Lo stupa di Boudhanath e tempio di Pashupatinath, le due anime della spiritualità nepalese

Due realtà religiose  molto diverse tra loro, lo stupa buddhista di Boudhanath e il tempio indusita di Pashupatinath: le ho scelte come simbolo della profonda spiritualità dei nepalesi, come segno di ciò che più caratterizza questo Paese  Concludo con questo post focalizzato su due luoghi particolari di Katmandu i miei reportage sul Nepal, che ho amato molto nella sua grande varietà, dalle vette immacolate dell’Himalaya  alla jungla ai confini con l’India,  dalle città patrimonio Unesco ai paesi fuori dal tempo.

Questi due luoghi, Boudhanath e Pashpatinath – e soprattutto questo secondo – mi danno insieme il senso di ciò che mi affascina del Nepal, e forse dell’intera Asia, e di ciò che invece mi lascia sospesa, commossa ma nel profondo appartenente ad una cultura totalmente diversa.

Il sincretismo tra Induismo e Buddhismo

Vi ho già raccontato nell’articolo con le mie impressioni sul Nepal , di come nella spiritualità nepalese gli elementi buddhisti ed induisti siano profondamente compenetrati, tanto che difficilmente si distinguono i templi induisti e quelli buddhisti; le cerimonie di onore alle divinità del pantheon induista, qui particolarmente arricchito da demoni e plurime manifestazioni degli dei attraverso i loro animali vettori, sono soprattutto riti di purificazione della propria anima; a sua  volta il buddhismo in Nepal, dove nacque Siddharta, il Buddha storico, è spesso una filosofia, una visione della vita che si innesta sulla venerazione degli dei induisti. Diverso, più ascetico e lontano dall’iconografia indu è invece il Buddhismo portato in Nepal dai monaci tibetani esuli, i cui monasteri però rimangono in gran realtà un po’ chiuse, tranne che per la grande corale manifestazione di fede buddhista di stampo tibetano che viene tributata  presso lo stupa di Boudhanath.

Boudhanath, lo stupa più grande del mondo

Lo stupa di Boudhanath, con i suoi 36 metri è lo stupa più alto del Nepal ed alcuni dicono il più grande del mondo, o comunque tra i più grandi. La sua tondeggiante sagoma bianca domina il panorama di Katmandu. Secondo la leggenda tramandata si dice che nello stupa siano seppelliti i resti di Kasyapa Buddha.

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Le origini dello stupa affondano nella leggenda. Infatti si narra di una povera donna che desiderava costruire con tutti  i risparmi di una vita un tempio in onore di Buddha e chiese il permesso al re di poter disporre di un terreno; il sovrano glie ne concesse qunto poteva contenerne una pelle di bue, ma la donna  tagliò la pelle in striscioline finissime, fino a farle contenere  l’immensa area su cui si estende lo stupa di Boudhanath. Storicamente però mancano fonti attendibili sull’epoca della sua costruzione Alcuni datano la costruzione originaria addirittura al 5 secolo, altri al 15mo. Comunque sicuramente l’attuale costruzione risale al 15 mo secolo poichè quella precedente fu distrutta dagli invasori.

Quel che è certo è che lo stupa fu costruito in un punto strategico lungo la via dei traffici commerciali che procedeva dal Tibet. Per secoli Katmandu fu luogo di sosta dei mercanti e  lo stupa luogo delle loro preghiere. Poi, finita l’epoca delle grandi vie commerciali, fu l’ondata dei profughi dal Tibet, molti dei quali decisero di vivere vicino a Boudhanath e di costruirvi nei dintorni oltre 50 monasteri , a ridare nuova vita a questo luogo di spiritualità. Infine la crescente diffusione internazionale del buddhismo ha portato qui pellegrini da tutto il mondo.

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La rappresentazione dell’universo

Lo stupa, che per i profani appare un grande panettone circolare bianco con un pinnacolo dorato al centro,  è una costruzione complessa che racchiude tutta la visione dell’universo del buddhista, poichè la sua pianta, vista dall’alto , è quella di un mandala, la stessa rappresentazione cosmologica che  i pittori nepalesi propongono nei thangkha.  Ai quattro punti cardinali e al centro, cinque Buddha che sono anche rappresentativi dei cinque elementi che compongono l’universo:terra, acqua, aria, fuoco, etere. I nove livelli dello stupa rappresentano il centro del cosmo. e i 13 cerchi fino alla cima del pinnacolo sono le tappe per l’illuminazione. Il mantra “Om Mani Padme Hum” è ripetuto alla base.

La prima piattaforma rappresenta la terra, le  due successive l’acqua.  Al centro della cupola bianca c’è una torre quadrangolare d’oro, con dipinti sui quattro lati i grandi occhi di Buddha, lo sguardo della saggezza che si estende tutto intorno, e al posto del naso il numero 1, l’unità del cosmo che si percepisce con l’illuminazione.

