Siamo partiti la mattina da Khiva in macchina, lasciando alle spalle le mura perfette della città per entrare nel Karakalpakstan, una delle regioni più remote dell’Uzbekistan.
Una repubblica autonoma solo sulla carta
Per comprendere appieno il Karakalpakstan bisogna entrare nella sua condizione politica, che è una delle più particolari dell’Asia centrale. Il Karakalpakistan copre più del 40% del territorio dell’Uzbekistan.
Il Karakalpakstan è formalmente una repubblica autonoma con una propria bandiera, una costituzione, un parlamento locale e — elemento raro — il riconoscimento del diritto di secessione. Questa struttura deriva dall’epoca sovietica, quando Mosca organizzava i territori secondo equilibri etnici e strategici.
Dopo l’indipendenza dell’Uzbekistan nel 1991, questo assetto è stato mantenuto, ma con un forte accentramento del potere a Tashkent. L’autonomia è quindi reale sul piano formale, molto più limitata su quello politico ed economico.
I moti del 2022: una linea di frattura
Nel 2022 il governo uzbeko ha proposto una revisione costituzionale che avrebbe eliminato il riferimento al diritto di secessione e ridimensionato lo status autonomo del Karakalpakstan.
La reazione è stata immediata: proteste diffuse, soprattutto nella capitale Nukus. Non si è trattato di manifestazioni marginali, ma di una mobilitazione ampia, legata a un forte senso identitario locale.
La repressione è stata dura, con vittime e arresti. Di fronte all’intensità delle proteste, il presidente Shavkat Mirziyoyev ha fatto un passo indietro, ritirando le modifiche più controverse.
Questo episodio ha segnato un punto importante: ha dimostrato che l’identità karakalpaka non è residuale e che l’autonomia, anche se limitata, è percepita come un elemento non negoziabile.
Influenze storiche: un crocevia più che una periferia
Il Karakalpakstan è spesso percepito come una periferia, ma storicamente è stato un crocevia.
Epoca antica: il territorio faceva parte della Corasmia, una civiltà autonoma e strutturata, con città fortificate e un sistema agricolo legato ai fiumi Amu Darya.
Influenze persiane e ellenistiche: dopo le conquiste di Alessandro Magno, la regione entra in contatto con il mondo ellenistico, mantenendo però una forte identità locale.
Periodo islamico e turco: nei secoli successivi arrivano popolazioni turche e l’islamizzazione, che segna profondamente la cultura.
Impero russo e Unione Sovietica: tra XIX e XX secolo il territorio viene integrato prima nell’Impero russo e poi nell’URSS, che ne ridefinisce completamente l’economia.
L’eredità più visibile di questa fase è la trasformazione forzata del territorio attraverso grandi opere idrauliche.
Il Mare d’Aral: una crisi ambientale e politica
La questione del Mare d’Aral è centrale per comprendere il Karakalpakstan di oggi.
Fino alla metà del Novecento, il Mare d’Aral era uno dei più grandi laghi del mondo, con più di 1000 isole. L’Unione Sovietica decise di deviare i fiumi che lo alimentavano, in particolare l’Amu Darya, per sostenere la coltivazione intensiva del cotone.
Il risultato è stato uno dei più gravi disastri ambientali del XX secolo: il mare si è quasi completamente prosciugato, il clima locale è diventato più estremo, il suolo si è salinizzato, le tempeste di polvere trasportano sostanze tossiche.
Città come Moynaq, un tempo porti sul mare, oggi si trovano nel deserto, circondate da relitti di navi. Sono diventate loro malgrado spettrali mete turistiche per ammirare il disastro.
Questa crisi ha avuto conseguenze profonde: economiche (crollo della pesca), sanitarie (aumento di malattie respiratorie), sociali (migrazione e impoverimento), ma anche politiche: il senso di marginalizzazione del Karakalpakstan è legato anche a questa trasformazione imposta dall’esterno.
Influenze contemporanee: tra apertura e controllo
Oggi il Karakalpakstan è attraversato da dinamiche contrastanti.
Da un lato, l’Uzbekistan sta cercando di aprirsi al turismo e agli investimenti, valorizzando siti come le fortezze di Ellik Kala.
Dall’altro, il controllo politico resta forte e le possibilità di sviluppo locale sono limitate da isolamento geografico, fragilità ambientale, dipendenza economica dal centro.
Il risultato è un territorio che conserva una forte identità culturale, ma con margini ridotti di autonomia reale.
Le fortezze nel loro contesto
Alla luce di tutto questo, le fortezze che abbiamo visitato — Toprak Kala, Kyzyl Kala e Ayaz Kala — che peraltro sono solo alcune delle 50 fortezze del Karakalpakstan non sono solo siti archeologici. patrimonio UNESCO.
Sono parte di una lunga storia di controllo del territorio, gestione delle risorse e adattamento a un ambiente difficile.
