Dopo giorni sull’altopiano andino, tra spazi sconfinati, lagune immote e orizzonti che sembrano non finire mai, arrivo a Cusco e la meraviglia mi invade.
La strada scende lentamente dalle Ande, l’aria resta sottile ma cambia ritmo. All’improvviso la valle si apre e appare lei: enorme, molto più grande di quanto immaginassi, distesa lungo i fianchi delle montagne, aggrappata alle pendici come un anfiteatro di case, di luci e campanili svettanti. Non avevo previsto questa sorpresa.
Cusco non è un piccolo centro coloniale raccolto attorno a una piazza. È una città vastissima, stratificata, che sale e scende lungo i pendii. E la sera, quando le luci si accendono, l’impressione è quasi irreale: una distesa luminosa che si arrampica verso il cielo, punteggiata da campanili che svettano netti nell’aria andina.
Tra tutte le città che ho visitato in Perù, è la più bella, per la sua forza identitaria, per la sua coerenza profonda, per il modo in cui riesce a essere, contemporaneamente, Inca, spagnola e peruviana.

La città a forma di puma
La leggenda racconta che Cusco fu fondata da Manco Cápac, figlio del Sole, emerso dalle acque del Titicaca per dare origine a una nuova civiltà.
Ma è Pachacútec che, nel XV secolo, trasformò un centro regionale in una capitale imperiale. È sotto il suo governo che Cusco viene ridisegnata, ampliata, monumentalizzata, organizzata come ombelico del Tahuantinsuyo, l’impero delle quattro regioni.
Antisuyu a Nord-Est si estendeva verso le foreste amazzoniche.
Collasuyu a Sud-Est includeva l’altopiano del lago Titicaca e si estendeva fino all’attuale Bolivia, parte del Cile e dell’Argentina.
Cuntisuyu a Sud-Ovest era la più piccola delle quattro regioni, situata verso la costa sud-occidentale del Perù.

Cusco era il centro simbolico e amministrativo.
Da lì partivano le quattro grandi vie imperiali che si dirigevano verso ciascun suyu, come se la città fosse il cuore da cui si irradiano le arterie.
E secondo la tradizione, è proprio in questa fase che la città assume una forma simbolica: quella di un puma, animale sacro nella cosmovisione andina.

La testa è la grande fortezza di Sacsayhuamán, il corpo l’area oggi occupata dalla Plaza de Armas di Cusco, la coda la parte meridionale della città antica. Puma Qorqo è la schiena del puma, che corrisponde alla grande strada che oggi si snoda attraverso la città.
Per disegnare perfettamente questa schiena del puma, gli inca avevano incanalato tante sorgenti dalle montagne per creare un ruscello, che correva lungo la città, e che fu interrato nel XVII e XIX secolo dove oggi sorge un grande viale.
Che si tratti di un disegno consapevole o di una lettura simbolica successiva, camminando per Cusco si percepisce un ordine profondo. Nulla sembra lasciato al caso. Il centro dialoga con le alture, i complessi cerimoniali con il paesaggio sacro delle Ande.
Quando nel 1533 arrivò Francisco Pizarro, trovò una capitale organizzata, ricca, strutturata secondo una visione politica e cosmologica precisa. La conquistò, ma non la rase al suolo, e la trasformò.
E forse la sorpresa degli spagnoli di fronte a quei palazzi imponenti e a quella distesa di luci, all’oro scintillante del palazzo imperiale, a una civiltà tanto sofisticata, è la stessa che si prova oggi arrivando dall’altopiano.
Cusco non appare.
Si rivela.

Cosco, Cusco o Cuzco?
Il nome quechua originario della città era Qosqo, che significa ombelico, centro del mondo. Gli spagnoli, incapaci di pronunciarne correttamente il nome, lo storpiarono in Cuzco, che per gli Inca è un termine offensivo, in quanto significa in spagnolo “cane bastardo”.
I governanti di Cusco non sono riusciti a far riprendere il nome originario di Qosqo ma sono almeno riusciti a togliere la z e a far chiamare la città Cusco. che vuol dire “città di pietra”.
Sacsayhuamán: la testa del puma
La topografia della città deve essere ammirata dall’alto, per scoprirne le sue parti. Appena sopra Cusco, su un’altura che domina la città, si estende Sacsayhuamán, la testa del puma. Da quassù si capisce la scala di Cusco: una distesa di tetti rossi che riempie la valle, circondata da montagne.

