La certosa di Padula

La Certosa di San Lorenzo a Padula, nel cuore del Vallo di Diano, è immensa, solenne, quasi sproporzionata rispetto al paesaggio che la accoglie. Appare all’improvviso come una città monastica distesa ai piedi del borgo: chiostri, corridoi, celle, cortili, cucine, scaloni, giardini, sale e silenzi.

Un complesso enorme

È la più vasta certosa dell’Italia meridionale e uno dei complessi monastici più importanti d’Europa.  La sua superficie totale  supera i 50.000 metri quadrati, di cui oltre 30.000 coperti.  Se guardiamo il paese di Padula sullo sfondo notiamo subito quanto le sue proporzioni siano molto inferiori a quelle della Certosa.

chiostro della certosa di Padula con lo sfondo del paese molto più piccolo rispetto alla certosa

La sua costruzione fu voluta nel 1306 da Tommaso II Sanseverino, potente conte di Marsico. La scelta dei certosini non fu solo spirituale: l’ordine, nato in Francia con San Bruno, era particolarmente gradito agli Angioini, e la fondazione di una certosa in quest’area rafforzava anche i legami politici con il Regno di Napoli.

La certosa è sorta sulle basi di un’antica struttura conventuale dedicata a San Lorenzo, 222 anni dopo la fondazione della prima casa dei monaci certosini.

esterno della certosa di Padula

Chi sono i certosini?

L’ordine certosino nasce nel 1084 quando San Bruno di Colonia, teologo  e maestro della scuola cattedrale di Reims, decide di ritirarsi con alcuni compagni in una valle isolata delle Alpi francesi. Quel luogo si chiamava Chartreuse (in latino Cartusia), da cui deriva il termine “certosa”.

Insieme a 4 compagni, detti padri, si ritirò nella parte alta della montagna, un luogo impervio per poter attendere alla contemplazione delle cose celesti e ad una perfetta unione con Dio. Inoltre c’erano 2 conversi, che si stabilirono nella parte bassa della montagna, rinunciando al perfetto isolamento per poter provvedere alla sussistenza dei loro compagni.

L’idea di Bruno era radicale: creare una forma di vita che unisse l’esperienza dell’eremita e quella del monaco. I certosini non volevano vivere completamente soli nel deserto, ma nemmeno condividere la quotidianità tipica dei grandi monasteri benedettini.

capitolo della certosa di Padula

La regola certosina

Nacque così una delle regole monastiche più severe della cristianità.

Il motto dell’ordine è:

Stat Crux dum volvitur orbis

“La Croce resta salda mentre il mondo gira.”

È una frase che sintetizza perfettamente la loro spiritualità. Mentre il mondo cambia, corre, combatte guerre e costruisce imperi, il certosino cerca Dio nel silenzio e nella contemplazione.

Per questo motivo ogni monaco disponeva di una vera e propria casa individuale: una cella composta da più ambienti, con un piccolo laboratorio e un giardino privato.

chiostro grande della certosa di Padula

Nella Certosa di Padula, passeggiando lungo il Chiostro Grande, si vedono ancora queste abitazioni affacciate sul porticato. Non erano semplici stanze, ma piccole dimore progettate per permettere ai monaci di trascorrere gran parte della giornata in isolamento.

La storia della certosa di Padula si intreccia con l’itinerario spirituale che seguivano i monaci certosini.

L’organizzazione delle certose

Tutte le certose sono divise in casa alta all’interno con i padri dediti alla clausura e casa bassa all’esterno con i conversi, certosini a tutti gli effetti ma per forza di cose più aperti al mondo,  artigiani o amministratori che facevano da anello di congiunzione tra la certosa e la comunità circostante di un territorio su cui spesso i monaci  esercitavano  i loro diritti feudali.

