Arequipa è una città molto bella e viva, che si lascia leggere attraverso i materiali, le stratificazioni urbane e i movimenti della sua popolazione. Qui l’elemento unificante non è uno stile architettonico, ma una materia: il sillar, una pietra vulcanica chiara, in realtà un tufo, estratta dalle cave della valle e impiegata ininterrottamente dal periodo vicereinale fino all’edilizia moderna.
Per questo Arequipa viene chiamata la città bianca, non per un’immagine poetica, ma per una realtà fisica, luminosa e coerente. L’appellativo mi ricorda la città bianca italiana, Ostuni, anch’essa casualmente di impronta spagnola, ma ben diversa nell’impianto urbano rispetto ad Arequipa.

La città costruita nella lava
Il rapporto con i vulcani non è simbolico ma strutturale. Il Vulcano Misti, insieme al Chachani, al Pichu Pichu e al Sabancaya, ha fornito il materiale con cui è stata edificata la città. Il sillar è una pietra vulcanica anomala: a differenza della maggior parte delle lave, solitamente scure, è chiara perché è tufo, quindi porosa, leggera ed elastica. Caratteristiche decisive in una zona ad altissima sismicità.
Il pavimento della città, invece, è quasi interamente in basalto, lava solidificata scura e compatta. Ne deriva una dicotomia netta: muri chiari e suoli scuri, che definisce l’identità visiva di Arequipa. Non una scelta estetica consapevole, ma una necessità geologica.

Un centro storico patrimonio UNESCO
L’intero quartiere antico di Arequipa è Patrimonio UNESCO. Il minimo comune multiplo dei suoi edifici non è uno stile, ma l’uso del materiale da costruzione. Su questa base si innestano 23 stili architettonici, che coprono diversi secoli: dal barocco al neoclassico europeo, dal neoclassico peruviano al neogreco, dall’art nouveau al bauhaus, fino al brutalismo degli anni Settanta, tutti reinterpretati con una forte impronta locale. Eppure tutti questi stili diversi danno un’impressione molto armonica e non di caos costruttivo, perchè sono unificati dall’uso del materiale.

La ricchezza portata dalla ferrovia
Nonostante l’eclettismo, quasi l’80% delle abitazioni è di stile neoclassico, segno di una lunga fase di stabilità urbana e di una borghesia cittadina consolidata.
Con la costruzione della ferrovia, Arequipa conobbe infatti un lungo periodo di grande prosperità. Nonostante l’altitudine, la città si trova a soli 70 chilometri dal mare, condizione che facilitò l’arrivo di materiali pregiati dall’Europa: marmo di Carrara, vetri veneziani, mobili italiani, francesi e tedeschi.

Le famiglie più ricche costruirono palazzi raffinati nel centro storico, oggi in gran parte abbandonato come residenza privata perché considerato rumoroso e caotico. Tuttavia, quasi tutte queste case sono ancora proprietà dei discendenti delle famiglie originarie.
Arequipa città vicereinale tra terremoti e rigenerazione urbana
Arequipa viene spesso definita città coloniale, ma è una definizione storicamente imprecisa. Il Perù non è mai stato una colonia, bensì una provincia dell’Impero spagnolo, amministrata da un viceré. È quindi più corretto parlare di architettura vicereinale.
Dal XVI al XIX secolo la città è stata colpita da numerosissimi terremoti, culminati in quello devastante del 1868, stimato intorno all’8° grado della scala Richter. Quasi tutti gli edifici civili crollarono; rimasero in piedi principalmente le chiese.
Quindi tutta la città che vediamo oggi è il risultato di ricostruzioni successive, non di una continuità edilizia ininterrotta.

San Agustin
La Iglesia de San Agustín è un esempio emblematico degli effetti dei terremoti: della struttura originaria sono rimaste la facciata principale e un muro laterale; il campanile è crollato ed è stato ricostruito in uno stile incoerente. La facciata, invece, è uno straordinario esempio di barocco meticcio, non europeo: un linguaggio locale inciso nel sillar, con rappresentazioni della flora e della fauna andina.

Piazza de Armas
La cattedrale di Arequipa si affaccia sulla Plaza de Armas, una delle piazze più grandi ed eleganti del Sud America, con un giardino centrale curato e portici su tre lati. Prima del terremoto del 1868, la piazza era ancora più raffinata: interamente in sillar, con un solo piano di portici e, al livello superiore, le facciate delle abitazioni private decorate con vetri veneziani. Tutto questo è documentato da fotografie dell’epoca.