Per lungo tempo gli spagnoli la definirono “fortezza” per via delle sue mura imponenti. In effetti, durante l’assedio del 1536 guidato da Manco Inca, qui si combatterono scontri decisivi. Ma Sacsayhuamán non era solo struttura militare. Era anche un complesso cerimoniale e luogo di celebrazioni rituali.
Dopo la conquista, gran parte delle pietre lavorate di Sacsayhuamán fu riutilizzata per costruire chiese e palazzi nel centro di Cusco.
Le mura più grandi rimasero, forse perché troppo imponenti da smontare.
San Blas
Cusco dopo la conquista spagnola continuò a crescere sempre più, oggi conta 600.000 abitanti, 1.200.000 se consideriamo tutto il dipartimento, ed è la quarta città del Perù.
La città ha forma di scacchiera. La piazza principale inca, che all’epoca era grandissima, dopo la conquista spagnola fu divisa in tre: la Plaza de Armas, la Plaza del Cabildo e la Plaza San Francisco.
Inizio la mia visita dal quartiere di San Blas.

San Blas un tempo era la zona agricola di Cusco, il luogo dove sorgevano le terrazze delle coltivazioni.
Tutte le pietre delle terrazze furono riutilizzate per fare le fondamenta delle case e oggi il quartiere di San Blas si trova in salita dove erano le terrazze.

Sino al 1800, prima dell’indipendenza del Perù, vi erano molti spagnoli che avevano le loro case qui, ma quelli che non avevano eredi spesso le abbandonavano. Vi sono diverse case storiche in stato di abbandono in San Blas, i balconcini di legno che dovevano essere molto belli oggi sono fatiscenti.
Tra l’altro tanti terremoti, tra cui tre rovinosi in diverse epoche, hanno devastato Cusco. Il ministero della cultura controlla periodicamente le case storiche abbandonate in rovina e le requisisce per restaurarle piano piano.

Artisti ed artigiani

Tutta San Blas oggi è il quartiere degli artisti. Botteghe di ceramica, atelier di tessuti, piccole gallerie, caffè. Le strade sono strette, irregolari, con muri di pietra antica che si alternano a balconi coloniali.
Il quartiere di San Blas, con le sue strade acciottolate e la chiesa è insieme a tutto il centro storico di Cusco patrimonio Unesco dal 1984.
Di sera, la luce è più morbida rispetto alla Plaza de Armas. Si sente musica provenire dai locali. L’atmosfera è più intima.
San Blas non è spettacolare: è autentica.

Pietra e mattoni
Le case di San Blas sono vincolate, possono essere restaurate solo con i materiali originari, in mattoni crudi e pietra diorite verde, la cui cava è qui vicino. Il sindaco aveva deciso di pedonalizzare la zona ma gli abitanti si sono opposti. Negli scavi si sono trovate tantissime strutture Inca, muri e fondamenta, ma sono state sotterrate tutte.
Gran parte degli alberghi sono stati fatti proprio sopra le fondamenta delle case antiche inca, o utilizzando i loro muri. Il mio albergo, deliziosa struttura coloniale, conserva ancora la porta trapezoidale antisismica inca.
Nell’area ci sono moltissimi corsi d’acqua. Nel 1995 il sindaco incominciò a incanalarli portando una grande quantità d’acqua che oggi è utilizzata per la fontana della piazzetta di San Blas.

La chiesa di San Blas

La chiesa di San Blas è bella, ma non ha la monumentalità della Cattedrale. Non domina la piazza con imponenza barocca. È più raccolta, quasi domestica, affacciata su una piazzetta irregolare che conserva un’atmosfera di villaggio.
Eppure, entrando, si comprende perché è una delle chiese più celebri di Cusco.
San Blas custodisce uno dei capolavori assoluti del barocco andino: un pulpito in legno di cedro finemente intagliato, attribuito all’artista indigeno Juan Tomás Tuyru Túpac nel XVII secolo.
È un intreccio di figure, tralci, volti, dettagli minutissimi che sembrano muoversi nella materia. Un’opera di scultura che unisce iconografia cristiana e sensibilità andina, eseguita da mani indigene all’interno di un contesto coloniale.