Dal pinnacolo alla base scendono a raggiera tanti fili di colorate bandiere di stoffa con i mantra sacri.

La kora intorno allo stupa

Sulla pedana più bassa, che rappresenta la terra, e sulla strada che costeggia tutto intorno lo stupa, racchiudendolo in una piazza dagli innumerevoli negozi, templi e e centri buddhisti animatissimi, è tutto un andirivieni di pellegrini, che ruotano in senso orario recitando mantra. Molti si sottopongono al faticoso rito della kora, il giro completo dello stupa  mentre il mantra di preghiera è ripetuto misurando il percorso con il corpo prostrato steso sul terreno, poi alzandosi in ginocchio e di nuovo scivolando a terra pezzo metro oltre.

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Altri invece recitano il mantra percorrendo in piedi la circonferenza dello stupa mentre fanno ruotare il bastoncino con la tipica ruota tibetana da preghiere, Molti sono monaci (e monache) tibetani, riconoscibili dai loro vestiti dagli intensi colori arancioni e scarlatti, molti i fedeli buddhisti nepalesi, ma la cosa sorprendente è aver visto non solo tra i semplici fedeli ma tra i monaci, testa rasata e piedi nudi, non pochi occidentali, americani e nordeuropei in gran parte.

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Nella confusione di questa folla eterogenea, con tanto di negozi pieni di coloratissimi souvenir,  regna un’atmosfera stranamente pregna di spiritualità autentica e molto forte, radicata in una tradizione antica che qui non ha subito uno stacco dalla modernità. Proprio come la kora intorno allo stupa, la vita qui ruota  intorno alla visione ciclica dell’universo, del percorso delle reincarnazioni e del raggiungimento dell’illuminazione, al cui centro è il Buddha.

Il monastero buddhista

Di fronte allo stupa, entro nel monastero che è anche importante scuola teologica buddhista. I monaci sorridenti mi spiegano le rappresentazioni sacre nella sala da preghiera del monastero, mi benedicono con quei mantra cantati con quella voce gutturale che quasi ipnotizza, mi donano ponendomela al collo una bianca sciarpa di buon augurio, e poi con altrettanto disarmante sorriso mi fanno firmare il libro dei benefattori che lasciano un’offerta, ma loro sono tanto simpatici e questi monasteri sono tanto importanti per la cultura del Nepal, che ben volentieri accetto. Queste terre povere non sarebbero nulla senza la cultura generata dalla grande spiritualità delle religioni buddhista e induista.

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Il tempio induista di Pashupatinath, patrimonio UNESCO

Pashupatinath è il tempio induista più importante del Nepal, costruito nel VI secolo e dedicato a Pashpati, incarnazione di Shiva, lungo le rive del fiume Bagmai che scorre a Katmandu.

La leggenda dice ceh un giorno Shiva si trasformò in antilope per correre liberamente sulla terra, ma gli altri dei che lo trovavano sconveniente lo afferrarono per le corna per poratrlo via, e un corno si spezzò e fu adorato come lingam, ma poi nei secoli andò perduto, finchè un contadino scavò nel suo campo dove una mucca aveva iniziato a spargere il suo latte sul suolo, e ritrovò il corno-.lingam, che è venerato in Pashupatinath.

Pashupatinath è un grande tempio a forma di pagoda a due piani col tetto dorato, alla cui area perimetrale e all’interno sono ammessi i soli vedeli induisti. Ma il tempio, che è circondato da diversi altri edifici sacri in una discesa terrazzata che si estende su un tratto del fiume, si può ammirare molto bene da diversi punti di osservazione.

E’ uno dei sette monumenti patrimonio dell’umanità UNESCO nella valle di Katmandu, ma non è principalmente famoso per la sua bellezza monumentale, bensì per essere luogo delle  cerimonie di cremazione.

il dolore e la bellezza si confondono nella cerimonia delle cremazioni

Questo aspetto mi metteva un po’ di remora alla visita, per più motivi. Non volevo mettere la mia bambina di 6 anni al cospetto di una così cruda visione della morte, avevo scrupolo di fare vougerismo sul momento più sacro dell’esistenza, avevo quasi un senso istintivo di ribrezzo rispetto alle immagini e agli odori di quelle cerimonie.

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La guida ha insistito perchè non perdessi questo momento, come ultima tappa del mio viaggio, e lo devo ringraziare perchè è stato il punto più toccante di tutto  il mio percorrere in lungo e in largo il Nepal.