Ogni certosa era governata da un priore, coadiuvato da un vicario , un maestro dei novizi, un sacrista e un procuratore, che era un monaco che per poter esercitare i propri compiti era esonerato dalla rigida clausura.

loggia della cella del priore della certosa di Padula

Dopo i monaci

La Certosa di Padula rimase monastero per oltre 5 secoli, fino al 1866, dopo l’unità d’Italia, quando la maggior parte dei monasteri ricchi e potenti, e specialmente quelli del sud Italia, vennero soppressi e i loro beni furono requisiti con la scusa di donare i beni ai poveri. Ma in realtà  i monasteri requisiti furono rivenduti ai latifondisti locali, che divennero ancora più ricchi.

Nel 1882 la certosa divenne monumento nazionale.

Durante le due guerre mondiali fu riutilizzata sotto diverse forme: come prigione, come caserma e come orfanatrofio. Dal 1982 è aperta al pubblico come Museo e dal 1998 fa parte del sito UNESCO del Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano con Paestum, Velia e la Certosa di Padula.

chiostro minore della certosa di Padula

La facciata della certosa di Padula

La facciata della certosa di Padula risale al 1500, e fu modificata nel 1700 seguendo i canoni barocchi. Tra Seicento e Settecento, infatti,   la Certosa assunse il volto monumentale che vediamo oggi: un trionfo di barocco meridionale, dove la clausura certosina si traduce in architettura grandiosa, quasi teatrale.

Sulla facciata si trovano diverse statue. A sinistra è rappresentato San Lorenzo, che viene rappresentato sempre con la graticola, simbolo del suo martirio. Seguono San Pietro e San Paolo al centro e a sinistra San Bruno, il fondatore dei certosini, che è quasi sempre raffigurato con un teschio.

facciata della certosa di Padula con le statue

Più in alto, nel secondo ordine, sono raffigurati i 4 evangelisti, mentre al centro  sono rappresentati da un lato la Madonna col Bambino, e dall’altro lato la Madonna bambina tra le braccia di sant’Anna. I certosini erano particolarmente devoti alla Madonna.

Infine in cima la religione, la perseveranza, e al centro la Vergine Maria.

statua della Madonna all'apice della facciata della certosa di Padula

Attraverso la porta si entra in quella che i certosini consideravano la Città Celeste. Solo i certosini e pochi ospiti autorizzati potevano varcare la soglia di quella che era una vera e propria città del silenzio.

La Foresteria: un palazzo dentro il monastero

Alla Certosa di Padula gli ospiti illustri non venivano accolti negli spazi dei monaci, che erano rigorosamente riservati alla clausura, ma nella cosiddetta Foresteria, un settore separato del complesso pensato proprio per ricevere visitatori di rango elevato.

La Foresteria della Certosa è uno degli ambienti più sorprendenti del complesso. I certosini conducevano una vita austera, ma quando dovevano ospitare cardinali, vescovi, nobili, ambasciatori o funzionari del Regno di Napoli, lo facevano con una magnificenza che rifletteva il prestigio dell’istituzione.

affreschi nel piano superiore della foreseteria della certosa di Padula

Le sale della Foresteria sono decorate con affreschi, stucchi e soffitti monumentali. Qui gli ospiti potevano soggiornare senza entrare nella parte più rigorosamente monastica della Certosa.

In pratica esistevano due mondi: quello dei monaci, fatto di silenzio, celle e preghiera, e quello degli ospiti, che poteva essere sorprendentemente raffinato e persino lussuoso.

Gli artisti

Molti degli artisti che lavorarono alla Certosa non vi risiedevano stabilmente, ma durante i lavori potevano essere alloggiati nella Foresteria o in ambienti di servizio.

scranni lignei dei monaci nel coro della chiesa di San Lorenzo nella certosa di Padula

Bisogna ricordare che la Certosa fu per secoli un enorme cantiere. Architetti, pittori, scultori, stuccatori e maestranze specializzate arrivavano da Napoli e da altre città del Regno.