Oggi, circondate dal deserto e da un contesto politico complesso, raccontano una continuità: quella di una regione che non è mai stata davvero marginale, ma che continua a essere attraversata da equilibri più grandi di lei.
le rovine dell’antica fortezza di Toprak kala, nel karakalpakstan
Toprak Kala: la cittadella del potere
Toprak Kala, costruita tra il II e il III secolo d.C., era probabilmente una residenza reale della Corasmia. Non una semplice fortezza, ma un vero centro amministrativo, la capitale di un vasto territorio che comprendeva il Turkmenistan e una parte dell’Uzbekistan .
Gli scavi dell’archeologo russo Tolstov, che vi compì una spedizione archeologica nel 1939-1940, hanno restituito sale decorate, archivi e ambienti cerimoniali, segno di una struttura politica organizzata. Vi trovò anche tante monete dell’antica Corasmia.
Una delle scoperte più importanti riguarda frammenti di affreschi e sculture che suggeriscono un’arte di corte raffinata, oggi in parte conservata nei musei di Nukus.
Furono trovate anche piccole scritte di legno, in una lingua di ceppo aramaico, che indicavano i nomi delle famiglie ed il numero dei figli.
le mura di Toprak Kala erano circondate da un fossato, di cui oggi vediamo ancora il tracciato, alimentato dall’acqua di due fiumi.
Secondo una tradizione locale, la città sarebbe stata abbandonata improvvisamente a causa di un cambiamento nel corso dei fiumi che alimentavano l’area. Più che una leggenda, è un’ipotesi coerente con ciò che sappiamo: qui l’acqua ha sempre determinato la sopravvivenza degli insediamenti.
Oggi vediamo solo mura di mattoni crudi, fango e paglia, ma è una struttura molto suggestiva, che dà l’impressione che vi sia ancora tanto da scavare.
Kyzyl Kala: la fortezza “rossa”
Kyzyl Kala, letteralmente “fortezza rossa”, deve il suo nome al colore della terra con cui è costruita. Risale anch’essa ai primi secoli d.C., ma la struttura visibile oggi è in parte il risultato della ricostruzione del XII secolo, in parte frutto di restauri recenti che permettono di comprenderne meglio l’aspetto originario.
A differenza di Toprak Kala, qui la funzione è chiaramente militare: torri, mura compatte, accessi controllati. Doveva servire come punto di difesa e controllo del territorio circostante. Era probabilmente la fortezza per la guarnigione che doveva difendere Toprak Kala. A quell’epoca le fortezze dovevano essere infattiad una distanza tale da potersi inviare segnali visivi, con fuoco o fumo.
Il sistema difensivo di Kyzyl Kala comprendeva una doppia cinta muraria con un camminamento da dove si poteva controllare tutta la valle.
Non esistono vere e proprie leggende codificate su Kyzyl Kala, ma la sua imponenza isolata nel deserto ha alimentato racconti locali di fortezze “invincibili”, mai conquistate con la forza ma abbandonate solo quando veniva meno la possibilità di sostentamento.
Ayaz Kala: tra difesa e mito
Ayaz Kala è in realtà un complesso di tre fortezze costruite in epoche diverse. La più antica risale al IV secolo d.C. e si trova su un’altura, scelta strategica per il controllo visivo del territorio. La sua funzione era quella di divfendere la terra fertile di Corasmia dai nomadi.
Di fronte si distingue una seconda struttura, più recente, risalente al VI-VII secolo, probabilmente destinata alla guarnigione: una separazione funzionale tra spazio di comando e spazio operativo.
Infine c’è una terza fortezza, di cui è rimasto poco, che era una cittadella per coloro che lavoravano nei campi circostanti.
Il nome “Ayaz” è legato a una figura della tradizione persiana, un servo fedele e saggio divenuto simbolo di lealtà. Non è certo che il toponimo derivi direttamente da questa figura, ma la sovrapposizione è entrata nell’immaginario locale.
Dal punto di vista archeologico, colpisce il sistema difensivo: corridoi interni, mura spesse, accessi difficili da individuare. Non era solo una fortezza, ma un luogo progettato per resistere a lungo.
La leggenda del khan e del pastore
Secondo il racconto popolare, un khan promise la mano della propria figlia a chi fosse stato capace di costruire una fortezza inespugnabile nel deserto.
Un giovane pastore, apparentemente senza mezzi né potere, riuscì nell’impresa: costruì una fortezza straordinaria, solida e ben difesa, proprio quella che oggi viene identificata con Ayaz Kala.
Quando però si presentò per reclamare la promessa, il khan si rifiutò di mantenere la parola. In alcune versioni della leggenda il pastore viene ucciso, oppure viene allontanato con l’inganno, oppure la figlia stessa si ribella al padre.
Il nucleo della storia resta sempre lo stesso: il tradimento del potere verso chi, pur non appartenendo all’élite, dimostra valore e capacità.