Oggi l’ultimo dei cedri del Perù si trova nel cortile dell’Hotel Monasterio. Li hanno tagliati tutti per costruire gli altari delle chiese.
La pietra dei 12 angoli

Si tratta di un blocco di diorite verde incastonato in un muro incaico, famoso per i suoi dodici spigoli perfettamente tagliati e sagomati in modo che si incastrino con precisione millimetrica alle pietre circostanti senza l’uso di malta. Questo livello di perfezione è uno degli esempi più impressionanti della maestria ingegneristica degli Inca.

La Pietra dei Dodici Angoli non è semplicemente un blocco ben scolpito:è parte delle mura dell’antico palazzo di Inca Roca, costruito tra il XIV e il XV secolo, in cui ogni blocco di pietra è perfettamente incastrato. Questo palazzo aveva probabilmente funzione religiosa, vi si eseguivano le cerimonie in onore della luna e del sole.
Come è avvenuto quasi ovunque, l’antico palazzo è diventato la casa dell’Arcivescovo. Molto bella è la sua loggia.

La precisione del taglio della pietra dei dodici angoli non è solo estetica: riflette la profonda conoscenza degli Inca di tecniche costruttive antisismiche e della lavorazione della pietra. È considerata Patrimonio Culturale della Nazione del Perù, parte integrante del tessuto urbano inca-coloniale che rende Cusco unica.
Secondo alcune interpretazioni, i dodici angoli della pietra rappresenterebbero la divisione delle famiglie nobili di Cusco nelle due grandi parti storiche della città con dodici famiglie ciascuna. Le due parti si chiamavano Hanan Qosqo (la parte superiore) e Hurin Qosqo (la parte inferiore), e questo vicolo ne segnava lo spartiacque.
La pietra è diventata uno dei soggetti più fotografati di Cusco: non è grandissima, ma la sua perfezione cattura l’attenzione di chiunque passi lungo Hatun Rumiyoc. E così come davanti al colosseo troviamo i legionari romani, vicino alla pietra posa un piumato guerriero inca.

Tecniche antisismiche
Guardando il muro inca possiamo comprendere la raffinatezza delle tecniche antisismiche sviluppate dal 1300 in poi, dopo il devastante terremoto che fece crollare moltissime case. Il muro è inclinato di 10-12 gradi verso l’interno rispetto agli usuali 90 gradi, non è dritto. Sopra le pietre sono più piccole così si possono muovere meglio. Alcuni muri hanno la tecnica Lego, alcuni mattoni con il buco e altri con la sporgenza per l’incastro.

Quando Pachacutec sottomise le tribù rivali degli inca, le integrò e ne importò le migliori conoscenze, ecco perchè ci sono diversi tipi di muri e tecniche costruttive nella Cusco inca.

La Plaza de Armas
Calle del Triunfo
Percorro la calle del Triunfo, una strada breve ma densissima di significato. Collega l’area del Qorikancha e delle antiche mura incaiche alla Plaza de Armas di Cusco, ed è uno dei punti in cui la sovrapposizione tra mondo inca e mondo coloniale si percepisce con maggiore evidenza.
Attraverso Calle Triunfo, stretta tra mura incaiche e balconi coloniali, arrivo alla piazza principale di Cusco, la Plaza de Armas.
Da Huacaypata a Plaza de Armas
Plaza de Armas non è dominata da un unico punto di attrazione. I portici, le numerose chiese, il monumento al suo centro, i quartieri storici che la circondano sulle colline, le montagne che la sovrastano, tutto contribuisce a dare un’atmosfera vivace e armonica.