Tra i più importanti vi furono artisti legati alla grande stagione del barocco napoletano, chiamati a decorare chiese, cappelle e sale di rappresentanza.

Il salone più spettacolare

Il primo ambiente che si incontra è un piccolo chiostro raffinato, su cui si affacciano le sale della foresteria.

L’ambiente simbolo dell’ospitalità certosina è il Salone della Foresteria, spesso definito il più grande salone barocco della Certosa.

Qui si tenevano ricevimenti, incontri ufficiali e occasioni solenni. È uno spazio che colpisce proprio perché sembra quasi in contraddizione con l’immagine di un monastero votato all’austerità.

Ma per i certosini non era una contraddizione: l’austerità riguardava la vita personale dei monaci, non il decoro dovuto agli ospiti e alla gloria di Dio.

Mentre il monaco certosino trascorreva gran parte della sua esistenza in una cella con un piccolo giardino privato, un cardinale o un alto dignitario che arrivava a Padula poteva essere ricevuto in sale decorate come quelle di un palazzo nobiliare. La Certosa era quindi contemporaneamente eremo e corte, luogo di silenzio e centro di relazioni politiche e religiose.

È uno dei motivi per cui la visita è così affascinante: dietro l’apparente uniformità del monastero si nasconde una società complessa, fatta di monaci, conversi, servitori, amministratori, pellegrini e ospiti illustri, ciascuno con spazi accuratamente separati.

Le sale della Foresteria conservano un raffinato ciclo di affreschi paesaggistici. Alcuni studiosi e guide locali li collegano alla cerchia di Micco Spadaro, il grande paesaggista napoletano del Seicento, mentre le attribuzioni ufficiali restano più prudenti e parlano genericamente di un paesaggista napoletano. In ogni caso, questi ambienti mostrano quanto la Certosa fosse non solo un luogo di preghiera, ma anche un importante centro culturale e artistico del Mezzogiorno. Anche il cassettonato ligneo è originale del Settecento ed è dipinto a mano.

La Chiesa d’oro della Certosa di Padula

Dal primo chiostro si entra nella chiesa di San Lorenzo, quella che gli abitanti del circondario nel 1700 conoscevano come la chiesa d’Oro. La parte esterna al tramezzo (che era simile ad un’iconostasi orientale) era per i conversi, mentre la parte interna era riservata ai soli padri certosini.

chiesa di san Lorenzo, o chiesa d'oro, nella certosa di Padula

La chiesa di San Lorenzo rappresenta la loro idea del Paradiso. Dopo la pietra chiara dei porticati si entra in un universo di oro, stucchi e luce. È uno di quei momenti in cui la Certosa rivela la sua doppia anima: austera nella vita quotidiana, magnificente quando si tratta di celebrare il divino.

La chiesa nasce come edificio gotico trecentesco, con navata unica e volte a crociera, ma nel Seicento e nel Settecento viene completamente rivestita secondo il gusto del barocco napoletano. Così la struttura medievale scompare quasi sotto una pelle di oro, stucchi e decorazioni scenografiche.

chiesa di san Lorenzo, detta chiesa d'oro, nella certosa di padula

L’oro come simbolo del Paradiso

Per un certosino l’oro non rappresentava il lusso personale. I monaci vivevano in modo estremamente austero. L’oro della chiesa aveva una funzione simbolica: evocare la luce divina e la Gerusalemme celeste.