E’ il tramonto avanzato, il crepuscolo disegna luci rossastre sul tempio e sulle terrazze che si riflettono nell’acqua del fiume. La via che porta al tempio è ancora tutta trafficata di negozietti e bancarelle che vendono oggetti sacri legati al tempio e alle cerimonie. Nell’area del tempio,  invece cessava qualsiasi attività commerciale ed iniziava un’atmosfera particolare.

La prima cosa che mi colpisce sono gli animali, le mucche pascolanti lungo le terrazze, i cani  miti e  smunti, e le scimmie che corrono sui prati e lungo i tetti dei bassi edifici, lanciando grida negli inseguimenti che preludono all’accoppiamento. E insieme a loro gli uomini; si vedono alcuni sadhu coperti da un bianco telo lungo i fianchi, o da da poche vesti dei colori sacri, dal  petto nudo e dai capelli lunghi e dalla barba incolta, solitari nella sera e assorti nelle loro meditazioni, uomini  intendi a preparare e trasportare le fascine di legna e paglia fino alla riva del fiume, gruppi di donne in coloratissimi vesti, forse le loro migliori, per onorare i loro morti. Il tutto pervaso da molta quiete, un senso di naturale intensa spiritualità.

katmandu cremazioniI brahmini, su una terrazza più alta, intonano la puja della sera, una cerimonia antica e complessa in cui in cui tengono in mano tizzoni di fuoco tratti da un braciere, e intonano dei canti salmodianti dolci e drammatici, invocando per i defunti e per i fedeli la cessazione del ciclo delle dolorose reincarnazioni.

Noi turisti ci fermiamo su una striscia di prato sulla riva del fiume, largo una decina di metri, mentre sull’altro lato del fiume sui vari ghat, spazi appositi sulla riva, si dispongono le pire, dove viene accatastata la paglia ed adagiato il morto in un  sudario arancione, il colore sacro, cosparso di fiori; su certe pire davanti a me, dal sudario spuntano i piedi del morto.

I cadaveri vengono portati entro due o tre ore dal decesso, e questa cosa mi fa un po’ impressione, e se ci fosse una morte apparente? Al morto viene posto in bocca  dell’acqua del fiume sacro, e questo già avrebbe la funzione di una buona iniezione di stricnina, ma il fuoco risolve comunque radicalmente la questione.

Tutti cantano canti molto dolci, c’è grande compostezza, nessuna manifestazione di dolore appariscente, urlato.  Al morto i corpi vengono Per tradizione il figlio maggiore accende la pira del padre, il figlio minore quello della madre. Le fiamme avvolgono prima la paglia, poi pian piano avvolgono l’intera pira, da cui un fumo aspro si eleva nell’aria, fino a consumare interamente i resti.

Le ceneri del defunto vengono poi disperse nelle acque del fiume sacro, che scorrono placide e inconsapevoli come la vita che continua.

E’ calata la sera ed il buio, lo spazio del fiume, delle sue due rive, delle terrazze e del tempio è illuminato solo dalle fiamme delle pire che si riflettono nell’acqua, dalle torce dei brahmini, e dalla luna alta nel cielo. La commozione è grandissima, ma non è di dolore, è commozione per un senso di bellezza, sì, di armonia.

Contrariamente a quanto mi immaginavo, la cerimonia della cremazione non ha nulla di brutale, niente di sconcio neanche per la mentalità occidentale, la spiritualità è fortissima ed esiste come un sentimento di affidamento alla madre natura e ai suoi elementi, alla vita universale.

Un episodio tragicomico

No, non vi lascio con questa visione immagine sublimata di Pashupatinath, ma con un  tragicomico piccolo episodio da commedia dell’assurdo che mi è occorso mentre ero tutta presa da queste riflessioni.

“Mamma mi scappa la pipì”, mi dice la bimba.

“Tesoro resisti”.

“Mamma non resisto”, e inizia a saltellare con aria supplichevole.

Mi guardo intorno: dietro di me c’è il solenne complesso dei templi, davanti a me il fiume stretto e sull’altra riva le pire dove ardono i corpi dei defunti, circondati da centinaia di parenti che intonano canti dolenti. Sotto di me una strisciolina di un paio di metri di prato. Si impone una decisione. “Accovacciati qui”.

Si avvicinano curiose le scimmie, le scacciamo mentre lei finisce l’irrinunciabile, noi guardiamo quasi negli occhi quelli che cantano e piangono, spero che ci vedano con gli occhi velati e non ci guardino, perchè ora anche io sto quasi piangendo per l’assurda comicità della situazione.

Anche questa è la vita, penso,  tutto si mischia, l’innocenza dei bambini, il distacco dei vecchi, i tabu su entrambe le cose,  il dolore e la gioia che stanno in mezzo agli estremi.E’ l’ultima immagine che mi resta del Nepal prima della partenza.

“La vita è una tragedia se vista in primo piano, ma una commedia in campo lungo”. (Charlie Chaplin)

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