Anticamente la Plaza de Armas si chiamava Huacaypata. Non era una piazza nel senso europeo del termine, ma un enorme spazio cerimoniale, molto più grande dell’attuale Plaza de Armas. Al centro, dove oggi si trova la fontana, era un altare.
Era il cuore politico e rituale dell’Impero Inca: qui si celebravano feste religiose come l’Inti Raymi, si svolgevano cerimonie di proclamazione imperiale, si incontravano i rappresentanti dei quattro suyu del Tahuantinsuyo.
L’Inti Raymi era la principale festa Inca. Gli inca aspettavano con ansia inginocchiati l’arrivo del sole snel giorno del solstizio d’inverno australe (24 giugno), che era momento in cui il Sole sembra più lontano e occorreva simbolicamente “richiamarlo” con rituali e sacrifici soprattutto di lama.
Con la conquista spagnola, lo spazio venne trasformato secondo il modello urbano europeo e ribattezzato Plaza de Armas, cioè “piazza d’armi”, centro civile e militare delle nuove città coloniali. Ancora oggi ogni domenica alle 9 si tiene una parata militare.
Nonostante l’Inti Raymi fosse stato vietato come rito pagano, rimase nella memoria collettiva nei secoli. Oggi, dal 1944, ogni anno avviene di nuovo la rievocazione teatrale. È un evento spettacolare, con costumi, cortei, musica e ritualità che restituiscono l’atmosfera imperiale.

Le case porticate di Plaza de Armas
Gran parte delle facciate che circondano la piazza è costituita da edifici coloniali con portici e arcate al piano terra, tipici dell’urbanistica ispanica che gli spagnoli portarono in tutte le loro città del Nuovo Mondo. Sotto queste arcate si aprono oggi ristoranti, caffè e botteghe, ma l’idea originaria era quella di creare un camminamento coperto, uno spazio pubblico protetto e insieme commerciale.
I balconi in legno scolpito, tipici dell’architettura cusqueña del periodo coloniale, danno carattere alle case: un elemento decorativo che riflette l’adattamento locale del barocco spagnolo e che contribuisce all’atmosfera invitante della piazza.

La fontana con la statua di un inca
Al centro della piazza si trova una bella fontana in ferro battuto risalente al XIX secolo, installata qui nel 1872.
Sopra questa fontana si erge oggi una statua raffigurante un Inca, scelta simbolica pensata per ricordare le radici indigene della città e la sua eredità storica. La statua fu messa al suo posto dopo che un’altra figura rappresentante un nativo “apache”, fu rimossa per non riflettere correttamente l’identità locale.

Tempio del Triunfo: la narrazione del potere
La Cattedrale che affaccia sulla piazza e il Tempio del Triunfo sono affiancate tanto da sembrare un’unica chiesa. La sua storia è quella dell’ultima resistenza inca alla conquista spagnola.
Il mito tramandato dai conquistadores spagnoli narra che il difensore della città, Manco Inca, avesse circondato i soldati spagnoli che si erano rifugiati in una casa che sorgeva dove ora è il Tempio del Triunfo.

Lì successe un miracolo. La Madonna scese dal cielo per proteggere i suoi figli spagnoli. L’accompagnava Santiago che lottò e uccise tutti gli indiani per difendere i conquistadores che ne uscirono vincitori.
La vittoria fu seguita da una solenne processione di ringraziamento e sul luogo nel 1536 fu fondata la prima chiesa di Cusco, il Tempio del Triunfo. La descrizione del miracolo è scolpita sulla pietra della chiesa in antico castigliano.
Il Tempio del Triunfo è una chiesa più sobria rispetto alla Cattedrale, ma conserva opere importanti e rappresenta il momento originario dell’insediamento cristiano in città.

Oggi è il giorno dell’Epifania e sulla piazza antistante la Cattedrale e il Tempio del Triunfo sono decine di venditori con i loro teli stesi per terra, con piccolissime culle e sedioline e bambinelli Gesù da stendere sdraiati o da sistemare in trono, dopo averli vestiti di tutto punto con preziosissimi completini in stile Barbie, di broccato, fatti a maglia, di seta, con le scarpine, i gioielli e l’aureola. Dalla chiesa esce una moltitudine con le culle e i troni in mano, portati a benedire.

La Cattedrale dell’Assunzione: monumentalità e barocco andino
Pochi anni dopo, accanto al Tempio del Triunfo, iniziò la costruzione della Cattedrale, completata nel XVII secolo.
Imponente, in pietra andesitica, domina la piazza con una presenza compatta e solenne. Anche essa fu edificata sui resti di un antico complesso inca, in particolare sul palazzo di Viracocha.