È un concetto che oggi può sembrare contraddittorio: il monaco dormiva in una cella semplice, mangiava frugalmente e trascorreva la vita nel silenzio; ma entrando in chiesa doveva percepire un’anticipazione del Paradiso.

chiesa di San Lorenzo nella certosa di Padula

Cosa osservare

la chiesa è piena di dettagli affascinanti:

  • le volte affrescate da Michele Ragolia nel 1686;
  • gli stucchi dorati che rivestono pilastri e cornici;
  • gli altari laterali in marmi policromi;
  • il magnifico altare maggiore in scagliola, madreperla e pietre dure;
  • i cori lignei intarsiati dei Padri e dei Conversi, autentici capolavori rinascimentali;
  • i pavimenti con le maioliche colorate della bottega dei Massa, le stesse del convento di Santa Chiara a Napoli.

chiesa di San Lorenzo nella certosa di Padula: il magnifico altare maggiore in scagliola, madreperla e pietre dure

Il furto delle 179 tavole

Tra le perdite più gravi subite dalla Certosa durante l’occupazione francese vi furono 179 preziose tavole lignee intarsiate, che si trovavano nella chiesa ma anche in altri ambienti, e che oggi lasciano il posto a dei riquadri bianchi.

chiesa di san Lorenzo, detta chiesa d'oro, nella certosa di Padula

Questi straordinari pannelli intarsiati rinascimentali erano stati realizzati tra il 1503 e il 1507 da Giovanni Gallo, e raffiguravano santi, paesaggi, architetture, scene del Nuovo Testamento e martiri.

Una parte è ancora conservata in situ, ma molte tavole furono smontate e disperse durante le requisizioni francesi. Smontate dagli arredi monastici all’inizio dell’Ottocento dall’esercito francese, non furono mai restituite. A differenza di molte opere napoleoniche finite nei musei francesi, di queste tavole si persero in gran parte le tracce. La loro scomparsa rappresenta ancora oggi una delle ferite più profonde del patrimonio artistico della Certosa di Padula.

La tavola del sacrista

La tavola del sacrista si trova nel passaggio che conduce dalla chiesa al cosiddetto Vestibolo delle Campane, tra il coro dei Padri e gli ambienti di governo della Certosa. Oggi è protetta da una teca di vetro.

la tavola del sacrista nella certosa di Padula

Era una sorta di “bacheca organizzativa” del monastero.

La tavola riproduce schematicamente la pianta della Certosa — il Chiostro Grande, il Refettorio e la chiesa — e mediante piccoli pioli di legno con le lettere delle varie celle indicava dove si trovava ogni monaco e quali incarichi gli erano stati assegnati dal sacrestano (il “sacrista”) per quella giornata.

In questo modo i certosini potevano conoscere:

  • chi doveva leggere la predica nel refettorio;
  • chi celebrava particolari uffici religiosi;
  • chi svolgeva determinati servizi comunitari;
  • quali monaci erano impegnati nella preghiera solitaria nelle proprie celle.

I monaci vivevano quasi sempre in silenzio e cercavano di limitare al massimo le occasioni di conversazione. La Tavola del Sacrista permetteva di organizzare la vita della comunità senza bisogno di parlare, rispettando la clausura e la regola del silenzio.

La sala del Capitolo dei monaci

La regola del silenzio era molto rigorosa. I pasti venivano consumati da soli nelle celle per la maggior parte dell’anno. Il cibo era consegnato attraverso una piccola finestrella girevole che evitava perfino il contatto diretto con il fratello addetto alla distribuzione.

sala del capitolo nella certosa di Padula

Le conversazioni erano ridotte allo stretto necessario. Soltanto in alcune occasioni della settimana era consentito parlare con gli altri confratelli.

Esisteva un solo ambiente dove i monaci potevano parlare: la sala del Capitolo. In realtà neanche tutti i monaci potevano parlare, solo a 20 di loro era riservato questo privilegio. Da qui il modo di dire “avere voce in capitolo”, cioè avere potere decisionale in un contesto.

Il capitolo va immaginato come una sorta di cda dove venivano prese le decisioni più importanti per la vita del monastero, compresa l’elezione del priore, a scrutinio segreto.

Il capitolo era noto anche come “capitolo delle colpe” perchè qui venivano ascoltate le pubbliche confessioni dei monaci.