Oggi le colonne sono in granito, più sottili, e il secondo piano ospita quasi esclusivamente ristoranti turistici: poco consigliabili per mangiare, ma ideali per bere un caffè o un pisco sour, il cocktail nazionale a base di pisco, succo di lime e zucchero di canna, aspettando un tramonto che accende di luce la pietra bianca.

La Cattedrale dell’Assunzione
La cattedrale presenta una pianta insolita: l’altare maggiore non è in fondo, ma sulla destra. Il progetto originario prevedeva un edificio molto più grande, mai completato. Per questo l’orientamento non è verso est, come nella maggior parte delle chiese sudamericane, ma verso sud.

All’interno si trova l’organo più grande dell’America Latina, dono del console belga in Perù nel 1854, realizzato in legno di mogano. Trasportato a dorso di mulo prima dell’arrivo della ferrovia, giunse inutilizzabile. Solo recentemente specialisti belgi lo hanno restaurato; oggi funziona perfettamente, con la raccomandazione di suonarlo almeno due volte a settimana. Per questo la cattedrale ospita spesso concerti.

L’Interno della cattedrale è piuttosto internazionale. Le statue degli apostoli provengono da Genova, le vetrate hanno resistito a tutti i terremoti grazie a un sistema che le rende elastiche rispetto al muro, il pulpito — in rovere e noce — arriva dalla città di Lille, con il diavolo scolpito sotto Cristo.

L’altare maggiore è in marmo di Carrara, realizzato da una famiglia di origine basca; ad Arequipa la presenza di discendenti baschi è significativa. La cattedrale è dedicata alla Madonna dell’Ascensione, patrona della città, fondata il 15 agosto 1540. Una sola cappella conserva ancora l’aspetto romanico austero del XVI secolo.

Barocco meticcio e intelligenza gesuita
La Iglesia de la Compañía (1698) rappresenta uno dei vertici del barocco meticcio. La facciata, intagliata nel sillar, raffigura frutti e animali del Perù insieme ai simboli della Passione di Cristo, in una visione sincretica che richiama l’animismo inca, dove la natura stessa era divina. È visibile anche l’influenza moresca, filtrata attraverso la Spagna.
I gesuiti, ordine ricco ma estremamente raffinato sul piano culturale, seppero entrare in sintonia con le tradizioni locali, tanto da proteggere gli indigeni e provocare infine l’espulsione dell’ordine da parte di Carlo III.

Gli interni furono realizzati da maestranze indigene che appresero rapidamente l’arte dell’intaglio del legno: altari in cedro rivestito in foglia d’oro, in stile barocco andaluso churrigueresco, senza alcuno spazio vuoto. Le statue di santi, Cristo e Madonne sono vestite, con capelli veri ed espressioni fortemente teatrali; le Addolorate spagnole, come la Macarena, appaiono apertamente piangenti.

Le pareti erano originariamente affrescate; dopo i crolli, i gesuiti optarono per una pulitura che lasciasse i muri bianchi, conservando solo alcuni lacerti come memoria. La struttura utilizza tecniche antisismiche ante litteram: muri di due o tre metri con strati alternati di pietra e fango per ammortizzare le oscillazioni.
Tra i dipinti spiccano opere della scuola di Cusco e una Madonna del pittore italiano Bernardo Viti, esponente del manierismo barocco del XVI secolo, con lineamenti delicati, quasi sensuali, e colori pastello. È notevole anche un’Ultima Cena cusqueña: tavolo rotondo, come nelle rappresentazioni anteriori a Leonardo, e un menu sorprendente, con cuy (porcellino d’India) e chicha di mais viola.

La Cappella di San Ignacio, la “Sistina del Perù”
All’interno della chiesa si trova la Cappella di San Ignacio di Loyola, considerata la “Cappella Sistina del Perù”. Risale al XVII secolo ed è interamente affrescata dalle maestranze indigene: ogni centimetro è decorato con fiori, frutti amazzonici, uccelli tropicali e cherubini dalla pelle indios. Gli unici soggetti religiosi sono i quattro evangelisti.
Gli artisti erano perlopiù contadini Aymara provenienti dall’area del lago Titicaca. Utilizzavano pigmenti naturali — erbe, succhi vegetali, sangue animale, cocciniglia — gli stessi colori accesi delle stoffe inca. I palazzi inca, del resto, erano quasi tutti dipinti.

Il complesso gesuitico possedeva tre chiostri, che riflettevano tre livelli sociali: il primo riccamente decorato per i sacerdoti, il secondo intermedio, il terzo spoglio per la servitù. Oggi il chiosco maggiore, con porticato di colonne splendidamende lavorate, è stato restaurato e recuperato per ospitare attività commerciali.