All’interno sorprende il barocco andino: altari riccamente decorati, tele della scuola cusqueña, interpretazioni locali di temi europei. L’Ultima Cena raffigurata con il cuy (porcellino d’India) come piatto centrale è uno dei dettagli più noti — segno di un cristianesimo riletto attraverso il contesto andino.
Nella cattedrale si trova il famoso Cristo dei terremoti. Nel XVI secolo il re mandò questo crocifisso in dono alla città di Cusco. Sul mare una terribile tempesta fece crollare gli alberi della nave. I marinai esposero sulla parte centrale della nave il Cristo e il mare si calmò; la scultura arrivò a Cusco col nome di Cristo delle tormente. Nel 1650 un terribile terremoto sconvolse Cusco, tutto incominciò a crollare. Si portarono in processione madonne e santi di ogni tipo ma invano, fino a quando qualcuno si ricordò del Cristo che aveva calmato la tempesta, il crocifisso fu portato in processione e immediatamente il terremoto cessò. Il Cristo da allora cambiò nome in Cristo dei Terremoti. Nella settimana santa ogni anno viene portato in processione con oltre duecentomila fedeli che attendono la sua benedizione.

La Cattedrale non è solo un edificio religioso.
È il simbolo della trasformazione politica e spirituale della città: in pochi metri e in pochi anni si passa dal mondo inca a quello coloniale, in una sovrapposizione che resta ancora oggi.
La chiesa dei Gesuiti
Su un altro lato di piazza de armas spicca la sontuosa chiesa dei Gesuiti. I Gesuiti furono l’ultimo ordine religioso ad arrivare a Cusco, nel 1575.
Dopo la costruzione della prima chiesa dei Gesuiti, nel 1640 vi fu in Cusco un terremoto terribile, la chiesa crollò e fu ricostruita nelle forme che vediamo ora. I Gesuiti ne approfittarono per costruire a fianco della chiesa anche un’ università, la seconda più importante del Perù.

La facciata della chiesa dei Gesuiti è considerata uno dei capolavori del barocco coloniale sudamericano. Fu costruita sul sito dell’antico palazzo dell’Inca Huayna Cápac.
La monumentalità della Compagnia generò persino tensioni con il clero della Cattedrale: era ritenuta quasi troppo imponente per stare di fronte al duomo principale.
La cappella della Madonna di Loreto
Accanto alla chiesa dei Gesuiti si trova la Cappella della Madonna di Loreto.
Fu costruita nel XVI secolo sopra un palazzo inca — come quasi tutto qui — e inizialmente servì la popolazione indigena convertita. La sua funzione era distinta da quella delle chiese frequentate dagli spagnoli: anche lo spazio sacro rispecchiava la stratificazione sociale.
Oggi la sua facciata è semplice rispetto alla teatralità barocca della Compagnia. Ma proprio per questo conserva una dimensione più raccolta, quasi intima.
L’esecuzione di Tùpac Amaru II
Nel 1781, nella Plaza dei Armas si consumò uno degli eventi più drammatici e simbolici della storia coloniale andina: l’esecuzione di Túpac Amaru II, leader della più grande rivolta indigena contro il dominio spagnolo nel XVIII secolo.
Túpac Amaru II era un nobile indigeno discendente dell’ultima dinastia inca.
Nel 1780 guidò una ribellione contro gli abusi del sistema coloniale: le tasse oppressive, il lavoro forzato (mita), lo sfruttamento delle popolazioni indigene.

La rivolta si diffuse rapidamente nelle Ande, coinvolgendo migliaia di persone in Perù e nell’attuale Bolivia. Per la Corona spagnola rappresentò una minaccia enorme. Túpac Amaru II fu giustiziato pubblicamente, dopo aver assistito all’uccisione dei suoi familiari e dei suoi compagni.
Secondo il racconto storico, si tentò di squartarlo legandolo a quattro cavalli lanciati in direzioni opposte. Non riuscendo nell’intento, fu decapitato. Il suo corpo fu smembrato e le parti inviate in diverse città come monito.
La rivolta fu soffocata, ma il suo impatto fu duraturo. Túpac Amaru II divenne simbolo della resistenza indigena e, secoli dopo, figura centrale nella memoria nazionale peruviana.
Quando si cammina oggi nella Plaza de Armas, sotto le facciate della Cattedrale e della Compagnia di Gesù, si attraversa lo stesso spazio che fu teatro di quella esecuzione.
È un luogo che ha visto cerimonie imperiali inca, proclamazioni coloniali e atti di repressione.
La piazza è bellissima.
Ma è anche carica di storia con tutto il suo peso.