I cimiteri della Certosa di Padula

Una volta entrati nel monastero i monaci non ne uscivano più, neanche da morti. Nella Certosa di Padula vi sono 2 cimiteri, uno antico e uno nuovo, ancora oggi utilizzato.

I cimiteri della Certosa di Padula sono uno degli aspetti più suggestivi della visita perché raccontano perfettamente il rapporto dei certosini con la morte.

morte di San Bruno nella chiesa di san Lorenzo della certosa di Padula

Per loro la morte non era qualcosa da nascondere, ma una presenza quotidiana da meditare. Il motto certosino era infatti:

Memento mori — ricordati che devi morire.

Il Cimitero Antico

Subito dopo la Tavola del Sacrista si accede a un piccolo chiostro detto Chiostrino del Cimitero Antico. Qui furono sepolti i monaci della Certosa fin dalla fondazione fino circa alla metà del Cinquecento.

Non si praticava la scolatura che era d’uso in altri ordini monastici (nei quali quando morivano i monaci, venivano appoggiati seduti su un vaso, e si decomponevano lentamente su se stessi, riversando i liquidi in questo vaso) però le sepolture erano estremamente semplici:

  • il corpo veniva deposto direttamente nella terra;
  • non c’erano tombe monumentali;
  • sopra la sepoltura veniva collocata soltanto una piccola croce di legno;
  • il nome del monaco non veniva indicato.

cimitero vecchio nella certosa di Padula

Questo perché il certosino, dopo la morte, tornava a essere semplicemente un’anima davanti a Dio: priore, sacrestano o semplice monaco erano tutti uguali.

Con il passare dei secoli il piccolo cimitero non bastò più. La comunità cresceva e il numero delle sepolture aumentava. Fu quindi necessario creare un nuovo spazio funerario.

Il Cimitero Nuovo

Nel Settecento venne realizzato il Cimitero dei Monaci, affacciato sul Chiostro Grande. È delimitato da una elegante balaustra marmorea decorata con simboli della morte e fu progettato nel 1729 nell’ambito dei grandi interventi barocchi della Certosa.

Molti visitatori lo attraversano senza coglierne il significato, ma in realtà è uno dei luoghi più profondi del complesso.

La cosa che colpisce è che il cimitero non è nascosto. I certosini passavano davanti alle tombe ogni giorno, andando dalla cella alla chiesa e dalla chiesa alla cella. Il defunto continuava a far parte della comunità anche dopo la morte.

cimitero nuovo nel chiostro della certosa di Padula

Per un monaco certosino, vedere le tombe dei confratelli non era motivo di tristezza, ma un richiamo costante all’essenziale.

Quando un certosino moriva, veniva sepolto senza bara sontuosa, con il semplice abito monastico e senza iscrizioni celebrative. Dopo qualche generazione nessuno poteva più distinguere la tomba di un priore da quella di un semplice fratello converso.

È una delle immagini più potenti della Certosa: in un luogo capace di accogliere imperatori, cardinali e nobili nelle sale della Foresteria, i monaci sceglievano per sé una sepoltura anonima nella nuda terra.

Del resto il giorno della morte era considerato il dies natalis al Cielo e quindi era festeggiato con un gran banchetto, accompagnato da abbondanti libagioni, nel salone della Foresteria.

Il refettorio della certosa di Padula

Una cosa che sorprende  è che i certosini non mangiavano abitualmente insieme.

A differenza di benedettini o francescani, i monaci certosini consumavano la maggior parte dei pasti nelle proprie celle, in solitudine. Il cibo veniva consegnato attraverso una piccola finestrella, senza contatto diretto con chi lo distribuiva.

ingresso delle celle con finestrella per la distribuzione del cibo nella certosa di Padula

Per questo il refettorio non era utilizzato ogni giorno, ma solo in particolari occasioni:

  • la domenica e nelle festività più importanti;
  • in alcune ricorrenze liturgiche;
  • durante particolari momenti della vita comunitaria.