La leggenda è stata associata a questa fortezza perché è costruita in posizione dominante, su un’altura, ha una struttura complessa e “impressionante” anche oggi, si distingue chiaramente dalle altre rovine per impatto visivo
Dal punto di vista storico, ovviamente, la fortezza non è opera di un singolo costruttore ma di una civiltà organizzata (la Corasmia). Ma come spesso accade, il racconto popolare semplifica e personalizza: trasforma un’opera collettiva in una storia individuale, più facile da ricordare e tramandare.
Notte in yurta e vita nel deserto
Abbiamo dormito in una yurta in un accampamento nei pressi di Ayaz Kala.
La yurta è una struttura sorprendentemente razionale. Non è una tenda nel senso comune del termine: è una vera abitazione smontabile, progettata per resistere a vento, escursioni termiche e mobilità continua.
La base è costituita da una parete circolare fatta di griglie di legno incrociate (simili a un reticolo a fisarmonica). Questo sistema permette di comprimere e trasportare facilmente tutta la struttura.
Su questa base si innestano pali radiali che convergono verso un elemento centrale circolare sul tetto, chiamato tunduk (o shanyrak nelle varianti centroasiatiche). È l’oculo superiore: lascia passare la luce, fa uscire il fumo e tiene insieme tutta la costruzione.
Non ci sono elementi rigidi come travi o angoli: tutto lavora per tensione ed equilibrio.
All’esterno la yurta è rivestita da più strati di feltro, ottenuto dalla lana compressa delle pecore. Questo materialepuzza un po’ (ma ci si abitua) ma ha due proprietà fondamentali:
trattiene il calore quando fa freddo
protegge dal caldo quando le temperature salgono
Sopra il feltro si aggiungono teli impermeabili e corde che tengono tutto in tensione, fondamentali soprattutto in caso di vento.
Infatti pensavamo di trovare un freddo intenso, invece la notte è stata più mite del previsto e la tenda ha retto bene il tepore interno. Abbiamo dormito vestiti, pià per un pregiudizio igienico forse eccessivo, ma senza disagio.
La yurta funziona perché combina elasticità (resiste al vento senza opporsi rigidamente), isolamento naturale (grazie al feltro), modularità (si monta e smonta rapidamente)
Per questo è rimasta invariata per secoli.
Dormirci dentro cambia la percezione dello spazio: non ci sono angoli, non ci sono muri nel senso occidentale. È un ambiente continuo, dove il rapporto tra interno ed esterno è più diretto, ma sempre controllato da una struttura estremamente intelligente.
Nel pomeriggio avevamo fatto un giro in cammello: gli animali erano agitati, alcuni maschi in calore difficili da controllare, e le femmine hanno rotto la recinzione per raggiungerli. Le donne pastore, con abiti tradizionali locali, gestivano la situazione con decisione, usando semplici bastoni. Una scena concreta, lontana da qualsiasi costruzione turistica.
La pioggia nel deserto
Non siamo fortunati col deserto, è la quarta volta che proviamo a vedere le steslle in diversi deserti, e siamo sempre incappati in situazioni meteo non ottimali: o cielo coperto o luna piena che crea inquinamento luminoso. Ma quesa volta durante la notte addirittura ha iniziato a piovere ed ha continuato per buona parte della nostra visita alle fortezze.
Nel deserto è una delle condizioni più scomode: il terreno cambia rapidamente, gli spostamenti diventano difficili e tutto si complica. Anche una pioggia breve è sufficiente a modificare l’esperienza del luogo. Salire sulle fortezze che sono fatte di mattoni crudi e fango non è stato agilissimo con il suolo bagnato.
Un patrimonio ancora poco valorizzato
Al di là del meteo avverso, l’esperienza è stata molto interessante e mi sento di consigliarla; le fortezze del Karakalpakstan, parte del sistema di Ellik Kala, rappresentano una testimonianza importante della civiltà della Corasmia.
Qui il rapporto tra ambiente e archeologia è diretto: le rovine non sono isolate dal contesto, ma ne fanno parte. Non sono ancora inserite nei grandi circuiti turistici, e questo permette di visitarle in condizioni ancora autentiche, senza sovrastrutture.
One thought on “Le fortezze del Karakalpakstan, repubblica autonoma del deserto uzbeko”
Penso che in posti come questi si possa imparare a percepire che cos’è l’assenza e che cos’è il vuoto. So che dopo anni di crisi il Mar d’Aral piano piano si sta riprendendo, anche se non sarà semplice tornare allo splendore di un tempo. Non conoscevo il Karakalpakstan e con questo articolo mi hai dato uno spunto davvero interessante, grazie!
Penso che in posti come questi si possa imparare a percepire che cos’è l’assenza e che cos’è il vuoto. So che dopo anni di crisi il Mar d’Aral piano piano si sta riprendendo, anche se non sarà semplice tornare allo splendore di un tempo. Non conoscevo il Karakalpakstan e con questo articolo mi hai dato uno spunto davvero interessante, grazie!