Plaza del Regocijo: la piazza della “gioia”
Lascio la monumentalità di Plaza de Armas e mi infilo tra le vie laterali, riscoprendo una dimensione più intima di Cusco.
La mia strada preferita è la Calle Marquez, piena di negozi di tessuti andini e alpaca, agenzie per trekking e tour verso Machu Picchu, istoranti, pizzerie, caffè, venditori ambulanti e musicisti. È uno spazio quasi interamente pedonale, sempre in movimento, soprattutto nel tardo pomeriggio e la sera.

Prendendo poi la Calle de Medio, quasi come una seconda scena più raccolta, vicinissima si apre la Plaza del Regocijo.
Oggi è uno spazio tranquillo, con una fontana centrale, panchine, alberi e facciate coloniali che la incorniciano. Ma sotto questa apparente semplicità si nasconde una storia antichissima.
Dalla Cusipata alla piazza coloniale
In epoca incaica, quest’area era la parte meridionale della grande piazza cerimoniale chiamata Cusipata (kusi in quechua significa “gioia”). A sua volta Cusipata e Huacaypata insieme formavano il grande spazio pubblico imperiale.
È frequentata da residenti, famiglie, bambini che giocano, studenti. si percepisce un ritmo più quotidiano rispetto alla grandiosa Plaza de Armas.

Il Municipio
Su uno dei lati della piazza ha sede la Municipalidad Provincial del Cusco, cioè il municipio provinciale della città. Qui si trovava il potere civile e politico già in epoca vicereinale, poichè vi aveva sede El Cabildo.

È un palazzo coloniale con arcate e balconi lignei che si inserisce perfettamente nell’architettura storica della piazza. Non è monumentale come la Cattedrale, ma è uno degli edifici civili più significativi del centro storico.
Casa Garcilaso
Poco oltre, sempre nell’area della piazza, si trova la Casa Garcilaso, dimora coloniale legata alla figura di Garcilaso de la Vega “El Inca”, lo scrittore meticcio che raccontò la storia del mondo inca dal punto di vista di chi apparteneva a entrambi i mondi.
Oggi ospita un museo e rappresenta simbolicamente l’incontro tra cultura indigena e cultura spagnola.

Plaza San Francisco
La terza parte ideale del grande spazio pubblico inca, sullo stesso asse delle altre due piazze, è oggi occupata dalla Plaza San Francisco. La raggiungo con una passeggiata breve da Plaza del Regocijo.
È più ampia e ariosa rispetto alle altre piazze del centro storico, meno teatrale ma molto viva. È uno spazio di passaggio, di incontro quotidiano. Qui spesso si tengono piccoli mercati temporanei e manifestazioni culturali.

Nella piazza si trovano diversi alberi tipici degli inca. C’è l’avogado, l’eucalipto, il ficus ornamentale, e ci sono anche alberi tipicamente andini come la queuña e il chachacomo.
La Chiesa e il Convento di San Francisco
Sul lato occidentale domina la Iglesia de San Francisco, parte di un complesso francescano costruito nel XVI secolo, anch’esso su fondamenta incaiche.

La chiesa è meno ricca di quella dei Gesuiti, come tutte le chiese francescane, la facciata è relativamente sobria, ma l’interno custodisce una delle tele più grandi dell’America Latina, dipinti della scuola cusqueña e un chiostro con arcate eleganti
I salesiani e i francescani gestiscono anche delle scuole, solo maschili.

L’arco di Santa Clara e il monastero delle clarisse
Passeggiare per Cusco è un continuo sorprendersi di nuove scoperte. Poco oltre la piazza di San Francisco, dirigendomi verso il mercato di San Pedro, si apre l’arco di Santa Clara, o arco de Triunfo. L’arco ricorda i caduti nella Guerra del Pacifico (1879-1884) contro il Cile.

Il convento e la chiesa di Santa Clara
Passando per l’arco mi ritrovo in una via animatissima, calle Santa Clara, dove si respira già l’aria popolare del mercato di san Pedro.
Qui si trova il Convento de Santa Clara, uno dei monasteri femminili più antichi della città.Il convento fu fondato nel XVII secolo per le monache clarisse, su fondamenta incaiche.