La lettura durante i pasti

Quando i monaci si riunivano nel refettorio, il silenzio continuava a essere la regola.

Mentre si mangiava, un monaco leggeva testi religiosi da un apposito pulpito, qui nella Certosa un bellissimo pulpito ligneo. Non era previsto conversare. Il nutrimento del corpo era accompagnato dal nutrimento dello spirito.

pulpito del refettorio della certosa di padula

È proprio per questo che la Tavola del Sacrista  indicava anche chi fosse incaricato della lettura durante il pasto.

I pasti venivano consumati dai monaci sui propri stalli. Mancano i tavoli, che erano i fratini stretti e lunghi , poggiati direttamente sulla pedana, anche essi rubati come gran parte della mobilia.

Gli affreschi

Il refettorio della Certosa è decorato con un grande affresco di Alessio Elia, della metà del 1700, raffigurante le Nozze di Cana, il miracolo evangelico in cui Cristo trasforma l’acqua in vino.

affresco con le nozze di Canaa nel refettorio della certosa di Padula

Non è una scelta casuale. Fin dal Medioevo questo episodio era uno dei soggetti più frequenti nei refettori monastici perché legato al tema del convivio e della condivisione del pasto. Mentre i monaci mangiavano in silenzio, davanti ai loro occhi si svolgeva il grande banchetto evangelico.

Osservando le Nozze di Cana del refettorio, ci si accorge che gli invitati non sembrano affatto abitanti della Palestina del tempo di Gesù. Indossano invece abiti eleganti del Settecento napoletano. È una scelta voluta: per gli artisti dell’epoca il Vangelo non apparteneva al passato, ma era una storia viva che continuava a svolgersi nel presente. Ma dopo aver visto a Cusco un’ultima cena adattata al contesto locale con il porcellino d’india come piatto principale, non mi meraviglio di nulla.

La tecnica di affresco ha permesso al dipinto di salvarsi perchè non poteva essere staccato dal muro, ed è quindi uno dei pochi dipinti presenti ancora nella Certosa.

La cucina

Uno degli ambienti più affascinanti è la grande cucina, con la monumentale cappa centrale. Tutto il vasto ambiente è ricoperto fino ad una certa altezza di mattonelle gialle e verdi,  per motivi igienici, e al di sopra si notano ancora segni di affresco, che forse denotano un uso diverso in certi momenti storici.

cucina della certosa di Padula

Sono interessanti i lavelli con l’acqua corrente già dal 1500, i banchi da lavoro del 1700 , in pietra di Padula leggermente inclinati che permettono lo scolo degli avanzi direttamente in una fessura sul pavimento sotto cui scorre l’acqua.

Nelle fogne sotto la cucina sono stati ritrovati gli avanzi dei cibi consumati, tra cui gusci di ostriche e persino carapaci di tartaruga (carne bianca e quindi ammessa). La carne rossa era considerata alimento impuro. e veniva consumata solo dagli ospiti di riguardo. L’alimentazione dei monaci era prevalentemente vegetariana, con l’aggiunta del pesce.

bancone e lavabi della cucina della certosa di Padula

I monaci potevano bere vino in modica misura, ma qui se ne producevano oltre 100 quintali l’anno, una grande quantità, che serviva soprattutto come dono per i propri dipendenti.

La tradizione racconta spesso la Certosa attraverso le sue dimensioni e la sua magnificenza, ma la cucina restituisce qualcosa di più concreto: il lavoro, la produzione, la gestione di una comunità complessa.

La Certosa era infatti anche un centro economico, agricolo e amministrativo. Attorno al monastero ruotavano terre, produzioni, scambi, grancie e attività che la rendevano un vero centro di potere nel territorio.

cucina della certosa di Padula, la grande cappa

La frittata dalle mille uova

Tutto comincia nel 1535, quando l’imperatore Carlo V, di ritorno dalla vittoriosa spedizione di Tunisi contro il corsaro Barbarossa, attraversa il Regno di Napoli con il suo enorme seguito. Durante il viaggio decide di fermarsi alla Certosa di San Lorenzo.