Santa Catalina e San Francisco
Il Monastero di Santa Catalina occupa un intero isolato ed è una vera città nella città: strade interne, cortili, fontane, celle e cucine restituiscono un’immagine concreta della società femminile claustrale. Anche qui l’architettura rende visibili le gerarchie sociali: dalle abitazioni ampie delle monache di alto lignaggio alle celle essenziali delle converse.

Nella stessa area si trovano la chiesa e il convento di San Francisco, più austeri forse perchè i francescani disponevano di minori ricchezze.
Questi due conventi sono circondati da interessanti negozi di antiquariato specializzati in oggetti religiosi di epoca vicereinale, spesso provenienti da chiese rinnovate dopo i terremoti.

Donne in costume tra attrazione turistica e identità culturale
Per strada si incontrano spesso donne in abiti tradizionali. Alcune posano per le fotografie con cuccioli di alpaca o lama, altre indossano il costume come segno di appartenenza culturale.
I costumi peruviani non sono incaici, ma derivano dalla tradizione spagnola. Durante il periodo vicereinale, per controllare meglio la popolazione indigena e impedirne la mobilità, gli spagnoli imposero un abito diverso per ogni valle, così da distinguere immediatamente le comunità. L’abbigliamento nasce così come strumento di controllo e diventa poi identià culturale.
Ad Arequipa il costume femminile tradizionale prevede una gonna corta e un cappello di paglia sobrio, molto diverso da quelli di altre regioni del Perù.

Il mercato
Il Mercado San Camilo sorge sull’area dell’antica chiesa di San Camillo ed è una struttura in ferro realizzata nelle officine Eiffel di Parigi, in occasione dell’Esposizione Universale francese.

All’interno lo spettacolo è coloratissimo: frutta proveniente dalla costa, dalle Ande e dall’Amazzonia — alcune varietà esistono solo in Perù — e una quantità impressionante di combinazioni per frullati freschi. Il paese conta oltre 4.000 varietà di patate, numerose specie di mais, incluso il mais nero utilizzato per la chicha. Si trovano ottimi formaggi freschi e banchi dove consumare pasti popolari: cuy, chicharrón di cotenna di maiale fritta fino a diventare croccante.

Accanto a questi, spiccano i venditori di queso helado, il gelato tradizionale di Arequipa: una granita cremosa preparata con ghiaccio tritato, latte, cannella, vaniglia e zucchero, mescolata a lungo fino a solidificarsi. Nei ristoranti viene servita in blocchi compatti che ricordano, per forma e consistenza, un pezzo di formaggio.
Alcuni banchi uniscono erbe curative, polveri, talismani e riti di tradizione precristiana; tra le curiosità compaiono i feti di lama essiccati, usati nei rituali propiziatori. Numerosi anche i banchi cinesi: l’influenza cinese in Perù è antica e risale alla seconda metà dell’Ottocento, quando lavoratori arrivarono in condizioni di semi-schiavitù.

Nel mercato si vendono anche cappelli Panama di altissima qualità: i più pregiati sono tessuti così finemente che la trama è quasi invisibile e possono costare fino a 2.000 euro.
Miniere, alpaca e cioccolato
La ricchezza storica di Arequipa è legata alle miniere di oro, argento e rame: la seconda area mineraria più importante del Perù. Il paese è ricchissimo di minerali sia nella Cordigliera Centrale sia lungo le alture costiere.

Arequipa è anche nota per la qualità dell’alpaca e per una produzione di cioccolato locale poco conosciuta all’estero. In termini di artigianato, tuttavia, le uniche lavorazioni realmente tipiche sono quelle realizzate in pietra locale.
Juanita, la Principessa del Ghiaccio
Il Museo Santuarios Andinos è piccolo ma custodisce reperti straordinari, il cui più famoso è il corpo di una ragazzina inca sacrificata e ritrovata tra i ghiacchi. Juanita aveva probabilmente circa 11 anni ed era di una bellezza impressionante. La conservazione nel ghiaccio è eccezionale: capelli intatti, pelle ancora piena, unghie perfette.
Juanita non era il suo vero nome: fu chiamata così perché l’archeologo che la scoprì si chiamava Juan Reinhard. È più corretto definirla la Principessa del Ghiaccio, perchè ignoriamo il suo vero nome.
Per gli Inca i vulcani erano divinità. Nella regione di Arequipa tre erano particolarmente importanti: Ampato, Misti e Sabancaya. Probabilmente un’eruzione del Misti o del Sabancaya fu la causa del sacrificio.
Nella regione di Arequipa i sacrifici umani erano rarissimi e riservati a eventi eccezionali: terremoti, eruzioni, siccità estreme o la morte di un sovrano. I bambini prescelti, nobili, particolarmente belli nei lineamenti e considerati perfetti nel corpo, venivano cresciuti dai sacerdoti inca; Di solito il sacrificio avveniva tra gli 8 e i 12 anni, se non sacrificati, erano destinati alla vita religiosa.