Il monastero era uno spazio chiuso, di clausura, ma anche un luogo di grande influenza economica e sociale: molte famiglie creole e nobili indigene vi destinavano le figlie.
Vi consiglio una visita per acquistare gli squisiti dolcetti prodotti ancora oggi dalle suore.
La Iglesia de Santa Clara presenta una facciata relativamente sobria 
All’interno, però, si trova una ricca decorazione barocca andina, con altari dorati, dipinti della scuola cusqueña elementi decorativi che fondono iconografia europea e sensibilità locale

San Pedro
Se a Cusco si parla di San Pedro si pensa subito al mercato. Ma il nome deriva dalla Chiesa di San Pedro, risalente al XVI secolo, che si affaccia sulla piazza.

Ed è anche il luogo dove arrivò la prima ferrovia a Cusco. Nel 1925 fu inaugurata la tratta per Aguas Calientes, porta di accesso per Machu Picchu, tratta che ancora oggi è attiva, e nel 1945 iniziarono a partire i treni per l’Amazonia ma una frana distrusse nel 2009 quest’ultima ferrovia.
Il Mercado Central de San Pedro
Il cuore del quartiere è il Mercado Central de San Pedro.
Fu costruito nel XIX secolo e attribuito alla scuola di Gustave Eiffel (anche se la paternità non è documentata con certezza). La struttura in ferro e vetro è funzionale, luminosa, diversa dallo stile coloniale attorno alla Plaza de Armas.

Dentro il mercato si trova di tutto: frutta tropicale proveniente dalle zone amazzoniche, patate andine in decine di varietà quinoa, mais, spezie, erbe medicinali, succhi freschi preparati al momento, tessuti e cappelli tradizionali, Si può anche consumare un pasto caldo economico.
Però pian piano i banchi di prodotti alimentari tradizionali stanno diminuendo perchè gli artigiani stanno comprando tutti gli stand.

Noto che diverse venditrici portano un curioso cappello a bombetta, un’usanza spagnola, e scopro che il colore di questo copricapo distingueva un tempo i ricchi (che lo portavano bianco) dai poveri o comunque dalle persone del popolo (che lo portavano marrone). Facendoci caso, ancora oggi tutte le donne che ho visto chiedere l’elemosina a Cusco avevano il cappello marrone; beh, in fondo è una questione di autopercezione del proprio status. Inoltre il nastro colorato sul cappello vuol dire che la persona è sposata.

Avenida del Sol
Ancora una Cusco diversa è quella che mi si presenta nell’ Avenida del Sol.
Se la Plaza de Armas è il cuore coloniale e San Pedro la Cusco popolare, la Avenida El Sol è l’asse moderno della città.
È una delle arterie principali, più ampia e trafficata rispetto alle strade acciottolate del centro storico. Corre lungo un tracciato che segue in parte l’antico corso del fiume Huatanay, canalizzato nel XX secolo. Camminarla significa attraversare un’altra epoca.

Sull’ avenida del Sol si trovano banche, uffici, agenzie di viaggio, hotel moderni, istituzioni pubbliche. Qui si percepisce quello che sembra mancare nel centro storico: il traffico, gli autobus, la vita amministrativa, i movimenti quotidiani dei residenti.
In questo viale si trova il Palazzo di Giustizia, L’edificio ha uno stile più istituzionale e novecentesco rispetto alle architetture coloniali del centro storico. Non è barocco né inca: appartiene alla fase repubblicana della città, quando Cusco si è ampliata oltre il nucleo monumentale.
E poi, in fondo all’avenida del Sol, la Cusco inca si riprende la scena, con il maestoso Qorikancha, uno dei luoghi più simbolici del mondo andino.
Il Qorikancha
In quechua Quri significa “oro” e kancha “recinto”.
Era il Recinto d’Oro, il tempio più sacro dell’Impero Inca, dedicato a Inti, il dio Sole.
Il tempio esisteva già in forma primitiva prima del XV secolo, ma fu soprattutto sotto Pachacútec che venne trasformato nel cuore religioso dell’Impero Inca.