Per i monaci certosini fu un evento straordinario. Non arrivava soltanto l’imperatore più potente d’Europa, ma anche centinaia di soldati, funzionari, cavalieri e servitori. La tradizione racconta che i certosini, vincolati dalle proprie regole alimentari che limitavano il consumo della carne, dovettero trovare un modo per offrire un banchetto degno dell’ospite senza tradire il loro stile di vita.

fornelli della cucina della certosa di Padula, sotto la grande cappa

Nacque così l’idea geniale: preparare una gigantesca frittata di mille uova.

Nella grande cucina della Certosa  furono rotte e sbattute mille uova per creare una frittata abbastanza grande da sfamare l’imperatore e buona parte del suo esercito. Secondo il racconto tramandato dal sacerdote e storico Camillo Tutini nel Seicento, il piatto fece grande impressione sugli ospiti. Carlo V, colpito dall’ospitalità ricevuta, decise di fermarsi addirittura due giorni alla Certosa e concesse ulteriori privilegi alla comunità monastica.

Ancora oggi, ogni agosto, Padula rievoca l’arrivo di Carlo V e la celebre “frittata delle mille uova”, trasformando un episodio del XVI secolo in una delle feste storiche più caratteristiche del Mezzogiorno.

Il chiostro più grande d’Europa

Le dimensioni

Il chiostro della Certosa di Padula misura circa 150 metri per 100 metri, per una superficie di circa 15.000 metri quadrati.

Per rendere l’idea, è più grande di molte piazze cittadine; al centro si estende un enorme prato, tutto intorno corre un porticato con 84 pilastri, e lungo il perimetro si aprono le celle dei monaci.

Quando lo si osserva dall’alto o da uno degli angoli, si ha quasi la sensazione di trovarsi davanti a una piazza monumentale più che a un chiostro monastico.

grande chiostro della certosa di Padula

Le celle monastiche

la cella del priore

Quando pensiamo alle celle ci immaginiamo degli ambienti angusti, lo spazio vitale per il raccoglimento dei monaci. Ma basta entrare nella cella del priore della certosa di Padula per rimanere senza parole. Un salone enorme, degno di una reggia, è l’anticamera della cella.

giardino della cella del priore nella certosa di Padula

C’è un corridoio, un archivio, un salone, una stanza da letto, la cappella privata, un museo, una biblioteca, un loggiato affrescato ed un giardino. Sono circa 1000 mq per una sola persona, e si chiama cella.

Le altre celle

In realtà i monaci erano abituati ai castelli e alle residenze reali, rispetto alle quali questi ambienti erano persino angusti. Erano i secondogeniti delle famiglie più potenti. Avere un figlio monaco certosino era motivo di vanto per la famiglia, e certo non tutti i monaci entravano qui per vera vocazione, ma spesso per scelta rispetto all’alternativa di diventare soldati e morire in guerra.

corridosio su cui si affacciano le celle dei monaci della certosa di Padula

I ragazzi prima di diventare monaci a tutti gli effetti dovevano trascorrere un lungo periodo di prova, il noviziato, che qui arrivava sino a 7 anni. I novizi vivevano nelle prime 4 celle, sotto il diretto controllo del priore.

Anche le celle degli altri monaci erano alquanto grandi. Le casette che si vedono affacciate sul giardino del priore sono semplicemente i loggiati delle celle dei monaci, e ciascuna cella era su tre piani, con 9 stanze, 2 loggiati, e un giardino con l’acqua corrente. per quasi 300 mq a persona.

celle dei monaci nella certosa di Padula

La scala a ventaglio

Nel settore delle celle dei monaci c’è una elegantissima scala a chiocciola realizzata con 28 gradini in pietra aperti a ventaglio verso l’alto, realizzati senza calce. E’ una struttura autoportante che  si dipana a sbalzo da un cordolo scavato dagli stessi gradini, senza una colonna centrale.

la scala a chiocciola autoportante della certosa di Padula biblioteca

In alto c’era la biblioteca, e quindi la scala assume anche un significato simbolico di ascesa al sapere.

