle danze.
Yanque
Yanque è uno dei centri culturalmente più vivi, dove si assistono spesso a danze folkloristiche legate ai cicli agricoli. Il suo nome significa“luogo dove gli uccelli fanno l’amore” oppure forse in lingua quechua “la ciotola” perchè è a forma di raccoglitore concavo. Il paesaggio di Yanque è dominato dallo sfondo del fumante vulcano Sabancaya, che è anche il colpevole dei numerosi terremoti che hanno creato qualche problema di visibili crepe sulla facciata della chiesa.

Il punto centrale del paese è la piazza con la chiesa dell’ Immacolata Concezione, inaugurata nel 1690 e costruita in sillar, la pietra vulcanica di cui è costituita Arequipa. La facciata decorata con altorilievi è in stile barocco meticcio. Decorare la facciata della chiesa con le storie e i simboli della religione, con elementi della natura, era un modo per evangelizzare le popolazioni locali, la cui lingua era incomprensibile per i missionari spagnoli.

Sulla piazza degli abitanti del luogo stanno mettendo in scena uno ballo per i visitatori. E’ il wititi, il ballo dell’amore, un ballo di corteggiamento dichiarato patrimonio Unesco, danzato da uomini con un vestito che sembra femminile e donne con abito leggermente diverso, che sembrano inseguirsi in un lento circolo lungo la piazza; rimanda alla storia di un sotterfugio di un uomo non accetto dalla famiglia della donna amata, che si maschera da donna per portersi incontrare con lei.

Sulla piazza stanno anche diverse venditrici di souvenir e prodotti locali vestite in abiti tradizionali.

Maca
Maca colpisce per la sua fragilità: è interessato da un fenomeno di cedimento del terreno (bradisismo). In prossimità di Maca infatti notiamo delle zone di terreno biancastre, non si tratta di rocccia vulcanica ma di diatomite, fatta di alghe essiccate e fossilizzate nel tempo a formare una parete d’argilla tenera dove sorgeva un’ antica laguna, e tuttora ci sono sorgenti d’acqua che creano umidità, che combinata coi frequenti terremoti non è la migliore combinazione per la stabilità del paese. Maca sta collassando, sprofondando ogni anno di 3 /5 cm.

La chiesa coloniale, Santa Ana de Maca, è puntellata all’esterno e all’interno per evitare il collasso, testimone di una resistenza silenziosa. Gli altari di legno sono interamente ricoperti da lamina d’oro in stile barocco. Sulla facciata c’ è un balcone utilizzato dal sacerdote per salire a predicare, mentre il popolo stava nel patio ad ascoltare.

Qui si beve anche il succo di un frutto di cactus, il Sancajo; in particolare il sancajo sauer è una bevanda tradizionale fatta con questo frutto sullo stile del pisco sauer. Il sancajo ha molte proprietà eccellenti: è ricchissimo di vitamina c, utilizzao per regolare la glicemia ed ottimo per le gastriti.
A Maca tante donne in costume tradizionale vendono souvenir sulla piazza, accompagnate da lama, uno addirittura addestrato a dare i bacini. Ancora è possibile tenere sul braccio una fiera aquila non incappucciata.

Le terrazze Inca
Nella valle del Colca possiamo osservare uno dei gruppi più antichi di terrazze coltivate, risalenti all’epoca preInca, 400-600 a.C., sulla parte più alta della montagna, al di sopra delle terrazze Inca del 13mo e 14mo secolo. Delle terrazze preinca sono rimaste delle linee sulla montagna, pian piano assorbite dalla natura.
La tecnica delle terrazze per la coltivazione dei terreni montani è nota in tutto il mondo, e qui è utilizzata da epoche remote per coltivare i prodotti locali: mais, patate, quinoa, fave, qwicha, cipolle, aglio, trifoglio. Coltivare a terrazze permette di sfruttare meglio la superficie, crea diversi microclimi a seconda dell’altezza (il gradino più basso è più caldo di alcuni gradi) e permette di coltivare diversi prodotti, inoltre protegge dall’erosione della pioggia e trasporta i minerali contenuti nell’acqua che si depositano nella terra degli strati inferiori.

In alcuni punti ci sono macchie scure, sono i segni della bruciatura intenzionale delle terrazze- Anche questa è uma tecnica antica, ma sviluppata per ragioni agronomiche e ambientali estremamente moderne. Non era distruzione, ma gestione intelligente del territorio: bruciando periodicamente si fertilizzava il suolo con i prodotti della combustione, come la cenere ricca di potassio, fosforo, calcio, minerali che arricchiscono terreni poveri e sottili tipici dell’alta quota andina.
Inoltre si distruggevano i residui secchi per far posto alle nuove coltivazioni, rigenerando il terreno in una coltivazione ciclica; si eliminavano parassiti e malattie delle coltivazioni.
Si riparava il suolo dalle forti escursioni termiche e dal gelo notturno, perchè la cenere scura assorbiva il calore di giorno e lo rilasciava lentamente di notte.
Infine si preveniva l’erosione, preparando il terreno ad una nuova copertura vegetale pià compatta. Purtropo questa tecnica ha lo svantaggio che il fuoco può uscire fuori di controllo nella stagione ventosa e distruggere le terrazze.
Qui non ci sono lama e alpaca, che si trovano nella parte pià alta delle montagne, ma mucche, capre, pecore.
Il Perù a causa dei cambiamenti climatici ha perso oltre il 51% dei suoi ghiacciai, che erano anche un’importante fonte di acqua per la coltivazione e questo complica molto l’attività agricola, così è in atto un processo migratorio verso le città, con abbandono dei campi a favore dell’attività commerciale.
El condor pasa (forse)
Continuiamo a seguire il corso del fiume seguendo la strada che sovrasta il canyon che si fa sempre più profondo, La strada è piuttosto malconcia, ma solo pochi mesi fa era totalmente inagibile perchè in un punto la montagna era totalmente collassata. Per entrare nel territorio del canyon , che è una riserva naturalistica, si paga un biglietto di accesso.
L’attrazione principale del canyon e il simbolo stesso del Colca è il condor andino. È uno degli uccelli volatori più grandi del mondo: l’apertura alare può superare i tre metri, il peso arrivare a 12–15 chili. Eppure il suo volo è sorprendentemente leggero. Il segreto sta nel modo in cui ha imparato a non sprecare energia. Il condor non vola “contro” la montagna: la usa.