Il cuore religioso del Tahuantinsuyo
Il Qorikancha non era solo un edificio religioso: era il centro cosmico dell’ impero.
Qui venivano custoditi i simboli sacri del Sole, statue e oggetti rituali ricoperti d’oro, le mummie degli imperatori.
Le cronache spagnole raccontano di pareti rivestite di lamine d’oro che riflettevano la luce solare. Pizarro le vide scintillare dall’alto delle colline quando arrivò a Cusco. L’oro venne fuso e spedito in Spagna.
Il tempio rappresentava il legame diretto tra il sovrano (figlio del Sole) e l’ordine cosmico.
Dal Qorikancha partivano le linee sacre, i ceque, che organizzavano simbolicamente lo spazio di Cusco e collegavano santuari e huaca in tutto il territorio circostante.

I rilievi scolpiti nella pietra mostrano la complessa cosmologia inca, con la via lattea in cui si vedevano diverse figure simboliche, come il pastore, la volpe, il cucciolo di lama. Nel cielo limpido del solstizio d’inverno si leggeva nella via lattea l’andamento dell’anno agricolo. Ad esempio il pastore spaventa la volpe, perchè la volpe vuole mangiare il cucciolo di lama che sta succhiando il latte; quando la volpe lo spaventa lascia la mammella e fa cadere il latte; questo rappresenta la pioggia. Dunque se nel cielo del 24 giugno non appare la volpe, il cucciolo prenderà tutto il latte, e sarà un anno secco, senza pioggia.

La perfezione della pietra
Ciò che resta oggi colpisce per la grandiosità che si intuisce e per la precisione dell’opera.
Le mura incaiche — anche qui curve, leggermente inclinate verso l’interno per resistere ai terremoti — sono un capolavoro di tecnica costruttiva. I blocchi di pietra sono perfettamente levigati e incastrati senza malta.

La loro stabilità è tale che hanno resistito a numerosi terremoti, mentre le strutture coloniali sovrapposte hanno spesso subito danni.
Le mura inca furono intonacate dai domenicani per inglobarle nella chiesa, ma quando il terremoto portò alla luce la grandiosità delle antiche pietre, la sovraintendenza ai beni culturali ordinò di non toccarle più.
Il Convento di Santo Domingo
Dopo la conquista, gli spagnoli costruirono sopra il tempio il Convento de Santo Domingo.

La scelta non fu casuale: edificare un convento domenicano sopra il più sacro tempio inca significava affermare simbolicamente la vittoria del cristianesimo sul culto solare.
Non demolirono completamente le strutture incaiche: le usarono come fondamenta. Il potere cambia, la base resta.
Passeggiando nel chiostro del convento, si vede chiaramente la muratura inca al piano inferiore e la struttura coloniale sopra. È una delle immagini più forti della stratificazione urbana della città.

Il solstizio d’inverno australe
In una sala del Qorikacha erano conservate tutte le mummie reali, che con la conquista spagnola furono depredate e bruciate.
Sappiamo esattamente dove era la mummia del primo re, perchè solo lui, Manco Capac, aveva il privilegio di guardare l’arrivo del sole, nel giorno del solstizio d’inverno australe. La luce filtrava da un finestrino e illuminava la mummia del re. Tutte le altre mummie invece erano rivolte verso il muro, verso il tramonto.

Con gli spagnoli il culto delle divinità viene sostituito da quello dei tanti santi, il giorno del solstizio diventa la festa del Corpus Domini, con una sontuosa processione in cui l’ostensorio di 25 kg d’oro col Corpo di Cristo sotto un baldacchino anch’esso d’oro è seguito da 14 santi, 7 maschi e 7 femmine per rispettare la tradizione inca della dualità. Nella chiesa dei domenicani, la Madonna del Rosario è vestita in abiti locali come una principessa inca.
Furono rotte le sporgenze delle pietre che proiettavano le loro ombre negli equinozi che segnavano autuno e primavera, fu tolto dalla sua nicchia l’idolo d’oro massiccio che aveva la misura di un bambino di 10 anni.

Oggi il sito del Qorikancha è visitabile come complesso archeologico e conventuale insieme. Dal prato esterno si osservano le poderose mura curve; all’interno si alternano sale espositive, cortili e cappelle. E la festa del solstizio d’inverno rivive, ogni 24 giugno, con una spettacolare teatralizzazione a cui accorrono migliaia di turisti, ed un vero sciamano che fa rivivere il culto originario e presenta le offerte al sole accendendo il fuoco sacro, inizio dell’anno nuovo andino.