Secondo alcuni è una scala seicentesca, ma probabilmente è una scala settecentesca, perchè prima del 1740 non è mai menzionata, mentre dopo 20 anni di vuoto dal 1760 viene menzionata.

Lo scalone monumentale della Certosa di Padula

Lo Scalone Monumentale della Certosa di Padula è probabilmente il punto in cui il barocco napoletano raggiunge il suo culmine all’interno del monastero.

La cosa sorprendente è che arriva alla fine della visita. Dopo chiostri, celle, cimiteri e ambienti dedicati al silenzio, ci si trova davanti a un’opera che sembra appartenere più a una reggia che a un monastero.

Lo scalone è collocato all’estremità del Chiostro Grande, all’interno di una torre ottagonale. Ha una struttura ellittica a doppia rampa e conduce al camminamento superiore utilizzato dai monaci per la loro passeggiata settimanale e per raggiungere il piano alto del complesso.

scalone monumentale della certosa di Padula

Oggi l’attribuzione più accreditata è a Gaetano Barba, allievo di Luigi Vanvitelli. I documenti indicano che l’opera fu realizzata tra gli anni Sessanta e Settanta del Settecento e compare per la prima volta nelle fonti nel 1779. Alcuni studiosi ritengono però che il progetto possa derivare dall’influenza o da un disegno di Ferdinando Sanfelice, il grande maestro delle scale scenografiche napoletane.

Perché è così importante? Perché rappresenta un’idea tipicamente barocca: la scala non è più soltanto un mezzo per salire da un piano all’altro, ma diventa spettacolo.

Se pensi ai celebri scaloni di Napoli, come quelli di Palazzo dello Spagnolo o Palazzo Sanfelice, la scala diventa protagonista dell’architettura. A Padula accade la stessa cosa: la salita diventa un’esperienza estetica.

scalone monumentale nella certosa di Padula

Lo stemma al centro

Un dettaglio che molti visitatori non notano subito è lo stemma della Certosa posto al centro dello scalone. Vi compaiono: la mitria vescovile, il pastorale, la corona marchionale, la graticola di San Lorenzo, la fiaccola simbolica della prosperità o della sventura a seconda dell’orientamento.

I sette finestroni

Salendo, la luce entra dai sette grandi finestroni aperti verso il giardino all’italiana e il desertum, l’area verde utilizzata dai monaci nelle rare occasioni in cui era consentita una passeggiata all’aperto. Questa luce naturale è parte integrante del progetto architettonico e contribuisce all’effetto teatrale dell’insieme.

giardino all'italiana e desertum sul fondo della certosa di Padula

Elevazione spirituale nella bellezza

Lo Scalone Monumentale è il paradosso della Certosa di Padula. I certosini avevano scelto il silenzio, la solitudine e l’umiltà; eppure, alla fine del loro monastero, fecero costruire una delle più spettacolari scale del barocco meridionale.

Forse perché, per i monaci, la bellezza dell’architettura non era un lusso personale ma una forma di elevazione spirituale. Salendo lungo le sue rampe illuminate, si ha quasi la sensazione che il percorso fisico diventi una metafora dell’ascesa verso il cielo.

One thought on “La certosa di Padula

  1. Nonostante la maestosa architettura e l’enormità della struttura questo luogo trasuda sacralità e invita al silenzio. Un luogo davvero interessante sotto ogni punto di vista, da visitare con la calma che merita. Interessante la foresteria, così come intriga il cimitero antico. Lo terrò presente se dovessi trovarmi in zona.

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