Nei giorni precedenti il rituale assumevano solo foglie di coca e, poco prima, bevevano chicha ad alta gradazione: erano drogati, ma consapevoli del loro destino, considerato un onore. Venivano uccisi probabilmente con un colpo alla testa, ma forse Juanita era già morta quando arrivò lassu, con l’aria rareffatta a 6000 metri, ed il freddo pungente da cui si riparava solo con un poncho di lana.
Juanita era arrivata da Cusco per essere sacrificata alla Pachamama, la Madre Terra. Il suo corpo fu ritrovato nel 1995 sul Vulcano Ampato (6288 m), la seconda montagna più alta del Perù, dopo che un’eruzione del Sabancaya sciolse parte dei ghiacci. Reinhard intuì l’importanza del sito quando, a oltre 5000 metri, trovò gradini scolpiti nella roccia.Proseguì fino a trovare una tomba il cui tetto era crollato.
Perchè Juanita è unica
La particolarità di Juanita è che non fu mummificata artificialmente, e nemmeno naturalmente come a volte avviene in quelle zone a causa del clima secco e freddo, ma fu congelata naturalmente e custodita dal ghiaccio. Fu trasportata giù da Reinhard utilizzando il ghiaccio stesso della montagna, studiata negli Stati Uniti e poi riportata ad Arequipa.
La teca realizzata dai giapponesi con la stessa umidità e temperatura dell’Ampato non tenne conto della pressione atmosferica e dell’ossigeno rarefatto: il corpo iniziò a deteriorarsi. Oggi non è più esposto; al suo posto c’è una ricostruzione fedele. Nel museo è visibile un’altra vittima di sacrificio, di lignaggio inferiore, mummificata artificialmente.
Il corredo di Juanita comprendeva oggetti di straordinaria raffinatezza: sacchetti di stoffa, bambole d’oro e d’argento, figurine di lama — metà d’oro per il Sole (l’elemento maschile), metà d’argento per la Luna (l’elemento femminile), sempre associati nel concetto di dualità dagli Inca— e manufatti in Spondylus, conchiglia sacra che compare solo durante il fenomeno di El Niño ed è simbolo di disastro e squilibrio cosmico.
Indossava uno scialle in vigogna, la lana più pregiata. Il tessuto indicava il lignaggio: lama per i poveri, alpaca per la classe media, guanaco per i piccoli nobili, vigogna per l’alta nobiltà. I colori rosso e bianco — sangue e neve — erano centrali nella simbologia inca e forse all’origine dei colori della bandiera peruviana.
Arequipa oggi: crescita e migrazioni
Arequipa è oggi una città in forte crescita ed è la seconda città del Perù dopo Lima. Attira sia migranti provenienti da altri paesi sudamericani sia un’importante immigrazione interna dalle zone rurali intorno a Cusco e dall’area andina, dove le opportunità economiche e educative sono più limitate.

Le prime generazioni di immigrati costruiscono spesso le loro case nelle aree periferiche o nelle campagne circostanti, su terreni non ancora urbanizzati. Possono passare molti anni prima che arrivino infrastrutture come acqua ed elettricità. Le abitazioni vengono realizzate quasi interamente in autocostruzione: manodopera familiare e collettiva, perché affidarsi a operai sarebbe troppo costoso.
Questo processo si basa su una solidarietà mutualistica ancora molto viva: i vicini si aiutano nei lavori, sapendo che l’aiuto verrà restituito. Il compenso non è monetario, ma fatto di cibo, bevande e presenza. È un modello che affonda le radici nelle tradizioni comunitarie andine e che continua a funzionare anche nella città contemporanea.
Arequipa come documento vivente della storia culturale andina
Arequipa non è solo una città da visitare, ma un documento da leggere: nella pietra vulcanica, nelle ricostruzioni dopo i terremoti, nei mercati, nei riti antichi, nelle periferie in espansione. Natura, storia e società formano un unico sistema urbano ancora in trasformazione, e forse è proprio la stratificazione culturale che rende Arequipa così affascinante.

Dove andare da Arequipa?
Arequipa è la porta della valla e del canyon del Colca, il cuore delle ande, tra vulcani, sorgenti calde, vigogne ed alpaca, in alto dove il condor pasa. Forse vi interesserò leggerne qui.
